Poesie di Ada Negri

Il prossimo 3 febbraio cadranno i 150 anni dalla nascita di Ada Negri, scrittrice lodigiana divenuta famosissima con la prima raccolta poetica e rimasta sulla cresta dell’onda fino alla morte. Da allora pregiudizi ideologici e malintesi critici l’hanno fatta cadere nell’oblio, ma pare giunto infine il momento di riconoscerne il reale valore.

L’esordio trionfale avviene con Fatalità (1892), una raccolta ancora acerba, che però propone un io poetante caparbio e determinato, che con giovanile vitalismo oppone la positività del proletariato al cinismo dei «borghesi astuti» e si ribella con vigore allo stereotipo che prevedeva allora per il genere femminile solo un ruolo subalterno e marginale. La subitanea fama della Negri deve molto al suo pensiero sociale, che scaturisce non solo dalle teorizzazioni in voga a fine secolo, ma soprattutto dalla sua esperienza personale, dai racconti della madre, operaia al lanificio, e della nonna, portinaia in una casa nobiliare di Lodi.

L’autobiografismo d’altronde è una costante che riaffiora carsicamente in questa come nella successive raccolte poetiche, da Tempeste (1895) a Maternità (1904), dal Libro di Mara (1919) ai Canti dell'isola (1924), fino a Vespertina (1930), Il dono (1936) e Fons amoris (1946), che viene a ricapitolare l’intero percorso poetico. Costante è l’espressione dell’affetto per gli amati paesaggi lombardi e il ricordo malinconico della gioventù lodigiana, cui si affianca un’amara riflessione “politica” su giustizia e ingiustizia, che trova infine risposta nella dimensione religiosa dell’esistenza, quando l’anelito di rivolta si riscatta e da convinzione ideologica si trasforma in consapevolezza teologica, portando Ada Negri a scoprire l’illusorietà del credo socialista vagheggiato in gioventù.

Senza nome

Io non ho nome. Io son la rozza figlia

dell’umida stamberga;

plebe triste e dannata è mia famiglia,

ma un’indomita fiamma in me s’alberga.

Seguono i passi miei maligno un nano

e un angelo pregante.

Galoppa il mio pensier per monte e piano,

come Mazeppa sul caval fumante.

Un enigma son io d’odio e d’amore,

di forza e di dolcezza;

m’attira de l’abisso il tenebrore,

mi commovo d’un bimbo alla carezza.

Quando per l’uscio de la mia soffitta

entra sfortuna, rido;

rido se combattuta o derelitta,

senza conforti e senza gioie, rido.

Ma sui vecchi tremanti e affaticati,

sui senza pane, piango;

piango su i bimbi gracili e scarnati,

su mille ignote sofferenze piango.

E quando il pianto dal mio cor trabocca,

nel canto ardito e strano

che mi freme nel petto e sulla bocca,

tutta l’anima getto a brano a brano.

Chi l’ascolta non curo; e se codardo

livor mi sferza o punge,

provocando il destin passo e non guardo,

e il venefico stral non mi raggiunge.

Sfida

O grasso mondo di borghesi astuti

di calcoli nudrito e di polpette,

mondo di milionari ben pasciuti

e di bimbe civette;

o mondo di clorotiche donnine

che vanno a messa per guardar l’amante,

o mondo d’adulterî e di rapine

e di speranze infrante;

e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,

che vuoi celarmi il sol de gl’ideali,

e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo.

che vuoi tarparmi l’ali?...

Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto:

tu menti e pungi e mordi, io ti disprezzo:

dell’estro arride a me l’aurato incanto,

tu t’affondi nel lezzo.

O grasso mondo d’oche e di serpenti,

mondo vigliacco, che tu sia dannato!

fiso lo sguardo ne gli astri fulgenti,

io movo incontro al fato;

sitibonda di luce, inerme e sola,

movo. E più tu ristai, scettico e gretto,

più d’amor la fatidica parola

mi prorompe dal petto!...

Va, grasso mondo, va per l’aer perso

di prostitute e di denari in traccia:

io, con la frusta del bollente verso,

ti sferzo in su la faccia.

Sette maggio 1898

Ho quell’ore ne l’anima inchiodate:

la via deserta, sotto un ciel di piombo:

ad un tratto, da lungi, un sordo rombo

di folla, e un grandinar di fucilate.

Porte e finestre in un balen serrate

lugubremente - poi silenzio. Il rombo

già s’avvicina, sotto il ciel di piombo:

colpi, fischi di palle, urli, sassate.

Fin ch’io vivrò mi resterà ne l’ossa

quell’angoscia, quel soffio d’agonia

su gente inerme del suo sangue rossa;

e vedrò quel fanciul, senza soccorso

morente un bimbo!... in mezzo de la via,

china e intenta su lui come un rimorso.

Ponte di Lodi

Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri

abbracciati dall’impeto del fiume

rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume

candide a fior dei vortici verdastri.

Come una volta ancor vorrei poggiarmi

alle tue sbarre, e riaver quel vento

in faccia; e mirar nuvole d’argento

specchiate in acqua, e d’esse sazïarmi.

Ma esser quella d’allora, con quel volto

e quell’anima, scarna adolescente

livida di superbia, impazïente

di vivere, con sensi aspri in ascolto:

e tutto innanzi a me: lo spumeggiante

fiume e la vita!... Ma su via trascorsa

non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa:

altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.

E vado e vado. Finché, un giorno. Addio

dirà l’anima al corpo. E sarà il fiume

natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume

d’astri, mi condurrà verso l’oblio.

La folla

Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto

perduta; e tu mi porti e tu mi spingi

e mi rigetti, e d’ignorarmi fingi,

ma ben m’abbranca il tuo potere occulto.

Sai di sudore umano, e di sporcizia

mascherata d’aromi, e del sentore

d’ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore

per oscuro fermento in te s’inizia.

Mi piaci per l’enorme onda vitale

che tutta mi ravvoltola, muggente

e rischiumante, carne e cuore e mente

impregnando del tuo libero sale.

Ogni volto che a lampi appare e spare

forse è il mio: ché mio corpo non è questo

solo ch’io sento e curo e movo e vesto:

chi vi noma e vi scinde, onde del mare?...

D’essere innumerevole è mia gloria

e mia superbia; e multiforme, come

te, folla; e in preda a tutti i venti, come

te, che a folate scardini la storia;

e, se fremito passi di sommossa,

ingigantir con te, con te disvellere

i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle

col divampar della mia furia rossa.

Il risveglio

Quando il canto del gallo segò il cielo, ed ella ancor nel sonno a te sorrise, o amato.

L’uno dall’altro nasceste allora, in purità di corpo, in purità di spirito.

O voi beati, non espressi da grembo di madre, ma dalla meraviglia del vostro amore!

E vi levaste con atti limpidi, ed il primo mattino del mondo con voi si levò.

E nuovi furono agli occhi vostri i rosei cirri del cielo specchiati nei fiori dei peschi,

nuova l’erba intrisa di guazza, fresca alle mani come un lavacro,

divina in voi la dolcezza di scoprirvi un nell’altro presenti e viventi,

con anima per amare,

labbra per baciare,

voce per benedire.

Corale notturno

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,

là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,

le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.

Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,

in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,

blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.

Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,

con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,

con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,

a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,

quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

I giardini nascosti

Amo la libertà de’ tuoi romiti vicoli e delle tue piazze deserte, rossa Pavia, città della mia pace. Le fontanelle cantano ai crocicchi con chioccolio sommesso: alte le torri sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore, me l’avventano su verso le nubi. Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano a labirinto; ed ai muretti pendono glicini e madreselve; e vi s’affacciano alberi di gran fronda, dai giardini nascosti. Viene da quel verde un fresco pispigliare d’uccelli, una fragranza di fiori e frutti, un senso di rifugio inviolato, ove la vita ignara sia di pianto e di morte. Assai più belli, i bei giardini, se nascosti: tutto mi pare più bello, se lo vedo in sogno. E a me basta passar lungo i muretti caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi vicoli che serpeggian come bisce fra verzure d’occulti orti da fiaba, rossa Pavia, città della mia pace.

Padre, se mai questa preghiera giunga

Padre, se mai questa preghiera giunga

al tuo silenzio, accoglila, ché tutta

la mia vita perduta in essa piange:

e s’io degna non son, per la grandezza

del ben che invoco fammi degna, Padre.

Quando morta sarò, non darmi pace

né riposo giammai ne le stellate

lontananze dei cieli. Sulla terra

resti l'anima mia. Resti fra gli uomini

curvi alla zolla, grevi di peccato: con essi vegli, in essi operi, ad essi

della tua grazia sia tramite e luce. Lascia ch'io compia dopo morta il bene

che nella vita compiere m'illusi, o me povera povera! e non seppi. Mi valga presso Te questo rimorso

ch'io ti confesso, e il mio soffrire, e il vano

fuoco di carità che mi distrugge. Giorno verrà, dal pianto dei millenni,

che amor vinca sull'odio, amor sol regni

nelle case degli uomini. Non può

non fiorire quell'alba: in ogni goccia

del sangue ond'è la terra intrisa e lorda

sta la virtù che la prepara, all'ombra

dolente del travaglio d'ogni stirpe.

Il dì che sorga, fa’ ch'io sia la fiamma

fraterna accesa in tutti i cuori; e i giorni

la ricevan dai giorni; e in essa io viva

sin che la vita sia vivente, o Padre.

Poesie di Delio Tessa

Ottant’anni fa moriva a Milano, dove era nato nel 1886, Delio Tessa, il più grande poeta in dialetto che la città abbia avuto dopo Carlo Porta. Fu avvocato, ma esercitò pochissimo, dedicandosi piuttosto alla letteratura e al cinema. All'avvento del fascismo non nascose la sua radicale opposizione, il che gli rese ancor più difficile il lavoro e lo spinse ad appartarsi ulteriormente in un'esistenza schiva e senza eventi di rilievo. Morì di setticemia il 21 settembre 1939. Arguto e sensibile prosatore, nonché critico cinematografico, fin dal 1909 scrisse versi in milanese, ma in vita pubblicò (e solo per insistenza degli amici) un'unica raccolta, L'è el dì di Mort, alegher! (È il giorno dei morti: allegri! 1932). Postume apparvero invece nel 1947 le Poesie nuove ed ultime.

Partito dall'ambito del realismo scapigliato e del bozzettismo ottocentesco, ben presto Tessa si affrancò dall'angustia provinciale in cui era caduta la poesia dialettale di fine Ottocento, recuperando direttamente l'esperienza di Porta, del cui grande magistero risente indubbiamente il suo dialetto, che però non rifiuta di mescidarsi e modernizzarsi costantemente. Così entrano nel suo vocabolario le espressioni quotidiane del "popolo che parla”, riconosciuto come unico e indiscusso "maestro" di lingua: e accanto alle voci della vita delle classi più umili hanno cittadinanza perfino le voci gergali del mondo della malavita e dei bordelli, con la loro parlata colorita e fosca. Inoltre l’inserzione accanto al dialetto di lingue nobili (latino, inglese, francese, tedesco), di ritagli di voci popolari ascoltate per strada, la preferenza per il verso libero tendono a produrre nella sua poesia una musica interna tutt'altro che banale, cui egli dava il giusto vigore nelle sue sapienti letture pubbliche presso gli amici più cari, in ristrette serate milanesi. Stilisticamente prevalgono in lui una forte violenza linguistica e un espressionismo marcato, che trasformano le note di cronaca in fantasie allucinate, mentre l’uso frequente di un registro macabro e grottesco, e la struttura articolatissima e dinamica dei testi, evidente soprattutto nei poemetti narrativi, ne fa vere "narrazioni" a più voci e a più piani intrecciati.

I personaggi che popolano la Milano tessiana sono spesso emarginati e reietti: prostitute, tenutarie di case chiuse, ospiti del manicomio, vecchie agonizzanti, professionisti incartapecoriti. Costituiscono un mondo fosco, rintracciato da Tessa nel cuore della vecchia Milano e descritto con estrema precisione anche topografica. Ne scaturisce il ritratto di un universo dissonante, deformato, tragico, in cui l'uomo appare completamente solo, sradicato da società e natura, e sembra sopravvivere solo in attesa della morte liberatrice. Ma Tessa sa anche accogliere questa moltitudine disperata nel suo affetto privo di giudizio e di pregiudizi, dando della Milano d’allora un affresco amaramente comico ed estremamente variegato.

La pobbia de cà Colonetta

L’è creppada la pobbia de cà

Colonetta: tè chì: la tormenta

in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada

e crich crach, pataslonfeta-là

me l’à trada chì longa e tirenta,

dopo ben dusent ann che la gh’era!

L’è finida! eppur... bell’e inciodada

lì, la cascia ancamò, la voeur nò

morì, adess che gh’è chì Primavera...

andemm... nà... la fa sens... guardegh nò!

Il pioppo di casa Colonnetti. È crepato il pioppo di casa Colonnetti: eccolo lì: l’uragano di questo luglio se Dio vuole ce l’ha fatta e cric crac, pataslonfeta-là me lo ha scaraventato qui lungo e disteso, dopo ben duecento anni che c’era! È finito! eppure... anche inchiodato lì, germoglia ancora, non vuol morire, adesso che viene la primavera... andiamo... via... fa pena... non guardarlo!

El gatt del sur Pinin

Pensa ed opra, varda e scolta,

tant se viv e tant se impara;

mi, quand nassi on’altra volta,

nassi on gatt de portinara!

Per esempi, in Rugabella,

nassi el gatt del sur Pinin...

... scartoseij de coradella,

polpa e fidegh, barettin

del patron per dormigh sora...

pisorgnitt del post disnaa,

tiraa adree finchè ven l’ora

de sarà el porton de straa!

Nanch quel crist d’on cava-oeucc,

con quell grand regoeuij ch’el fa

che, per solet, no ’l gh’à on boeucc

de fottà i client in cà;

nanch el sur Pinin, quell’omm

che in articol veggiaria

t’el pareggi ai preij del Domm,

e dalla portineria

alla cort granda, ai cortin,

ben d’avanz de quella megna

del padron, sui inquilin,

grand amis di gatt el regna;

nè a costù no manch, nè al Denti

quant a cuu no ’l ghe stà indree,

sto gatton per quell che senti!

Ah qui oeucc de forastee

che me guàrden, quell ciocchin

taccaa sù ch’el ciocca mai,

quell vess lì sul tavolin

semper lì, quell moeuves mai,

chè i magutt l’àn stremii sù

nè ’l va pu foeura de cà,

nanca el mogna, quant a lu,

mi l’óo mai sentii a mognà,

e... quell nient, quell vero nient...

lu per lu, sira e mattina

nient el fa, capisset, nient,

propri on nient de Vittorina!

Ah Rity, de quand la Frida

la t’à spaventaa la pilla,

ah che vita descusida,

dolorosa... dilla, dilla...

Es per adess, Rity, l’è tard,

ma per st’altra volta, impara,

ten a ment... daremm su i cart

per vess gatt de portinara!

Il gatto del signor Peppino. Pensa e opera, guarda e ascolta, tanto si vive e tanto si impara; io, quando nasco un’altra volta, nasco un gatto di portinaia! Per esempio, in via Rugabella nasco il gatto del signor Peppino... scartocci di coratella, polpa e fegato, berrettino del padrone per dormirci sopra... pisolini del pomeriggio, tirare a campare finché vien l’ora di chiudere il portone di strada! Nemmeno quel cristo d’un cava-occhi, con quella sua gran colletta, che, di solito, non ha più un buco dove ficcare i clienti in casa; neanche il signor Peppino, quell’uomo che quanto ad anticaglia lo metto alla pari delle pietre del Duomo, e che dalla portineria al cortile ai cortiletti regna sugli inquilini, grande amico dei gatti, molto più di quello spilorcio del padrone di casa; neanche a lui né al Denti, quanto a fortuna, non ha niente da invidiare ‘sto gattone, per quel che sento! Ah, quegli occhi di forestieri che mi guardano, quel sonaglino attaccato al collo che non suona mai, quello starsene lì sul tavolino sempre lì, quel non muoversi mai, perché i muratori lo hanno spaventato e non va più fuor di casa, non miagola nemmeno più, io non l’ho mai udito miagolare, e... quel niente, quel vero niente... lui da solo, sera e mattina non fa niente, capisci, niente, proprio un niente da Vittorina! Ah! Rity, da quando la Frida ti ha fatto sparire il grano, ah che vita scombinata, dolorosa... dillo, dillo... Adesso ormai è tardi, Rity, ma per quest’altra volta, impara, tieni a mente... faremo domanda per essere gatti di portinaia!

De là del mur

Foeura de porta Volta

de paes in paes

a la longa di sces

pedalavi in la molta

de la Comasna vuna

de sti mattinn passaa:...

me seri dessedaa

con tant de grinta, in luna

sbiessa e in setton sul lett

pensavi: «cossa femm

incoeu?... l’è festa... andemm...

aria!... de sti fodrett...

moeuvet! te sèntet no

la pendola? Madonna!

hin i noeuv or che sona

e sont in lett ammò!

giò con sti gamb... coragg,

ciappa la porta e proeuva

la bicicletta noeuva!»

A seri de vïagg

donca e de mja in mja

intant che pedalavi

quiettin... quiettin... vardavi

la campagna drevia,

vardavi i camp, i praa

noster chì de Milan,

qui cari patanflan

di noster praa, settaa

denter in la scighera,

denter a moeuj coi sò

fir de moron, coi sò

med de ganga... in filera

giò... giò... longa e longhera...

cassinn e cassinott,

paes e paesott

sgreg, pien de viran...

l’era

ona mattina grisa

d’ottober senza el vol

d’on passer, senza sol!...

... L’inverna ... qui de Pisa...

riven adess in troppa

e la terra per lor

la smonta de color!

(...un’utomôbel... s’cioppa!)

A manzina, chinscì,

che bella stradioeula!...

(... macchin ... macchin ... la spoeula

fan...) ... e voo giò de chì!

Gabb e gabbett... firagn;

terra sutta... che gira

intorna al milla lira

la pertega... dagn

per mi che ghe n’óo minga!

Anca a fa l’avvocatt

aaah... te gh’ee pocch de sbatt...

... client che te siringa,

l’Irma, el padron de cà,

la lus, el calorifer...

l’è la storta del chiffer

che besogna trovà,

la tetta de tettà!...

Cantell... cisto... Cantell...

zappà patati... quell

magara l’è de fà!

Torna come el Frigeri

alla scimma di scimm,

al caroeu dol Regimm...

al Viro... ai someneri

torna!

T’el là ol Pà-Bolla

o su l’uss ch’al temp ol stròlega!

a battegh la cattolega

proeuvi d’ona parolla!

«O vu Regió... disii

ch’a paes l’è cost chì?»

«A l’è Mombell... a l’è!»

Al di là del muro. Fuori da Porta Volta, di paese in paese, lungo le siepi, pedalavo nel fango della Comasina, una di queste mattine passate... mi ero svegliato con tanto di broncio, con la luna storta, e seduto sul letto pensavo: «cosa facciamo oggi? è festa... andiamo... aria! via da queste federe... muoviti! non senti la pendola? Madonna! sono le nove e sono ancora a letto! giù con queste gambe... coraggio, prendi la porta e prova la bicicletta nuova!». Ero in viaggio dunque e di miglio in miglio, intanto che pedalavo pianino pianino, guardavo la campagna intorno, guardavo i campi, questi nostri prati di Milano, quei cari macchioni dei nostri prati, seduti dentro la nebbia, dentro a mollo con i loro filari di gelsi, coi loro mucchi di letame... in fila giù giù... all’infinito... cascine e cascinotte, paesi e paesotti rustici, pieni di villani... era una mattina grigia d’ottobre, senza il volo di un passero, senza sole! ... L’inverno... quelli di Pisa... arrivano in folla adesso e la terra per loro stinge di colore! (... un’automobile... maledizione!) A sinistra, qui vicino, che bella stradicciola! (... macchine... macchine... fanno la spola...) ... e vado giù di qui! Salici e salicetti scapitozzati... filari; terra asciutta... che si aggira intorno alle mille lire la pertica... peggio per me che non ne ho! Anche a fare l’avvocato, aaah... hai poco da strafare... ... clienti che ti siringano, l’Irma, il padrone di casa, la luce, il calorifero; è la storta del chifel che bisogna trovare, la tetta da ciucciare!... Cantello... cisto... Cantello... zappar patate... quello magari è da fare! Ritorna, come il Frigerio, alla cima delle cime, al beniamino del Regime, al Viro... ritorna alle sementi! Eccolo là il Pà-Bolla che prevede il tempo sull’uscio! provo a chiedergli l’elemosina di una parola! «Oh voi, capo... dite, che paese è questo qui?» «È Mombello... è!».

Poesie di Luciano Erba

Tabula rasa?

È sera qualunque

traversata da tram semivuoti

in corsa a dissetarsi di vento.

Mi vedi avanzare come sai

nei quartieri senza ricordo?

Ho una cravatta crema, un vecchio peso

di desideri

attendo solo la morte

di ogni cosa che doveva toccarmi.

Incompabilità

Sin tanto che don Oldani

e i venticinque esploratori

si rincorrono su queste lastre di piombo

io mi immagino il popolo di donne

della cerchia più antica della città.

Addormentate agli ultimi piani

in un letto di ferro

quante sognano la mia sciarpa di seta?

Guardo la città grigiorossa

domenicale, dal terrazzo del duomo

ma potessi volare

ai bei gerani sulle lunghe ringhiere

varcare porte, e a piedi nudi

camminare sugli esagoni rossi

poi vedermi alle vostre specchiere

brune ninette, che abitate il verziere!

Partono adesso i crociati

io rimango quassù

con una spia albanese

che fotografa torri e ciminiere.

Domenica in Albis

Questo è un regno di pioggia, un mondo vizzo

di fantesche accodate ai music-halls,

di bambini sospesi a un palloncino

color lampone, vicino fuma il padre

ha le guance screziate dal rasoio.

Questo è un giorno di festa che ti esilia

alla soglia d'amore e dell'addio

a due mani di donna che tu hai visto

indugiare un istante tra le perle

di una breve collana

sembravan dire

per noi la vita è sempre mañana.

La piroga

Si passano le stagioni

a scavare il tronco di un albero

per preparare la piroga

su cui c’imbarcheremo in autunno.

Senza risposta

Ti ha portata novembre. Quanti mesi dell’anno durerà la dolceamara vicenda di due sguardi, di due voci?

Se io avessi una leggenda tutta scritta direi che questo tempo che ci sfiora ci appartiene da sempre. Ma non sono che un uomo tra mille e centomila ma non sei che una donna portata da novembre e un mese dona e un altro saccheggia. Sei una donna che oggi tiene un naufrago impaziente dimmi tu sei scoglio o continente?

Un'equazione di primo grado

La tua camicetta nuova, Mercedes

di cotone mercerizzato

ha il respiro dei grandi magazzini

dove ci equipaggiavano di bianchi

larghissimi cappelli per il mare

cara provvista di ombra! per attendervi

in stazioni fiorite di petunie

padri biancovestiti! per amarvi

sulle strade ferrate fiori affranti

dolcemente dai merci decollati!

E domani, Mercedes

sfogliare pagine del tempo perduto

tra meringhe e sorbetti al Biffi Scala.

Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile

lasciarsi dietro le curve

con un supremo colpo di freno

galoppare in piedi sulla sella

altre superbe cose

apparivano all’altezza degli occhi.

Ora gli anni volgono veloci

per cieli senza presagi

ti svegli da azzurre trapunte

in una stanza di mobili a specchiera

studi le coincidenze dei treni

passi una soglia fiorita di salvia rossa

leggi "Salve" sullo zerbino

poi esci in maniche di camicia

ad agitare l’insalata nel tovagliolo.

La linea della vita

deriva tace s’impunta

scavalca sfila

tra i pallidi monti degli dei.

Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni e il giorno per te s’inizia con altro cielo. Sul treno delle vacanze cerco il tuo viso e le nostre stature il nostro respiro giovane oltre i larici. Mi ridico per ritrovare la tua voce di allora certi nomi di luoghi che pronunciavi indicandoli al di qua della valle. Amarti è questo, e piangere. Altro non so. La pena è certa è il rimorso.

Quartieri solari Milano ha tramonti rossi oro. Un punto di vista come un altro erano gli orti di periferia dopo i casoni della «Umanitaria». Tra siepi di sambuco e alcuni uscioli fatti di latta e di imposte sconnesse, l’odore di una fabbrica di caffè si univa al lontano sentore delle fonderie. Per quella ruggine che regnava invisibile per quel sole che scendeva più vasto in Piemonte in Francia chissà dove mi pareva di essere in Europa; mia madre sapeva benissimo che non le sarei stato a lungo vicino eppure sorrideva su uno sfondo di dalie e di viole ciocche.

Senza bussola 

Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato

secondo Malthus neppure essere nato

secondo Lombroso finirò comunque male

e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois

scappare, dunque, scappare

in avanti in dietro di fianco

(così nel quaranta quando tutti) ma

permangono personali perplessità

sono ad est della mia ferita

o a sud della mia morte?

Un cosmo qualunque

Abitano mondi intermedi

spazi di fisica pura

le cose senza prestigio

gli oggetti senza design

la cravatta per il mio compleanno

le Trabant dei paesi dell'est.

Tèrbano, ma che vorrà dire?

Forse meglio di altri

esprimono una loro tensione

un’aura, si diceva una volta

verso quanto ci circonda.

Rema in piedi

Rema in piedi controcorrente

per salutare gli amici sopra il ponte

beve con noi un vino spesso e forte

seduti a un lungo tavolo di legno

appare e scompare in mezzo agli alberi

nel più fitto del bosco.

È il monaco che passa su un fiume gelato.

È il Figlio, nell'idea direi incompleta

che provo a farmi della Trinità.

Preghiera

Non sta scritto nemmeno negli apocrifi

che tu abbia mai riso né sorriso

si può solo intuire, ma è permesso?

dottrinalmente corretto?

forse te ne sto dando l’occasione

almeno per questo

ti prego di trovarmi, o lasciarti trovare

nei luoghi dell’assenza.

 

«La poesia è nulla, la registrazione del nulla, l’eterno invece è ancora l’archetipo di tutto. Quando mi sfug­ge dalle mani cerco in ogni caso di descriverlo, e di trasmettere a chi mi legge la sensazio­ne che questa vana ricerca mi lascia nelle mani. Cerco di afferrarlo, l’eterno, ma quello che riesco ad afferrare è questo nulla». Non è una dichiarazione di fallimento questa che Luciano Erba (1922-2010) affida a un’intervista rilasciata pochi mesi prima della morte. È piuttosto l’umile convinzione di non avere risposte a tutte le domande: «la poesia è una ricer­ca, è un po’ come una ri­cerca religiosa, è cercare Dio […] Ri­cerca della verità, sapendo benis­simo di non poterci arrivare, perché è una ricerca mai asser­tiva, sempre dubitativa, con­tinua. La mia poesia l’ho trovata senza mai ottenere una risposta, oppure ho trovato risposte e allora non c’era la domanda». Anche quest’ultimo paradosso fa parte delle certezze del poeta lom­bardo, che proprio della moderazione, del rifiuto dell’enfasi declamatoria ha fatto la cifra del suo poetare, lontano tanto dall’ermetismo quanto dall’estetismo. La sua lingua poetica tersa e rigorosa, allegge­rita da una profonda ironia (e autoironia) rende il dettato lim­pido e appassio­nato. Ma l’ironia non è per lui semplice artificio retorico, bensì vero e proprio strumento di co­noscenza, in grado di esprimere il de­siderio di trascendenza, la tensione verso l’assoluto, senza che questo diventi mai dogmatismo o fanatismo religioso. Afferma il poeta: «a me sem­brava che il do­mandarsi da dove nasce il mondo, la bellezza di questo domandarsi, sia cosa legittima anche in un’epoca come la nostra dove tutto è stato più o meno spiegato».

Il suo esordio poetico avviene nel 1951 con Linea K, dove è riletta la tragica esperienza dei campi di lavo­ro in Svizzera durante la guerra; seguono, tra le raccolte più significative, Il bel paese (1955), che allude ironicamente a una Lombardia perduta, Il male minore (1960), che riassu­me la prima fase della sua produzione, Il nastro di Moebius (1980), L’ippopotamo (1989), L’ipotesi cir­cense (1995); Remi in barca (2006). È soprattutto in questa ultima fase che la “cac­cia spirituale” di Erba assume definitivamente i con­notati della ricerca religiosa, grazie alla ca­paci­tà delle cose più umili di «riempire il nulla». Erba ci svela il senso profondo di tanti oggetti insi­gnificanti, «le cose senza prestigio, / gli oggetti senza design [che] meglio di altri / esprimono una loro tensione, / un’aura, si diceva una volta / verso quanto qui ci circon­da» (Un cosmo qualun­que). E a questi affianca personaggi “margi­nali”, di scarsa rilevanza so­ciale, in grado però di rivelare la vera essenza del mondo più di teorie filosofiche o asserti teologici.

Poeta lombardo fu certamente Erba, che però alle immagini della Milano in cui visse affian­ca sce­nari lacustri e alpestri cui aggrapparsi per trovare certezze, convinto in ogni ca­so che la verità ultima è sempre oltre. Il compito che egli si era assegnato era quello di trascri­vere in poesia ciò che altrimenti avrebbe rischiato di pas­sare inosservato: umili realtà che di­ven­tano semi di trascendenza, quasi eliotiani “correlativi oggettivi”, in grado di svela­re, grado per gra­do, il sen­so vero della vita.

Poesie di Antonia Pozzi

Prati

Forse non è nemmeno vero

quel che a volte ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò che chiamavi la luce

è un abbaglio,

l'abbaglio supremo

dei tuoi occhi malati –

e che ciò che fingevi la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

 

Forse la vita è davvero

quale la scopri nei giorni giovani:

un soffio eterno che cerca

di cielo in cielo

chissà che altezza.

 

Ma noi siamo come l'erba dei prati

che sente sopra sé passare il vento

e tutta canta nel vento

e sempre vive nel vento,

eppure non sa così crescere

da fermare quel volo supremo

né balzare su dalla terra

per annegarsi in lui.

Milano, 31 dicembre 1931

Così sia

Poi che anch'io sono caduta

Signore

dinnanzi a una soglia –

 

come il pellegrino

che ha finito il suo pane, la sua acqua, i suoi

sandali

e gli occhi gli si oscurano

e il respiro gli strugge

l'estrema vita

e la strada lo vuole

lì disteso

lì morto

prima che abbia toccato

la pietra del Sepolcro –

 

poi che anch'io sono caduta

Signore

e sto qui infitta

sulla mia strada

come sulla croce

 

oh, concedimi Tu

questa sera

dal fondo della Tua

immensità notturna –

come al cadavere del pellegrino –

la pietà

delle stelle.

9 aprile 1933

Lamentazione

Che cosa mi ha dato

Signore

in cambio

di quel che ti ho offerto?

del cuore aperto

come un frutto –

vuotato

del suo seme più puro –

gettato

sugli scogli

come una conchiglia inutile

poi che la perla è stata

rubata –

 

che cosa mi hai dato

in cambio

della mia perla perfetta

diletta?

quella che scelsi

dal monile più splendente

come sceglievano i pastori

antichi

nel gregge folto

l'agnello più lanoso più robusto più bianco

e l'immolavano

sopra il duro altare?

 

Che cosa hai fatto tu

se non legarmi

a questo altare

come ad una eterna

tortura? –

 

Ed io ti ho dato

la mia creatura

unica

la mia ansia materna

inappagata

il sogno

della mia creatura non creata

il suo piccolo viso senza

fattezze

la sua piccola mano senza

peso –

Sulle rovine della mia casa non nata

ho sparso

cenere e sale –

 

E tu

che cosa mi hai dato

in cambio

della mia dolce casa

immacolata?

se non questo deserto

Signore

e questa sabbia che grava

le mie mani di carne

e m'intorbida gli occhi

e m'insudicia le piaghe

e m'infossa

l'anima –

 

non ci sono più nembi

nel tuo cielo

Signore

perché si lavi

in uno scroscio

tutta questa

miseria?

Milano, 6 maggio 1933

Minacce

Campane

frane lente di suoni

giù dai pascoli

dentro valli di nebbia.

 

Oh, le montagne,

ombre di giganti,

come opprimono

il mio piccolo cuore.

 

Paura. E la vita che fugge

come un torrente torbido

per cento rivi.

E le corolle dei dolci fiori

insabbiate.

 

Forse nella notte

qualche ponte verrà

sommerso.

 

Solitudine e pianto –

solitudine e pianto

dei làrici.

Breil, 3 agosto 1934

Altura

La glicine sfiorì

lentamente

su noi.

 

E l'ultimo battello

attraversava il lago in fondo ai monti.

 

Petali viola

mi raccoglievi in grembo

a sera:

quando batté il cancello

e fu oscura

la via al ritorno.

11 maggio 1935

Morte di una stagione

Piovve tutta la notte

sulle memorie dell'estate.

 

A buio uscimmo

entro un tuonare lugubre di pietre,

fermi sull'argine reggemmo lanterne

a esplorare il pericolo dei ponti.

 

All'alba pallidi vedemmo le rondini

sui fili fradice immote

spiare cenni arcani di partenza –

 

e le specchiavano sulla terra

le fontane dai volti disfatti.

Pasturo, 20 settembre 1937

Maria Corti, la grande italianista, affermava di Antonia Pozzi che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma in­sieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica». Quando a ventisei anni, nel dicembre 1938, decise di togliersi la vita dichiarando di non aver più la forza di lottare, lasciò in eredità ai posteri poesie e fotografie che rispecchiano il suo animo esacerbato e nello stesso tempo la costante ricerca di armonia nel creato.

Alla poesia in particolare Antonia dedicò lo spazio più intimo del suo essere, sempre in bilico tra attaccamento alla terra e indomabile anelito verso l’altezza, sia in senso fisico (l’amore per le montagne, su cui compiva frequenti scalate con la guida alpina Emilio Comici) sia metafisico (la smania di assoluto che la dila­niava). Scalare una montagna equivaleva per lei ad espiare la colpa e poter incontrare nella solitudine il Dio che accoglie e consola. Sulla sommità della montagna le pareva di unirsi panicamente con la natura e con la divinità, in un amore sublime e atemporale («Anima, sii come la montagna: / che quando tutta la valle / è un grande lago di viola / e i tocchi delle campane vi affiorano / come bianche ninfee di suono, / lei sola, in alto, si tende / ad un muto colloquio col sole»).

Però l’angoscia che l’accompagnò costantemente si fece negli anni sempre più cruda e violenta: man mano affiorava nella sua poesia una luce sempre più crepuscolare, una luce di tramonto che non sarà seguito da nessuna alba, da nessuna rinascita: «scende la notte- / nessun fiore è nato- / è inverno -anima- / è inverno».  L’incontro con la notte fu per lei un ritorno verso l’ombra, verso il traguardo odiato e desiderato, verso l’annullamento che attraverso «lunghe scale» la portò a dissolversi: a testimoniare un’anima che non ha saputo vincere il peso della vita resta la sua poesia.

Il suo stile è personalissimo, ricco di suggestioni bibliche sfo­cianti in preghiera, alla costante ricerca di risposte che non giungono; per lei solo la poesia può alleviare (ma non cancellare) la sofferenza di chi non trova il senso ultimo dell’esistere. Come scrisse in una lettera «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare».

Poesie di Nico Naldini

È morto lo scorso 9 settembre Nico Naldini, cugino di Pier Paolo Pasolini; friulano come lui (ma molto meno noto) e da lui fatto conoscere già nel ’48 con un gruppetto di versi giovanili editi sotto il titolo Seris par un frut (Sere per un fan­ciullo). Li accomunava la passione per la poesia e per il dialetto friulano usato “di cà da l’aga” (“al di qua dell’acqua”, cioè sulla riva destra del Taglia­mento), tanto che insieme avevano fondato nel ’45 l’Academiuta di lenga furlana (Pic­cola ac­cademia di lingua friulana), «una specie di Arca­dia, o con più gioia, una specie molto rustica invero, di salotto letterario», come scriverà poi Pasolini. A questa straor­dinaria esperienza si ispireranno importanti poeti friulani come Amedeo Giacomini, Um­berto Valentinis, Novella Cantarutti, Leonardo Zanier.

La cultura di Naldini non fu peraltro provinciale, ma si arricchì attraverso l’amicizia di uo­mini di cultura quali Filippo De Pisis, Giovanni Comisso, Sandro Penna, Goffredo Parise, Ma­rio Soldati, Elsa Morante, Andrea Zanzotto. E le sue letture spaziavano nella letteratura italiana ed europea, da Dante a Leopardi, da Machado a Rilke, da Marin a Montale, dagli spagnoli ai felibristi provenzali.

La sua vena poetica fu offerta con parsimonia, a cadenze dilatate: Un vento smarrito e gentile (1958), con testi in friulano, veneto e italiano, i testi della prima raccolta insieme ad altre poesie in chioggiotto e in ita­liano nel volume La curva di San Floreano (1988), nel ’97 Meglio gli antichi castighi, cinque anni dopo il poema Piccolo romanzo magrebino (2002), legato alla sua lunga esperienza nor­dafri­cana, poi I confini del paradiso (2004) e la raccolta Una striscia lunga come la vita (2009), caratterizzata più delle altre dall’insi­stenza sul tema dell’omosessualità.

Al centro della produzione di Naldini si pone la silloge Meglio gli antichi castighi, un canzo­niere in quattro sezioni nella prima delle quali prevale la tematica dell’amicizia con uomini di cultura come De Pisis, Comisso, Parise, Pasolini, Zanzotto; seguono le sezioni dominate dall’affetto per quelli che Pasolini avrebbe definito “ra­gazzi di vita”, e dall’amore per la madre, ad esprimere compiutamente la “di­sperazione amorosa” dello scrittore.

Naldini è poeta spontaneo al limite della brutalità, ma anche ironico e leggero, ricco di gentilezza e altruismo, anche quando contesta la mentalità retriva dell’Italia d’allora: «Quando mi smarrisco dentro di me –affermava- trovo un po’ di gentilezza nella com­prensione del mondo». Oltre che poeta fu scrittore, biografo, consulente editoriale, giornalista per il “Corriere della Sera”, “Il Ma­nifesto”, “Il Piccolo”, memorialista, regista: un uomo che ha saputo attraversare la cultura del ‘900 con determinazione e coraggio, senza mai cercare il facile con­senso.

Un sofli di vint

Un sofli di vint al è nassùt

da che nula nera:

i fii di erba ‘a àn trimàt.

 

Tal lac ingrisignìt li’ nulis

‘a si spielin sensa colòurs.

 

Il vint al ven dai mons a la planura:

tai ciantòns da li’ stradis

li’ giostris di ciartis e polvar

‘a maravein i frus.

 

Un soffio di vento è nato / da quella nuvola nera: / i fili d’erba hanno tremato. // Nel lago raggricciato le nuvole / si specchiano senza colori. // Il vento viene dai monti alla pianura: / agli angoli delle strade / le giostre di carte e polvere / meravigliano i fanciulli.

 

I

È arrivata la vecchiaia.

Dio mio, cosa ne farò?

La terrò al caldo, ma dove?

Andrò in giro a chiacchierare,

ma con chi?

Un ritaglio di natura serena,

un piccolo altare?

Non scherziamo!

Incidermi le vene?

È cerimoniale d’altri tempi.

Neanche la morte per gelo

in un giardino pubblico

va ora più bene;

con tante siringhe in giro

si è già tra larve.

Altri programmi per la vecchiaia?

I viaggi, una bella barba.

Ma forse mi farò trascinare

su e giù per il Mediterraneo

dalla motonave Habib.

Questo è più allettante.

Ma una volta in altomare

avrò lo sguardo fisso sul vuoto

oppure farò l’occhiolino ai marinai?

Sono così di bocca buona

che me lo permetteranno.

Già oggi sono sceso dalla rupe

di Cap Blanc

con passo artritico.

Come si adatta il piede

a strisciare sugli accidenti del terreno

le mani protese a un equilibrio

che è una vittoria.

Mahres ridendo

da una balza all’altra

in una luce

che di per sé era una ferita

mi offriva il suo sostegno.

Ma rideva troppo

benché non ce ne fosse la necessità.

E nel fondo

(ha diciannove anni

e una vita da affermare)

gli piaceva.

I ragazzi del parcheggio

Preambolo

Esco di casa, a quest’ora le strade

si riempiono di gioventù.

Alla stazione del trenino ne scendono grappoli

si disperdono qua e là

e come negli assembramenti delle formiche

non si esauriscono mai nell’andirivieni serale

festoso e senza scopo.

Mi aggancio le mani dietro la schiena

e avanzo posando qua e là il fuoco degli sguardi

a tratti tuttavia nascondendomi

dietro uno scudo di indifferenza

per lasciarmi assorbire dallo spettacolo.

C’è bisogno di metodo per osservare,

suddividere il mondo per categorie, ecco il punto.

La prima è quella dei ragazzi laboriosi.

Vengono poi quelli sempre seduti al caffè

e infine quelli che gironzolano

tra un treno e l’altro.

[…]

II

Walid è scontento di tutto

anche delle molte cose che si concentrano

nella sua bellezza di denti, occhi e portamento.

Con andatura alata

balza da un gradino all’altro

perché è conformato alla souplesse degli stadi

dove per qualche stagione è stato un divo.

Ha ventun anni ma si sente sorpassato

e benché i suoi tratti siano inalterabili

egli stesso sta togliendo loro un poco alla volta

la felice fusione di un tempo.

«Voglio vedere come farai a diventare brutto»

gli ho detto e lui ha sorriso.

Poi il filo della scontentezza si è dipanato.

Domani arriva la sua fidanzata dalla Francia

e lui non ha i soldi per il benvenuto.

Ho risolto i suoi problèmes

ma addio per sempre, Walid.

III

Alle otto del mattino

sto riassettando la mia stanza e

raccogliendo la sabbia caduta sulla terrazza.

Scacciate le ultime nuvole

presto il carro del sole

salendo dietro il melograno

scalderà il sentiero

quello per il quale ieri sera

sono arrivati coloro che aspettavo

attraversando la foresta di mimose

con passo così cauto

che sembravano sospinti dagli aliti della notte.

Haykel è apparso

tra due quinte di cactus

ed è scomparso per la stessa strada

lasciando dietro di sé solo il rumore

di un ramo secco calpestato.

Rijad molto più bruno

si è confuso a lungo con la siepe

finché ha rivelato prima i colori

del maglione e poi del suo viso.

Ogni sentiero tracciato nella foresta

ha molteplici varianti

e a tentarle a caso c’è da perdersi

cento volte prima di ritrovarsi.

Rischio del tutto fuori luogo

per questi ragazzi

che non temono né trappole né labirinti.

IV

Un rombo copre il cielo notturno

fino ai margini prossimi a incendiarsi.

Ogni notte e fino all’alba

c’è questo faticoso allacciarsi

dell’Oriente all’Occidente e gli aerei

giunti riarsi dall’aria del deserto

ora si tuffano nell’occhio tempestoso

del Mediterraneo. Sono i miei compagni notturni.

Ora sulla mia terrazza

la pallida aurora sta cadendo

di un giorno qualsiasi

nei fluidi delicati di un autunno

cui l’estate è rimasta avvinta distrattamente.

E non appena il sole avrà compiuto il suo giro

predisponendo di nuovo il cielo

a quel rombo astrale,

due o tre ragazzi uno dopo l’altro

si presenteranno nell’inquadratura della mia porta

dando al loro ritratto l’aspetto di un viandante

che si è concessa una sosta furtiva.

Improvvisazioni su mia madre, IV

Mi aveva allevato in un nido

caldo e sicuro, reso più vasto

dai sogni che vi si facevano.

È vero che ogni tanto mi obbligava

ad affrontare il mondo

abbandonandomi sulla soglia

dell’asilo infantile,

ma anch’io ben presto presi gusto

di quell’aria soavemente aspersa

e una notte violai le regole della tribù.

Nessun trauma, per carità, anzi

mi godevo quella parte che sentivo

essermi stata promessa

già ai miei esordi in quel nido.

Post-scriptum

Spesso ancora nei sogni

m’innalzo allo sconforto

del nostro solaio,

all’accumulo del nostro passato

caduto in tanta polvere

sotto la vertigine delle travi

frementi a ogni temporale.

Lassù volati

i detriti delle nostre vite

ancora non tralasciano

il loro lamento.

Poesie di Mariangela Gualtieri

Nata a Cesena nel 1951, laureata in Architettura, la Gualtieri fonda nel 1983 con Cesare Ronconi il Teatro Valdoca, tra i più importanti teatri di sperimentazione, e con Milo De Angelis vi fa nascere una Scuola di Poesia dove ha modo di confrontarsi con alcune delle più importanti voci poetiche del secolo: Fortini, Luzi, Bigongiari, Franco Loi, Amelia Rosselli, Alda Merini. Esordisce tardi in poesia con Antenata (1992), cui se­guono negli anni Fuoco centrale (1995), Nei leoni e nei lupi (1997), Senza polvere senza peso (2006), Bestia di gioia (2010), Le giovani parole (2015), Quando non mo­rivo (2019).

La sua parola, sempre alla ricerca di echi e sugge­stioni che vadano oltre il significato immediato dei termini scelti, si affianca al silenzio degli spazi bianchi, in un rapporto di circolarità che reciprocamente li illumina: «la poesia – afferma - ha proprio questa pe­culiarità: è parola che tiene con sé il silenzio, parola che ha al proprio centro il silen­zio». È una ricerca non formale, che vuole ridare vita alle parole: «forse la poesia, forse tutta l’arte nasce da questa insufficienza della lingua corrente, che finge di poter dire ciò di cui davvero ci importa, per poi lasciarci sempre inappagati, delusi. Certo è viva in me l’esigenza di rinominare le cose, di richiamare alla vita o alla vivezza le parole, strap­pandole dal luogo logoro in cui sono relegate».

Il sentimento che domina ovunque nella sua produzione è pertanto lo stupore, l’at­tesa dello svelamento di ciò che sta dietro la parola, e che solo la poesia è in grado di scoprire. Proprio per rag­giungere questo livello profondo del senso, Gualtieri stravolge il linguaggio comune, violando la semantica, trasgredendo le regole grammaticali e sintattiche, incidendo sulla lingua quelle che lei definisce «ferite perfette»: lap­sus, de­viazioni, deformazioni semantiche che mirano a un’idea di perfezione che vince la lo­gica. In questa esplorazione verso una sempre più perfetta (ma irraggiungibile) comu­nione con tutte le entità dell’universo, hanno cittadinanza nella poesia di Mariangela Gualtieri gli oggetti più svariati: fiumi e porte, aghi e candele, ponti e coltelli, persone e animali, in un caleidoscopio di apparizioni che interpellano la lingua stessa che le no­mina. Ne scaturisce una scrittura contemplativa che si nutre di osservazione, di appro­fondimento, ma anche di assenza, di domande che cercano invano risposte piena­mente soddisfa­centi.

Il linguaggio non segnava

Il linguaggio non segnava vantaggi, ma si scolava via come buccia e sottosopra con feroce spolpo andava vuotamente più del sibilo su tutte le cose. Dal loro fondo liso le parole straccetto hanno un alito amaro, le parole fagotto, le care parole cadute giù. Ho parole stampelle, parole porte parole ali sotto i vestiti, parole strade e fiumi parole barche affilate. Ho solo parole e ali incerte – ali incerte e parole. io sono senza aggettivi, io sono senza predicati, io indebolisco la sintassi, io consumo le parole, io non ho parole pregnanti, io non ho parole cangianti, io non ho parole mutevoli, non ho parole perturbanti, io non ho abbastanza parole, le parole mi si consumano, io non ho parole che svelino, io non ho parole che puliscano, io non ho parole che riposino, io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza parole, mai abbastanza parole…

Io sento il piangere delle cose. Sento il piangere di tutte le cose. Strazio sento delle. Pianto sento delle Io sento Delle. Io pianto pianto. Delle cose. Piangono. Sì. Fatica sento sì. Arrancatura. Sì.

La candela dice

La candela dice: io mi consumo senza lamentele che pena, quel tuo chiedere durata la pianura dice: io accolgo, accolgo largamente e l’ago dice: perdermi mi piace, stare dimenticato nelle fessure, essere ignorato. E tu? e il coltello dice io taglio i ponti divido un pezzo dall’intero so dare ferite perfette. E tu.

C'è nel riso dell'uomo

C'è nel riso dell'uomo la meraviglia sotto la pelle dei pezzi di pane da mangiare subito si vedono le corde vive nei bracci poi verrà la pioggia a lavare le schiene infilare la tosse nei petti

Se questo è amore, mi dico.

Se questo è amore, mi dico. Ma sì, questo è l’amore che conosciamo. Ora. Amore appiccicato, che incolla quel poco di ala modesta sulla schiena. Amore legato. In cui si ripete la solfa del tu e dell’io. Non siamo capaci di essere insieme acqua e moto, sale e onda, unica impresa spettacolare. Come il mare laggiù, lo vedi?

C’è nella tristezza un contagio

C’è nella tristezza un contagio amore mio, e da questo si vede che abbiamo fatto comune cuore e siamo uno che appare due. Allora io insemino la gioia in questa cosa che non consiste però esiste e tiene entrambi appesi. La gioia ce la metto io.

Volevo tutte le sbandate

Volevo tutte le sbandate essere viva fino allo scortico essere tavolo pietra bestiale essere bucare la vita coi morsi infilare le mani in suo pulsare di vita scavare la vita scrostarla sfondarla spericolarla battermi con lei fino ai suoi sigilli. Per amore – per amore – tutto per amore.

Noi tutti non siamo solo

Noi tutti non siamo solo

terrestri. Lo si vede da come

fa il nido la ghiandaia

da come il ragno tesse il suo teorema

da come tu sei triste

e non sai perché. Noi

tutti, noi forse ritornati,

portiamo una mancanza

e ogni voce ha dentro una voce

sepolta, un lamentoso calco di suono

che un po’ si duole anche quando

canta. Te lo dico io

che ascolto

il tonfo della pigna e della ghianda

la lezione del vento

e il lamento della tua pena

col suo respiro ammucchiato sul cuscino

un canto incatenato che non esce.

 

Ascoltare anche ciò che manca.

L’intesa fra tutto ciò che tace.

Sii dolce con me

Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. Ma non avremo le mani. Non potremo fare carezze con le mani. E nemmeno guance da sfiorare leggere. Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti. Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te. Quello che siamo è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei e affettivo e fragile. La vita ha bisogno di un corpo per essere e tu sii dolce con ogni corpo. Tocca leggermente leggermente poggia il tuo piede e abbi cura di ogni meccanismo di volo di ogni guizzo e volteggio e maturazione e radice e scorrere d’acqua e scatto e becchettio e schiudersi o svanire di foglie fino al fenomeno della fioritura, fino al pezzo di carne sulla tavola che è corpo mangiabile per il mio ardore d’essere qui. Ringraziamo. Ogni tanto. Sia placido questo nostro esserci - questo essere corpi scelti per l’incastro dei compagni d’amore. nei libri.

Febbraio dice

Febbraio dice

parole di tramestio nelle tane

e in ogni radice cresce

un formicolío di valvole accese.

Ascolta. Una cocciutaggine d’intesa

prelude piano piano la ripresa

il perdifiato dei fiori. Saranno qui

fra poco. Di nuovo nuovi. Intatti.

Scandalosi.

Io non vi credo

Io non vi credo cose che vedo

perché chiudendo gli occhi

una vitalità di costellazioni

d’altro mondo

vi sopravanza

e la supremazia del visibile

s’incrina in felicità.

Non c’è spina

oltre le vostre sponde

niente confina o crolla

niente s’impolvera

in quella luce.

Questo giorno che ho perso

Questo giorno che ho perso

ed ero nell’esilio

dentro panni che non erano miei

e scarpe che mi disagiavano

e tasche che non riconoscevo

e correvo correvo puntuale

senza neanche un dono

per nessuno. Solo un vuoto, corto

respirare. A conferma che nel disamore

il fare anche se fai resta non fatto.

Explicit

La gioia si condensa in particelle legate, si fa sfera rotante e firmamento, si getta nella vita danzante senza perire, senza esaurire, immutata, intoccata, seducente. Conduce a sé e il morire dei corpi non è che l'entrare fuori misura. Senza chili, senza metri, senza particelle. Alleluiare.

Poesie di Franco Loi

È morto all’inizio di quest’anno, novantenne, Franco Loi, poeta in dialetto milanese che ha matu­rato nel corso degli anni una religiosità molto personale, anarchica, se vogliamo, ma appassionata e autentica. La sua prima produzione poetica nacque tutta in un decennio cruciale, tra il 1965 e il 1974, ed è così rievocata dal poeta: "Scrivevo versi per quattordici ore filate al giorno [...] Camminavo per la mia stanza ridendo, pian­gendo, re­citando [...] ma nella stanza c'era un sé che dettava, qualcuno che mi det­tava dentro: una pre­senza che av­vertivo sul capo come un calore e che mi osservava indiffe­rente a quanto mi accadeva. Ecco perché mi sono sempre considerato amanuense di Qualcuno".

Da I cart (Le carte, 1973) a Poesie d'amore (1974) a Stròlegh (Astrologo, 1975), “visione in qua­rantadue passaggi”, tappa fondamentale della sua produzione, la sua poesia è stata fin dall’inizio visionaria e allusiva, un sogno ad occhi aperti, una speranza irrazio­nale, una ricerca ininterrotta.

Lo stile potentemente espressionistico che l’ha sempre caratterizzata scaturiva da una violenta combinazione di re­gistri, che spaziavano dal grottesco al sarcastico dall’ironico al satirico; il dialetto usato nella vasta produzione è un milanese “reinven­tato”, mesci­dato di altri dialetti, intriso di forestierismi e latinismi, arcaismi e neologismi: un idioma personalissimo e inimitabile. Temi ricorrenti della sua poesia sono il trauma della guerra e delle vio­lenze nazi-fasciste, la drammatica scoperta della presenza insopprimibile del male nella storia, l’osservazione accorata degli umili trascurati dalla storia: ma da questa dolorosa concezione dell'esistenza scaturisce in Loi un’in­vocazione costante, quasi una preghiera laica alla ricerca del senso della vita.

La fase centrale della sua produzione inizia con L’Angel (1981), romanzo in versi magmatico e potente che traccia il singolare ritratto di “un eroe italiano” (questo avrebbe dovuto esserne il titolo), un uomo che si crede un angelo in esilio dal Paradiso e vive la sua vicenda umana con intensa passione. Su questa stessa linea si collocano le altre raccolte, uscite a ritmo incalzante negli anni ottanta e novanta: Lűnn (Lune, 1982), dalla fascinosa ambientazione notturna; Bach (1986), domi­nata dalla ricerca del dialogo con la morte e dal desiderio di recuperare il valore della vita; Liber (1988: Libro, ma anche Libero/Liberi), dove ricompare l’utopia di una palingenesi rivoluzionaria in grado di liberare l'uomo moderno; Umber (Ombre, 1992), che vede ulteriormente incrinarsi il rap­porto tra società e poeta; Amur del temp (1999), me­moriale della donna amata e del tempo che fugge lasciandoci “furest a nűm, a lur, al so insugnàss (forestieri a noi, a loro, al loro sognarsi)”. Forse meno significativa è stata la produzione poetica dell’ultimo ventennio, durante il quale però Loi ha continuato a essere presente sulla scena culturale italiana con importanti saggi, racconti e tradu­zioni.

Oh quanta gent

Oh quanta gent che morta sü ‘na strada

la storia l’è passada sensa véd,

quèl ref de la speransa generusa

che l’umbra mia de mì sia pü de lé,

oh quanta gent che morta sü ‘na strada

par che la spetta e la spetta pü,

e passa l’aria e la curr luntan

due che la gent s’insogna che la vita

se tègn scundüda, e che la turnarà.

Oh, quanta gente che morta su una strada / la storia è passata senza vedere, / quel filo della speranza generosa / che l’ombra mia di me sia più della storia, / oh quanta gente che morta su una strada / sembra che aspetti e non aspetta più, / e passa l’aria e corre via lontano / dove la gente  sogna che la vita / si tiene nascosta, e che ritornerà.

Se scriv

Se scriv perchè la mort, se scriv 'me sera quan' l'òm el cerca nient nel ciel piuü, se scriv perchè sèm fjö o chi despera, o che 'l miracul vegn, forsi vegnü, se scriv perchè la vita la sia vera, quajcòss che gh'era, gh'è, forsi ch'è pü.

Si scrive perché la morte, si scrive come sera / quando l'uomo cerca niente nel cielo piovuto, / si scrive perché siamo ragazzi o chi dispera, / o che il miracolo venga, forse venuto, / si scrive perché la vita sia più vera, / qual­cosa che c'era, c'è, forse non c'è più.

Puèta

Puèta, disen, d'òm inamurâ, puèta, disen, a chi piang la sera, e la matina s'alsa desperâ. Ma anca al legriusà se dis puèta, a chi sa ben parlà, bev e magnà, e a quel che canta i donn, e amô puèta disen la giuentü che sa encantass. Ma quèj che fan murì cun la puesia ligada sü, ciavada, e fan negà nel liber de la vita... Avemaria! În no puèta, în no òmm de lüstrà. Je ciàmen massa e ciau, e cusì sia.

Poeta, dicono d'uomo innamorato, / poeta, dicono, a chi piange la sera / e la mattina s'alza disperato. / Ma anche al rallegrarsi si dice poeta, / a chi sa ben parlare, bere e mangiare, / e a quello che canta le donne, e ancora poeta / dicono la gioventù che sa meravigliarsi. / Ma quelli che fanno mo­rire con la poesia / legata dentro, chiusa a chiave, e fanno annegare / nel libro della vita... Avemaria! / non sono poeti, non sono uomini da onorare. / Li chiamano massa e ciao, e così sia.

Nient

Ranza de lüna che scunfüsa al piang

va cume dü che mai s’encuntrarà,

quèl veder de fenestra me sluntana

la tua giuinessa trista de lassàm…

Oh ranza del pü nient, blö lüna sfrusa!

bel ültum veder, tas‘d’un respiràm!

Mì t’û vardada, e ’dèss l’è cume tusa

che per la strada va sensa vultàss.

Falce di luna che confusa al piangere / vai come due che mai s’incontre­ranno, / quel vetro di finestra mi allontana / la tua giovinezza triste nel lasciarmi… / Oh falce del più niente, blu luna che fuggi! bell’ultimo vetro, zitta d’un respirarmi! / Io ti ho guardata, e adesso è come una ragazza / che per la strada va, senza voltarsi.

Forsi û tremâ

Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll, no per el frègg, no per la pagüra, no del dulur, legriâss o la speransa, ma de quel nient che passa per i ciel e fiada sü la tèra che rengrassia… Forsi l’è stâ cume che trèma el cör, a tí, quan’ne la nott va via la lüna, o vegn matina e par che ‘l ciar se mör e l’è la vita che la returna vita… Forsi l’è stâ cume se trèma insèm, inscí, sensa savèl, cume Diu vör…

Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle, / non per il freddo, non per la paura, / non del dolore, del rallegrarsi o della speranza, / ma di quel niente che passa per i cieli / e fiata sulla terra che ringrazia... / Forse è stato come trema il cuore, / a te, quando nella notte va via la luna, / o viene mattina e pare che il chiarore si muoia / ed è la vita che ritorna vita... / Forse è stato come si trema insieme, / così, senza saperlo, come Dio vuole…

Vòltes

Vòltess, sensa dagh pés, cume se fa  quand ch’i penser ne l’aria slisen via, vòltess per abitüden lenta, sensa sâ, cume quj donn che per la strada i gira la testa per un òm, in câ, o sü la porta, vòltess per simpatia d’un rümur luntan, o d’una rùnden sü nel ciel stravolta, vòltess sensa savè, per vuluntâ d’un quaj penser bislàcch, o per busia, vòltess per returnà, che smentegâ sun mì che dré di spall te rubarìa quel nient del camenà, quel tò ’ndà via.

Vòltati, senza dar peso, come si fa / quando i pensieri nell'aria scivolano via, / voltati per abitudine, lenta, senza senso / come quelle donne che per strada girano / la testa per un uomo, in casa, o sulla porta, / voltati per simpatia d'un rumore lontano, / o d'una rondine su nel cielo stravolta, / voltati senza sapere, per volontà / d'un qualche pensiero bizzarro, o per bugia, / voltati per ritornare, che dimenticato / ci son io dietro le spalle per rubarti / quel niente del camminare, quel tuo andare via.

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient, forsi memoria sèm, un buff de l’aria, umbría di òmm che passa, i noster gent, forsi ‘l record d’una quaj vita spersa, un tron che de luntan el ghe reciàma, la furma che sarà d’un’altra gent… Ma cume fèm pietâ, quanta cicoria, e quanta vita se la porta el vent! Andèm sensa savè, cantand i gloria, e a nüm de quèl che serum resta nient.

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente, / forse memoria siamo, un soffio dell'aria, / ombra degli uomini che passano, i nostri parenti, / forse il ricordo d'una qualche vita perduta, / un tuono che da lontano ci richiama, / la forma che sarà di altra progenie... / Ma come facciamo pietà, quanto do­lore, / e quanta vita se la porta il vento! / Andiamo senza sapere, cantando gli inni, / e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

Serum de aria

Serum de aria int un ciel de frasca e da la müra l'erga a ridascià, e l'aria l'era el temp, e lé diseva: "La mia paüra l'è quèl tò tucàm!" Passa 'na nevura e vardi i mè penser, 'n üsèll sifula, e senti 'me 'n tremà. Û tegnü 'l cor, e lé diseva: "Jer la mia giuinessa la te muriva in brass". Nient alter me pareva de scultà. Taseva el temp, e me tegnivi bass.

Eravamo d'aria in un cielo di frasche / e dalla mura l'edera a ridacchiare, / e l'aria era il tempo, e lei diceva: / "La mia paura è quel tuo toccarmi!" / Passa una nuvola e guardo i miei pensieri, / un uccello zufola, e sento come un tremare. / Ho trattenuto il cuore, e lei diceva: "Ieri / La mia giovinezza ti moriva in braccio". / Null'altro mi pareva di ascoltare. / Taceva il tempo, e mi tenevo basso.

Pruà la mort

Pruà la mort sarà cume mè mader:

tremava el ment, la bucca vèrta a pèss,

el fiâ de la caverna tra quj làver

e j öcc vultâ a l’indré sensa pü vèss,

sarà cume mè mader, che vardavi

e la pareva ’n’ altra, e l’era un crèss

de l’ansia che nel spià faseva morta

e pö la biasegava i sò silens,

cume mè mader, da la bucca tòrta,

la flebo al brasc, quèl slentàss del temp,

che l’era lì, la mort, e la spetavi

ma nel rivà i lensö cuàtten el temp.

Provare la morte sarà come mia madre: / tremava il mento, la bocca aperta a pesce, il fiato della caverna tra quelle labbra / e gli occhi rovesciati all’in­dietro senza più essere, / sarà come mia madre, che guardavo / e sem­brava un’altra, ed era un crescere / dell’ansia che nello spiare la credeva morta / e poi biascicava i suoi silenzi, / come mia madre, dalla bocca tòrta, / la flebo al braccio, / quell’allentarsi del tempo, / che era lì, la morte, e l’attendevo / ma nel sopraggiungere le lenzuola coprono il tempo.

 

Me se regordi pü

Me se regordi pü se chí, a Milan,

ghe sia ’na piassa cun l’aria sensa temp,

che dré ’n cantun me sun pruȃ de andà

e i gent ne l’acqua passàven cume ’l vent.

E dré ’l cantun una camisa bianca

pareva lí a spetàm, e gh’era nient.

La piassa sensa temp, ’na dòna stanca,

j òmm che van sarȃ nel sentiment.

Sù no due seri mì. Gh’era ’na panca

e mì che camenavi tra la gent,

e quèl cantun, che mai ghe se rivava,

l’era la vita che de luntan se sent.

Non mi ricordo più se qui, a Milano, / ci sia una piazza con l’aria senza tempo, / che dietro un angolo mi son provato ad andare / e le genti nella pioggia passavano come il vento. / E dietro l’angolo una camicia bianca / sembrava lì ad attendermi, e non c’era niente. / La piazza senza tempo, una donna stanca, / gli uomini che trascorrono chiusi nel sentimento. / Non so dov’ero io. C’era una panca / e io che camminavo tra la gente, / e quell’angolo, cui mai si arrivava, / era la vita che da lontano si avverte.

Tra nüm e Diu

Tra nüm e Diu gh’è cume un vöj de aria,

penser, un nient, un sass surd e luntan…

E möv el sass l’è cume la busia

che quan’ se dìs par nient, ma la sta là,

ferma, ‘n ingumber, cume sta ne l’aria

la nevura che scund la veritâ.

Tra noi e Dio c’è come un vuoto d’aria, / pensieri, un nulla, un sasso sordo e lontano…/ E muovere il sasso è come la bugia / che quando si dice sem­bra niente, ma sta là, / ferma, un ingombro, come sta nell’aria / la nuvola che nasconde la verità.

Poesie di Leonardo Sciascia

Cent’anni fa, l’8 gennaio 1921, nasceva a Racalmuto Leonardo Sciascia, maestro scomodo che in tutta la sua produzione intese denunciare senza mezzi termini i mali della società italiana e special­mente di quella siciliana. “Mi guidano la ragione – affer­mava -  l'illuministico sentire dell'intelligenza, l'umano e cristiano sentimento della vita, la ricerca della verità e la lotta alle ingiustizie, alle imposture e alle mistificazioni». Pur innamorato della sua terra, egli non accettò mai di chiudere gli occhi sull’il­legalità, sulla menzogne, sugli abusi del potere che in essa scopriva, attirandosi in tal modo anche l’ostilità di molti conterranei, gli stessi che ma­gari oggi lo celebrano e lo esaltano.

Ben conosciuto per la sua attività di giornalista, saggista (Pirandello, Manzoni, Stendhal, Voltaire, Diderot, Montaigne), commediografo, sceneggiatore, pamphlettista (La corda pazza, La scomparsa di Maiorana, L’af­faire Moro) e soprattutto narratore (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il mare colore del vino, Todo modo, Morte dell’inquisitore), Sciascia compose però anche una molto meno nota raccolta di ventiquattro poesie intitolata La Sicilia, il suo cuore (1952), che fin dal titolo rivela l’amore che inscindibilmente lo legavano a quella terra. “Qui la Sicilia ascolta la sua vita” recita l’ultimo verso del testo eponimo: e Sciascia a sua volta nella sua silloge giovanile si ritrova ad ascoltare e osservare con empatia e di­sincanto la vita di quest’isola, traguardata dall’orizzonte minimo della sua Racalmuto, facendone erompere un ritratto affascinante e malinconico.

La Sicilia che emerge dalle sue pagine è infatti una terra asso­lata e passionale, una terra senza mitologia (“le ninfe inseguite / qui non si nascosero agli dèi”), dove la negatività sembra sempre sul punto di sopraffare il poeta, che trova però ogni volta la forza di ricominciare, di riprendere con caparbia il cammino interrotto. La Sicilia è in queste poesie una terra che si staglia in tutta la sua bellezza seducente, nonostante le innume­re­voli drammatiche contraddizioni che la caratterizzano.

Sciascia utilizza in questi testi una lingua asciutta e compatta, di vago sapore ermetico (che molto deve a Quasimodo e al primo Luzi), capace di colpire il lettore con immagini pregnanti e ricche di emozione. A caratterizzare la raccolta è la co­stante compresenza di termini antitetici, dialetticamente bilanciati: combattono la morte e la vita, mentre il poeta si percepisce “vivo come non mai” presso i suoi morti; il silenzio e l’oscurità predo­minano in una “perpetua stagione di morte”, ma non preval­gono, perché compito del poeta è “mutare il nulla in pa­rola”; il paesaggio “s’incanta di luce” fino all’“ultima notte del mondo”, la “nave di malinconia” ha “vele d’oro”, dalla “rabbia dei lampi” riemerge “un umido sguardo azzurro”, dal silenzio sca­turisce un “cuore di musica”. Un ritratto dell’isola e dei suoi abitanti dipinto alla Chagall (come ci avvisa il primo testo della raccolta), sognante e concreto allo stesso tempo, ricco d’amore e di nostalgia.

La Sicilia, il suo cuore

Come Chagall, vorrei cogliere questa terra dentro l’immobile occhio del bue. Non un lento carosello di immagini, una raggiera di nostalgie: soltanto queste nuvole accagliate, i corvi che discendono lenti; e le stoppie bruciate, i radi alberi, che s’incidono come filigrane. Un miope specchio di pena, un greve destino di piogge: tanto lontana è l’estate che qui distese la sua calda nudità squamosa di luce – e tanto diverso l’annuncio dell’autunno, senza le voci della vendemmia. Il silenzio è vorace sulle cose. S’incrina, se il flauto di canna tenta vena di suono: e una fonda paura dirama. Gli antichi a questa luce non risero, strozzata dalle nuvole, che geme sui prati stenti, sui greti aspri, nell’occhio melmoso delle fonti; le ninfe inseguite qui non si nascosero agli dèi; gli alberi non nutrirono frutti agli eroi. Qui la Sicilia ascolta la sua vita.

In memoria

L’inverno lungo improvviso si estenua nel maggio sciroccoso: una gelida nitida favola che ti porta, al suo finire,

la morte – così come i papaveri accendono ora una fiorita di sangue. E le prime rose son presso le tue mani esangui, le prime rose sbocciate in questa valle di zolfo e d’ulivi, lungo i morti binari, vicino ad acque gialle di fango che i greci dissero d’oro. E noi d’oro diciamo la tua vita, la nostra che ci rimane – mentre le rondini tramano coi loro voli la sera, questa mia triste sera che è tua.

I morti

I morti vanno, dentro il nero carro incrostato di funebre oro, col passo lento dei cavalli: e spesso per loro suona la banda. Al passaggio, le donne si precipitano a chiudere le finestre di casa, le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio per guardare al dolore dei parenti, al numero degli amici che è dietro, alla classe del carro, alle corone. Così vanno via i morti, al mio paese; finestre e porte chiuse, ad implorarli di passar oltre, di dimenticare le donne affaccendate nelle case, il bottegaio che pesa e ruba, il bambino che gioca ed odia, gli occhi vivi che brulicano dietro l’inganno delle imposte chiuse.

Vivo come non mai

Dal vecchio chiostro entro nel silenzio

dei tuoi viali, tra i marmi

che affiorano come rovine

nel rigoglio verdissimo dell’erba;

e un marcio odore di terra e di foglie

mi chiude nell’autunno che in te stagna,

anche se il sole

folgora sulle lapidi e sui cippi

o inverno abbrividisce nei cipressi.

 

Perpetua stagione di morte: e mi ritrovo

vivo, gremito di parole

come l’istrione sulla fossa d’Ofelia;

vivo come non mai, presso i miei morti.

Ad un paese lasciato

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi,

delle tue vecchie case che strozzano strade,

della piazza grande piena di silenziosi uomini neri.

 

Tra questi uomini ho appreso grevi leggende

di terra e di zolfo, oscure storie squarciate

dalla tragica luce bianca dell’acetilene.

 

E l’acetilene della luna nelle tue notti calme,

nella piazza le chiese ingramagliate d’ombra;

e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade

coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte.

 

Nell’alba, il cielo come un freddo timpano d’argento

a lungo vibrante delle prime voci; le case assiderate;

in ogni luogo la pena di una festa disfatta.

 

E i tramonti tra i salici, il fischio lungo dei treni;

il giorno che appassiva come un rosso geranio

nelle donne affacciate alla prora aerea del viale.

 

Una nave di malinconia apriva per me vele d’oro,

pietà ed amore trovavano antiche parole.

Insonnia

Il riso stridulo della Notte

si è aperto nel silenzio

come una vena fatale.

 

E sono stato nascosto in me,

cieca preda spaurita,

senza memoria né speranza di luce.

 

Ora, in quest’alba che hanno le case,

il paese è come un vascello che salpa:

nella sua nitida alberatura

per me s’impiglia una vela di morte.

Aprile

Sto a far camorra sulle cose, seduto al sole d’aprile che in me torna a un suo azzardo di risentimenti e di inganni. Guardo accendersi il gioco dei ragazzi,

una rissa leggera che s’incanta di luce, cerca un suo cuore di musica; forse un suo cuore di pena. Il paese, non lontano, sembra affondare nel verde: di là da questo gioco pieno di voci, è solo un paese di silenzio.

Dal treno, giungendo a B***

La casa splende bianca in riva al mare;

e la palma che svetta nell’azzurro, il verde trapunto dal giallo dei limoni, la fredda ombra sotto la trama dei rami. I suoni stridono sul cristallo del giorno, una barca rossa si allontana piena di voci. La ragazza che esce sulla spiaggia ha dimenticato i sussurrati segreti della notte; saluta con la mano alta i clamori della barca, l’azzurro giorno marino, il sole già alto; poi si china armoniosa a slacciare i sandali vivaci.

Pioggia di settembre

Le gru rigano lente il cielo,

più avido è il grido dei corvi;

e il primo tuono rotola improvviso

tra gli scogli lividi delle nuvole,

spaurisce tra gli alberi il vento.

La pioggia avanza come nebbia,

urlante incalza il volo dei passeri.

Ora scroscia sulla vigna, tra gli ulivi;

per la rabbia dei lampi preghiere

cercano le vecchie contadine.

 

Ma ecco un umido sguardo azzurro

aprirsi nel chiuso volto del cielo;

lentamente si allarga fino a trovare

la strabica pupilla del sole.

Una luce radente fa nitido

il solco dell’aratro, le siepi s’ingemmano;

tra le foglie sempre più rade

splende il grappolo niveo dei pistacchi.

Fine dell’estate

Dopo la raccolta, ragazzi scalzi invadono i mandorleti: scettri di miseria le lunghe canne tentennanti. I loro occhi acuti s’incrunano tra le rame, scoprono la nuda mandorla lasciata. Mi giunge il picchio delle canne,

il lieve tonfo sulla zolla: suoni dell’estate che muore, dell’autunno delle piogge e dei poveri.

La notte

La notte frana cieca sulle case.

In lei resta della nostra vita

un calco atroce: l’ultimo nostro volto

nell’ultima notte del mondo.

La fragilità di Sansone

SANSONE: RACCONTO E SIGNIFICATO - 1

Perché mai un personaggio come Sansone, «gigante amorale pervaso da furori e cupidigia» (come lo definisce un dizionario della Bibbia), deve avere un ruolo e uno spazio così importante nell’Antico Testamento? Come può un personaggio mitologico (quale in prima battuta era certamente Sansone, sul modello del semidio mesopotamico Gilgamesh o dell’Ercole della mitologia greca) essere così importante da meritare quattro interi capitoli del Libro dei Giudici, molto più di qualsiasi altro protagonista di quel libro biblico? Secondo David Grossman, il noto romanziere e saggista israeliano

Sansone è simbolo dello Stato di Israele che usa la forza che possiede in modo sproporzionato, quasi senza averne coscienza e che, sotto le violenze che compie, nasconde un’insicurezza profonda e un indomabile timore della propria precarietà[1].

La sua figura risulterebbe quindi una sorta di metafora politica, valida nel remoto passato, quando Israele era un piccolo popolo bellicoso in lotta con altre popolazioni palestinesi, ma ancor più azzeccata oggi che Israele fa la voce grossa nella tormentata area mediorientale. Forse però è più corretto pensare che la sua strana e paradossale vicenda sia una risposta a domande esistenziali profonde, quasi «uno specchio immutabile della contraddizione umana» (come scrive sempre Grossman).

Il Libro dei Giudici

Ma, innanzitutto, che cos’è il Libro dei Giudici, dove è narrata la vicenda di Sansone?

Il titolo del libro, redatto in ebraico, è intitolato שופטים (Shofetìm), che nella traduzione greca dei Settanta diventa twn Kritwn e in latino Liber Judicum, da cui l’italiano Libro dei Giudici. Ma Shofet viene dal cananeo shopet che significa capo, principe, governatore: per cui i giudici di cui si parla sono in realtà i capi del popolo scelti in diverse occasioni da singole tribù o da un’alleanza occasionale di tribù nata per fronteggiare aggressioni, per guidare il popolo in guerra o per difendersi da eventuali attacchi nemici.

La composizione di questo libro è in gran parte opera dei circoli della scuola deuteronomista, che raccoglie le memorie di clan, tribù e santuari e le dispone in forma di racconto romanzato, secondo un preciso schema narrativo/teologico che vede quattro fasi ricorrenti nella vicenda del popolo d’Israele:

·       peccato

·       castigo

·       pentimento e invocazione di aiuto

·       liberazione da parte di JHVH per mano del giudice prescelto a tale compito.

Il libro, come anche gli altri cosiddetti storici, è quindi il frutto di una riflessione sulla storia d'Israele attuata molti secoli dopo le vicende narrate, e vuol mostrare come la realizzazione della promessa dipenda esclusivamente dal rapporto del popolo con Dio: quando il popolo è infedele, viene oppresso dai suoi vicini (cfr. l’inizio della vicenda di Sansone: «Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li mise nelle mani dei Filistei per quarant'anni»); ma se il popolo torna al Signore e invoca il suo aiuto, egli lo libera attraverso l’intervento di un personaggio fuori dal comune, appunto un giudice.

Il periodo storico

Lo sfondo storico di queste vicende è la cosiddetta età del ferro, un periodo rivoluzionario che a partire dal XII secolo a.C. vede nel bacino del Mediterraneo la trasformazione dei mezzi di comunicazione (navi e carri più leggeri e veloci), nuove tecniche di combattimento (armi più leggere e nascita del carro da guerra), più elevati tenori di vita (moltiplicazione dei mercati e modernizzazione degli attrezzi agricoli). È questo il periodo in cui gli Israeliti si insediano nella terra di Canaan, grosso modo il territorio dell’attuale Libano, della Palestina e di alcune parti della Siria e della Giordania, trovandosi a convivere con popolazioni politeiste.

Il libro dei Giudici copre un arco di storia di quasi duecento anni, dal 1200 al 1030 a.C. (data ufficiale d'inizio della monarchia in Israele): è il periodo in cui, lasciate alle spalle le gloriose vicende della conquista della Terra Promessa, Israele si trova circondato da nemici esterni e interni di ogni genere. La conquista in effetti non è definitiva, e le popolazioni indigene cananee attendono solo il momento opportuno per una rivincita: proprio per questo, racconta la Bibbia, le singole tribù d'Israele eleggono, spesso indipendentemente l'una dall'altra, dei capi (Shofetìm), che riuniscono in sé il potere politico, militare e giudiziario (da cui il nome). Con una certa audacia teologica, l’autore afferma che l’ubbidienza a JHVH assicura il benessere socio-politico, mentre l’infedeltà determina automaticamente la subordinazione sul piano politico.

La struttura del libro

Il libro comprende tre parti, di diversa lunghezza

La prima parte (1, 1 - 2, 5), che fa da introduzione, offre un quadro generale della situazione delle tribù d'Israele in terra di Canaan dopo la morte di Giosuè. Si tratta in sostanza di una rivisitazione della storia di Israele fatta forse quando il popolo era già stato deportato a Babilonia (VI sec a.C.) e doveva far convivere la sua religione con religioni politeiste che rischiavano di sopraffarla: si rilegge dunque in quest’ottica anche la prima fase dell’insediamento ebraico in Canaan, dove pure erano presenti e potenti altri culti idolatrici, cui gli stessi Israeliti rischiavano di convertirsi. I nemici Cananei (o i Gebusei) più volte citati non vanno allora forse intesi in senso etnico, ma ideologico: sono quelli che non condividono la fede di Israele, i «popoli avversi alla promessa di JHVH» che minacciano la purezza di Israele, seducendolo con proposte religiose incompatibili. Ma essi esistono perché Israele è stato infedele alla promessa fatta nel deserto, quando JHVH aveva stipulato il patto dell’antica Alleanza: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei all'infuori di me». È proprio la disubbidienza a questa promessa la causa di tutte le sventure narrate nel Libro dei Giudici.

La parte centrale (2, 6 - 16, 31) riferisce le imprese dei Giudici. Le prime redazioni della scuola deuteronomista parlavano di soli sei giudici (Otniel, Eud, Debora [e Barak], Gedeone, Iefte, Sansone); successivamente, per raggiungere il numero simbolicamente pieno di dodici, furono aggiunti e interposti gli altri sei (Samgar, Tola, Iair, Ibsan, Elon, Abdon) e Sansone fu spostato alla fine dell’intera sezione. C’è chi sostiene che al conteggio andrebbe aggiunto anche Samuele, che con Barak, braccio armato di Debora, porta il numero totale alla cifra, altrettanto simbolica, di quattordici (sette + sette). Di alcuni di questi capi, guide spirituali e politiche, si danno solo il nome e pochissime notizie biografiche; di altri, come ad esempio di Gedeone, Iefte e Sansone, si raccontano ampiamente le imprese, proprio per mostrare come Dio libera il suo popolo dai nemici scegliendo e mandando uomini che realizzano concretamente la liberazione. Il libro rappresenta un passaggio e un ponte fra la preistoria d’Israele e i primi cenni storici che saranno precisati con i libri successivi (I e II Libro di Samuele, I e II Libro dei Re). Anche quello che oggi è chiamato Libro di Ruth faceva originariamente parte di questa sezione, ma, all’incirca nel 450 d.C., venne separato e posto immediatamente dopo il Cantico dei Cantici e non sono considerati fra i libri storici. Questa sezione è la rielaborazione di antichi racconti che potremmo definire mitologici, in quanto ne era protagonista un eroe autore di imprese quasi incredibili: forse questi erano narrati solo localmente, ma vennero inseriti nel disegno generale in una precisa sequenza anche cronologica e nazionalizzati, cioè diventarono patrimonio comune dell’intero popolo ebraico. Si tratta di storie ricche e variegate, spesso fantasiose e paradossali, ma sempre con una funzione pedagogica ben precisa. Il libro non vuole dunque glorificare gli antichi eroi delle varie tribù d'Israele, ma evidenziare come la vittoria e la salvezza siano opera esclusiva del Signore, che suscita i giudici, salvatori sempre nuovi e soltanto provvisori, e li anima con il suo spirito.

La terza e ultima parte (17,1 – 21,25) rievoca, a mo' di appendice, alcuni episodi che mettono in rilievo il disordine che regnava prima dell'instaurazione della monarchia: vicende sgradevoli che dimostrano l’idolatria religiosa diffusa, come quella di Mica e del santuario della tribù di Dan; i racconti del delitto di Gabaa; la guerra con Beniamino. L’ultimo libro, il ventunesimo, prepara la necessità di una monarchia, tanto che si conclude con questa considerazione: «In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva quel che gli pareva meglio» (Giudici 21,25).

SANSONE: RACCONTO E SIGNIFICATO - 2

Il Libro dei Giudici, dove è narrata la vicenda di Sansone, risulta, come abbiamo visto, piuttosto eterogeneo, composto da una giustapposizione di racconti assai arcaici e di rielaborazioni più tarde, di episodi storici fedelmente tramandati e di costruzioni mitologiche, di prosa asciutta ed essenziale e di stupendi passi poetici. L'introduzione è duplice: una storico-geografica e una di tipo dottrinale, cui segue la narrazione di una lunga serie di smacchi e di umiliazioni subite dal popolo nei lunghi decenni durante i quali Israele non era ancora una nazione, ma solo una blanda confederazione di tribù, spesso in aspra contesa tra di loro.

 

Una nascita preannunciata

E veniamo a Sansone. Il suo nome (Shimshon) richiama quello del dio babilonese del sole, in accadico Shemesh; la sua capigliatura d’altronde evoca i raggi del sole; e, come il sole, Sansone incendia le messi. Rabbi Yochanan, il grande rabbino ebreo del I secolo d.C., così commentava il suo nome: «Dio è sole e scudo. Come Dio protegge il mondo, così Sansone proteggeva il popolo di Israele».

In effetti, che questo bambino sia destinato a un grande avvenire lo si intuisce fin dall'annunciazione della sua nascita, che richiama da vicino quelle di Isacco, di Samuele, di Giovanni Battista e in certo modo anche quella di Gesù: in tutti questi casi un angelo dal nome misterioso annuncia ai genitori la nascita di un bambino destinato da Dio a grandi cose; per lo più l’annuncio è dato alla madre, che per vari motivi ha difficoltà ad avere figli. I genitori a questo punto di solito dubitano (si veda Sara, la moglie di Abramo, che ride al pensiero di diventare madre alla sua età; o Zaccaria, che non crede alla rivelazione e pertanto resta muto fino alla nascita di Giovanni).

Quando il bimbo nasce, viene consacrato a Dio, che deve farne qualcosa di eccezionale. Ecco perché egli deve diventare nazireo (nazir Elohim), con l’impegno di fedeltà al Signore, la rinuncia agli alcolici e l’obbligo di non radersi mai i capelli. Il nazireato di solito era temporaneo (cfr. Numeri 6,2-8[2]), ma in tempi particolarmente difficili poteva diventare permanente. È questo il caso di Sansone, anche se bisogna notare che – stranamente - non è l’angelo a dare questa indicazione, ma la madre stessa, quasi decidesse in autonomia (l’Angelo dice: «il fanciullo sarà un nazireo consacrato a Dio fin dal seno materno»; la donna riferisce al marito che l’angelo le ha detto: «il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte»). Questo carattere di perpetuità del nazireato si trova anche in Samuele, giudice e profeta a sua volta (cfr. I Samuele 1,11[3]); e anche Giovanni Battista fu in un certo senso un nazireo permanente (cfr. Luca 1,15 «egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre»), poiché gli toccò di vivere in un tempo di rovina di Israele, che raggiungerà il colmo con il rigetto di Cristo da parte dei suoi stessi correligionari.

Nazireo per tutta la vita

Nel caso di Sansone c’è un’altra stranezza: è la donna a dare il nome al figlio, mentre questo compito era normalmente riservato al padre (e di solito il primogenito prendeva il nome del padre stesso); inoltre in questo caso l’angelo non aveva indicato il nome da dare al fanciullo, come avviene invece in quasi tutti gli altri casi (Gen. 16,11 «lo chiamerai Ismaele»; 17,19 «lo chiamerai Isacco»; Isaia 7,14 «la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele», Mt. 1,21 «Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù»).

Anche Sansone dunque dovrebbe essere nazireo per sempre, perché il tempo in cui vive è drammatico: il nemico è dentro i confini stessi d’Israele, i Filistei dominano e opprimono il popolo ebraico e ne minacciano l’integrità religiosa. È giusto quindi che le circostanze della nascita di questo eroe siano speciali, anche perché straordinariamente lungo è stato il periodo di traviamento del popolo: quarant’anni (e si noti il numero, fortemente simbolico nell’intera Bibbia).

Ma questa straordinarietà fa da subito problema alla coppia genitoriale, che sembra tentennare, dubitare, addirittura voler tentare Dio chiedendo sempre nuove conferme di ciò che le viene proposto. L’ultima inesaudibile richiesta è di poter conoscere il nome dell’Angelo annunziante, il quale ovviamente si rifiuta di rivelarlo: e sembra quasi sul punto di escludere i due dall’evento miracoloso. Insomma, Sansone è un figlio ingombrante, un figlio scomodo prima ancora di nascere: e creerà problemi ancora più gravi ai due poveri vecchi una volta divenuto adulto.

Sansone dovrebbe dunque riscattare il suo popolo, ma pare che il suo interesse principale non sia la battaglia e la vittoria sui nemici, bensì la donna; era probabilmente ancora molto giovane quando «vide una donna tra le figlie dei Filistei […] e disse al padre e alla madre: «Ho visto a Timna una donna, una figlia dei Filistei; prendimi quella, perché mi piace [letteralmente: ‘è piacevole ai miei occhi’]». Eppure subito prima si era detto che «lo spirito del Signore cominciò a investirlo quando era a Macane-Dan, fra Zorea ed Estaol». Sembra strano che lo Spirito di Dio inviti Sansone a prendersi la prima donna che gli piace, per giunta appartenente al popolo nemico! Ed è perlomeno singolare che il ragazzo si rivolga ai suoi genitori con una sorta di ultimatum, espresso con brutale stringatezza[4], mentre è nella cultura dell’epoca che il matrimonio sia deciso dai genitori.

Forte e innamorato

I genitori tentano di dissuadere il figlio, usando parole di saggezza, rifacendosi alla tradizione giudaica[5], ma tutte le loro suppliche restano senza esito: Sansone avrà quel che gli piace, il suo capriccio verrà esaudito. È vero che l’autore conclude sottolineando che «Suo padre e sua madre non sapevano che questo era voluto dal Signore, il quale cercava pretesto di lite dai Filistei»: ma ciò che segue non sembra comunque aprire uno scenario di liberazione del popolo. Il matrimonio dunque si farà, ma della donna il racconto biblico tace il nome.

Ma nel frattempo, il libro presenta un altro episodio strano: l’uccisione a mani nude di un leone. Non è però la stupefacente forza fisica manifestata da Sansone che ci colpisce, quanto l’atteggiamento che egli tiene in seguito: un nazireo non deve toccare un corpo morto, ma lui affonda le mani nella carcassa del leone per mangiare il miele che le api vi avevano prodotto[6]. Non solo poi mangia ciò che è proibito a tutti gli Israeliti[7], ma ne dà a suo padre e sua madre, senza dir loro la provenienza di quel cibo, coinvolgendoli quindi nell’impurità rituale. Sembra quasi che si prenda gioco della loro religiosità, delle loro convinzioni religiose.

Comunque sia, il matrimonio si celebra, con un grande banchetto e una festa di sette giorni in cui il vino scorre a fiumi (non si dice espressamente che Sansone ne beva, però qualche dubbio resta…). I Filistei non sembrano tanto convinti della sincerità di Sansone, temono forse che il matrimonio sia un trucco per infiltrarsi nei loro ranghi e attentare alla loro vita: ecco perché allo sposo vengono affiancati «trenta compagni»: chi sono costoro? guardie del corpo, spie, compagni di gioco? Sta di fatto che Sansone con loro gioca a fare il saggio: propone un indovinello, sicuro che sia impossibile risolverlo, e per questo scommette d’azzardo (trenta vesti contro una!).

Ma questa volta (e non sarà l’ultima) è la donna a prevalere, sfruttando il suo fascino (e costretta dall’ultimatum dei suoi correligionari: «Induci tuo marito a spiegarti l'indovinello; se no daremo fuoco a te e alla casa di tuo padre»). Sansone è sconfitto e deve pagar pegno. Ma come lo fa? Ancora una volta il testo sembra attribuire tutte le azioni di Sansone a Dio, perché ribadisce che «lo spirito del Signore lo investì ed egli scese ad Ascalon», dove, per suggerimento di Dio, ucciderà trenta uomini innocenti a cui toglierà gli abiti per darli ai Filistei vincitori della sfida secondo il patto giurato. Sembra alquanto strano questo suggerimento di Dio, specie se consideriamo che strappando le vesti ai cadaveri egli viola ancora una volta la proibizione valida per ogni Israelita e ancor più vincolante per un nazireo.

SANSONE: RACCONTO E SIGNIFICATO - 3

Dopo il grande innamoramento e il matrimonio, Sansone, abbandonata (ripudiata?) la moglie, sembra dimenticarsene, finché «dopo qualche tempo» (settimane, mesi, anni?) decide di andarsela a riprendere. La trova però sposata e, rifiutando qualunque compromesso (peraltro ragionevole) proposto dal suocero, scatena nuovamente la sua vendetta: e non contro la donna o il suo nuovo marito, bensì contro chiunque indiscriminatamente[8]. È vero che anche la reazione dei Filistei sembra un tantino fuori luogo: subìto il disastro, anziché prendersela con Sansone che ha bruciato ogni loro coltivazione, decidono di bruciare la donna e suo padre, che pure appartengono al loro popolo, come avevano già minacciato di fare durante il banchetto.

Energumeno vendicativo

La faida non si interrompe, perché Sansone fa strage a mani nude dei Filistei, uccidendone un numero imprecisato[9]. Poi si ritira in una grotta, quasi a far pentimento, a vivere da eremita. Ma adesso è la volta dei Filistei a cercare vendetta: essi salgono in gran numero per trovare Sansone e fanno strage di Giudei innocenti, i quali a questo punto, per non pagare le colpe del loro capo, decidono di consegnarlo, accordandosi addirittura con lui per evitare che la collera dei Filistei dominanti si accanisca contro il popolo: vanno in tremila (non si sa mai…) e gli offrono una dignitosa via d’uscita: «ti legheremo soltanto e ti metteremo nelle loro mani; ma certo non ti uccideremo». E Sansone accetta: sembra l’unica decisione saggia della sua vita scriteriata. Ma le cose non vanno come si aspettavano i Filistei. Anche questa volta, a quanto pare, Dio non si è stancato di proteggere il suo campione:

lo spirito del Signore lo investì; le funi che aveva alle braccia divennero come fili di lino bruciacchiati dal fuoco e i legami gli caddero disfatti dalle mani. Trovò allora una mascella d'asino ancora fresca, stese la mano, l'afferrò e uccise con essa mille uomini»[10].

Altri mille uomini (ormai abbiamo perso il conto!). E uccisi con la mascella di un asino morto: ancora una volta Sansone non rispetta le ferree leggi israelitiche e tocca un cadavere.

A questo punto il nostro eroe, che si sentiva disidratato e forse era anche febbricitante, per placare la sete invoca il Signore: è la prima volta che la Bibbia riferisce di una sua preghiera, ma più che chiedere umilmente, egli pretende un miracolo come quello concesso a Mosè nel deserto[11]. Dio però è misericordioso[12]: concede a Sansone ciò che voleva, e in cambio non riceve nemmeno un ringraziamento. Forse è qui la svolta: quando alla presunzione e all’irruenza caratteriale si aggiungono l’ingratitudine, l’indifferenza verso il Creatore. Sansone non cambia mai, è veramente incorreggibile.

E noi non possiamo non chiederci: ma Sansone è davvero un eroe? Per l’Antico Testamento un eroe non è tale perché ha una grande forza, ma lo è se riesce a conquistare anzitutto sé stesso, a resistere ai propri istinti, a rinunciare a qualcosa che desidera (dicevano i rabbini «la Torà rende più deboli coloro che la studiano», sostenendo in tal modo che la forza fisica è inutile per chi ha la forza dalla Parola). Sotto questo profilo Sansone si dimostra l’antieroe per eccellenza, incapace perfino di resistere alla sete! Eppure subito al versetto successivo si legge: «Sansone fu giudice d'Israele, al tempo dei Filistei, per vent’anni». Ma come? un energumeno presuntuoso e vendicativo, un figlio irriconoscente e riottoso, un marito ingiusto e fedifrago, un prescelto da Dio che si dimostra ingrato e indifferente al suo Signore, viene scelto come giudice/capo di Israele per la bellezza di vent’anni? Sembra che tutta la vicenda di Sansone sia molto intricata e difficilmente giustificabile sotto un profilo strettamente teologico.

La “femme fatale”

L’autore sacro ci ha appena confermato che Sansone fu giudice d’Israele per vent’anni, e al versetto successivo, con noncuranza, ci racconta che «a Gaza vide una prostituta e andò da lei»! La donna è ancora un problema per lui! Oltretutto è un azzardo per Sansone venire a Gaza, territorio abitato prevalentemente da Filistei, i quali, difatti, si preparano ad arrestarlo. Ma non hanno fatto i conti con l’incredibile forza del nostro, che sradica le porte della città e le porta in cima a una montagna (qui Sansone sembra anche un tantino esibizionista…).

Ancora una volta senza lasciarci il tempo di capire quel che sta succedendo, l’autore sacro ci comunica che «In seguito [quanto tempo può essere passato? qualche giorno? qualche mese?] si innamorò di una donna della valle di Sorek, che si chiamava Dalila». Dalila la languida, la delicata (come sembrerebbe indicare il suo nome), o forse Dalila la piccola (ma affascinante, irresistibile); o anche colei che impoverisce: fu lei, infatti, come dice il midrash, «a rendere più poveri il cuore, la mente e l’anima di Sansone». Eppure l’attrazione è irresistibile; solo qui, infatti, il testo dice che «se ne innamorò». C’è un’altra cosa strana in questo episodio: l’incontro avviene nella valle di Sorek, cioè la valle delle viti pregiate[13]: ancora una volta il vino pare inquinare le scelte del nostro nazireo.

Questa volta la donna non sembra neppure affascinata da Sansone e dalla sua straordinaria forza fisica, ma piuttosto sobillata dai suoi correligionari, che le propongono un buon affare: «Seducilo e vedi da dove proviene la sua forza così grande e come potremmo prevalere su di lui per legarlo e domarlo; ti daremo ciascuno mille e cento sicli d'argento»[14].

Sansone in realtà non si fida ciecamente di Dalila, anzi sembra giocare al gatto con il topo: per tre volte la mette alla prova rivelandole dati falsi, e per tre volte scopre che lei lo sta imbrogliando; eppure insiste nel tenerla accanto a sé, e «poiché essa lo importunava ogni giorno con le sue parole e lo tormentava, egli ne fu annoiato fino alla morte» le rivela il segreto della sua forza nei capelli mai tagliati. Inevitabile è la conseguenza: il tradimento, la rasatura, la perdita della forza e l’accecamento a opera dei Filistei. Dice un midrash che Sansone venne accecato perché «aveva commesso i suoi peccati con i suoi occhi, e i suoi occhi furono puniti». Ma non è chi non veda come questa punizione è la naturale conseguenza dell’essersi fidato di un essere umano anziché di Dio (dice infatti il testo: «il Signore si era ritirato da lui»). Grossman però aggiunge un’ulteriore riflessione:

C'è un passaggio nella storia di Sansone, quando egli si addormenta sulle ginocchia di Dalila, in cui pare concentrarsi l'intero racconto. Sansone in quell'istante sembra tornato bambino, neonato quasi, libero dagli scoppi di violenza, dagli istinti che gli hanno sconvolto la vita, devastandola. Questo, naturalmente, è anche un momento fatidico, perché Dalila ha già in mano le sue trecce e il rasoio, mentre fuori i Filistei assaporano la vittoria. Di lì a poco a Sansone verranno cavati gli occhi e la sua forza svanirà. Di lì a poco verrà gettato in prigione e i suoi giorni saranno contati. Eppure, proprio in quel momento, forse per la prima volta in vita sua, egli raggiunge la pace[15].

È una lettura quasi psicanalitica, che giustifica l’amore cieco di Sansone per Dalila come un tentativo di ricreare la paradisiaca intimità dell’infanzia, la relazione impossibile con la madre perduta.

SANSONE: RACCONTO E SIGNIFICATO - 4

Abbiamo conosciuto un Sansone mitico – lo diciamo anche noi -, l’uomo bello e forte che piace al popolo e alle donne, sempre eccessivo per dare epicità, per creare curiosità e sorpresa, con allusioni simboliche e cultuali che ci sfuggono, mentre i numeri dei morti non hanno nessuna verosimiglianza, servono soltanto ad esaltare la bravura del protagonista (si può pensare a qualcosa di simile nei poemi cavallereschi della nostra letteratura o addirittura nelle figure fumettistiche dei supereroi).

L’ambiguità dell’eroismo sacro

E siamo alla conclusione. Sansone ha perduto tutto: Dalila, i suoi occhi, la sua forza, la libertà, la dignità; soprattutto ha perduto il suo Signore. Ma in un ultimo soprassalto di consapevolezza, si rivolge a Lui (notiamo che è solo la seconda volta che lo fa in tutto il racconto). Non si dice se Dio gli abbia dato ascolto o no: Sansone sembra anzi restare solo anche nell’ultimo atto della sua vita, che è comunque ancora una volta un atto fuori dal comune, come lo era stata tutta l’esistenza del nostro eroe: altre tremila persone uccise. Bisogna però riflettere che si tratta per lo più di persone innocenti, venute al tempio per pregare; e che Sansone non vuole in realtà riprendere il suo mandato di giudice giusto che salva Israele, ma solo vendicarsi, ancora una volta. Così infatti egli prega: «Dammi forza per questa volta soltanto, Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!» (Giud 16, 28). Sansone è consapevole che quest’ultima impresa gli costerà la vita: ma davvero solo furore e ansia di vendetta o un sacrificio per far strage di Filistei?

Sansone muore in mezzo a tremila nemici, ma muore solo. Sarà anche fortissimo, ma perché è sempre solo, senza amici, senza donne fedeli, senza compagni d’arme? Perché non raduna mai un esercito da guidare alla vittoria? Sembra quasi che le sue imprese le compia non per aiutare il suo popolo, ma per mettersi in mostra davanti a qualcuno (possibilmente una donna!) Come commenta Elie Wiesel, quello di Sansone è veramente un personaggio ambiguo:

È rimasto un nazireo, ma gozzoviglia con i suoi amici. È un combattente, e per di più invincibile, ma la sua forza fisica proviene sempre dallo spirito di Dio. È un ebreo, ma il più delle volte lo vediamo nel territorio dei Filistei. È consacrato a Dio, ma nei pensieri e nelle azioni se ne va a caccia di donne pagane[16].

Dunque al termine della sua vita egli distrugge l’immenso tempio di Dagon a Gaza (forse è un destino che Gaza sia tuttora sinonimo di distruzione…). E solo dopo morto sarà preso in considerazione dai suoi, che gli daranno sepoltura «fra Zorea ed Estaol» (Giud 16, 31), cioè nello stesso territorio dove era nato (cfr. Giud 13, 25): la sua storia si conclude circolarmente. Ma che cosa ha ottenuto in vent’anni di potere? Commenta Vogels:

Questo Tarzan biblico è stato un fallimento totale in quanto giudice […] ha trascurato gli obblighi della sua consacrazione. Peggio ancora, Sansone sembra non aver imparato nulla dalle sue brutte esperienze […] ha offeso Dio, ha fatto soffrire i genitori, ha usato diverse donne per soddisfare le proprie passioni […] ha ucciso migliaia di Filistei, ma senza ottenere una qualche pace durevole. Che vita sciupata, e che morte inutile! Sansone non è un eroe ma un pazzo[17].

Il vero nazireo

E allora torna la perplessità iniziale. Possibile mai che un personaggio cui sono dedicati quattro interi capitoli del Libro dei Giudici[18] sia un pazzo scriteriato? possibile che Sansone sia un fallito, un capriccioso energumeno e nulla più?

Notiamo a questo punto che Sansone discende, per parte di madre, dalla tribù di Giuda e per parte di padre dalla tribù di Dan: e siccome si legge in Deut 34, 1-3

il Signore mostrò [a Mosè] tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negev, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar

il midrash Sifre trae queste considerazioni: «Dio indicò a Mosè il futuro salvatore di Israele… E chi era costui? Sansone figlio di Manoach». Ma anche David discenderà da queste due tribù: dunque il futuro salvatore di Israele è lui. Questa è la versione ebraica, naturalmente. Per i cristiani c’è la necessità di andare oltre, di cercare oltre David, un suo discendente: Gesù di Nazareth! Gesù fu il vero nazireo, senza le caratteristiche e gli obblighi esteriori del nazireato terreno, perché Egli stesso era, nella sua essenza, come dice la lettera agli Ebrei, «santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli» (Ebrei 7:26): questo è il nuovo nazireato, che supera anche quello di Giovanni Battista, «il più grande fra i nati da donna» (Mt 11, 11).

C’è un’altra osservazione da fare. Ciò che sotto la legge era riservato a una ristretta classe di persone, diventa sotto la grazia la parte di tutti. Il sacerdozio, appannaggio di una sola famiglia, diventa privilegio universale di tutti i figli di Dio (1 Pietro 2, 5-9). Il nazireato, seguito nell’Antica Alleanza da pochi uomini e donne, diventa il carattere permanente di tutti i fedeli. E il motivo è che la separazione per Dio deve essere il segno distintivo dei veri testimoni della sua venuta di Salvatore. Questo è il nazireato della Nuova Alleanza, inaugurato dal Cristo. Sotto la legge, un nazireo, uomo o donna che fosse, si separava da alcune cose per un certo tempo per consacrarsi a Dio. Nel regno dell’amore, tutti sono chiamati a separarsi definitivamente dalle realtà terrene per accogliere da Dio il centuplo.

E Sansone, allora? Possiamo provare a trovare un senso anche in questo bizzarro racconto!

Al di fuori del Libro dei Giudici, di Sansone si parla nei midrashim, come abbiamo visto, e nel Talmud, interpretazioni, commenti elaborazioni prossime alla Scrittura, ma una sola volta nella Bibbia, ovvero nel capitolo XI della Lettera agli Ebrei dove comunque è citato fra gli uomini di fede; leggiamone il testo:

 [1] La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. [2] Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. [3] Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede. [4] Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora. [5] Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte [32] E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, [33] i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, [34] spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri.

 

Per concludere

Ci troviamo di fronte a un personaggio sconcertante e contraddittorio: violento, vendicativo, egoista, ma pur sempre consacrato al Signore e (pur nelle frequenti trasgressioni) fedele a Dio e difensore del suo popolo. Della sua attività di giudice d’Israele – al tempo l’autorità suprema - la Bibbia non dice nulla, ma il Talmud parla del suo governo saggio, rispettoso della giustizia, e senza alcuna pretesa per sé. Dunque Sansone ha molte facce: il racconto, in cui convergono diversi miti, riguarda tempi antichissimi, crudeli e brutali, da guardare con una mentalità lontana sia dalla nostra concezione della storia, sia dalla nostra idea di spiritualità. La Bibbia non è un catechismo organico e neppure un manuale di morale, ma una lunga serie di racconti che parlano di donne e di uomini, con le loro passioni e sregolatezze, la loro sapienza e generosità.

Ecco allora la conclusione che possiamo trarre da questa contraddittoria vicenda umana: Sansone con tutti i suoi difetti, con tutta la sua impulsività e ingenuità, con la sua assurda boria e l’invincibile vendicatività, è un po’ come Raab la prostituta, come il re Davide che tolse moglie e vita a un suo generale, come la Maddalena pentita nel Vangelo (e che dire poi di Giuda?): tutte persone lontane dall’ideale morale che dovrebbe essere modello per noi e neppure tutte persone per bene, non scelte da Dio per i loro meriti, ma pur sempre tutte in grado di diventare strumento di salvezza.

E Cristo d’altronde si fa uomo proprio nell’estrema debolezza della carne per salvare la debolezza dell’uomo, anche quando questo è gravemente peccatore. Pure noi allora possiamo guardare fiduciosi al Cristo come al nostro Salvatore, perché molti personaggi della Bibbia, anche fra i protagonisti, non sono certo modelli di fedeltà, di coerenza, di giustizia, di mitezza: ma sono pur sempre figure che ci guidano verso l’unico vero nazireo. Tanti uomini e donne imperfetti, di cui la Bibbia ci propone la vita (non certo esemplare) per farci pregustare qualche aspetto di quello che sarà perfettamente la vita e l’opera di Gesù Cristo: e tra questi c’è anche Sansone!


[1] David Grossman, Il miele del leone. Il mito di Sansone. Traduzione di Alessandra Shomroni, Rizzoli, Milano 2005.

[2] «Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti; non berrà aceto fatto di vino né aceto fatto di bevanda inebriante; non berrà liquori tratti dall'uva e non mangerà uva, né fresca né secca. Per tutto il tempo del suo nazireato non mangerà alcun prodotto della vigna, dai chicchi acerbi alle vinacce. Per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; finché non siano compiuti i giorni per i quali si è consacrato al Signore, sarà santo; si lascerà crescere la capigliatura. Per tutto il tempo in cui rimane consacrato al Signore, non si avvicinerà a un cadavere; si trattasse anche di suo padre, di sua madre, di suo fratello e di sua sorella, non si contaminerà per loro alla loro morte, perché porta sul capo il segno della sua consacrazione a Dio. Per tutto il tempo del suo nazireato egli è consacrato al Signore».

[3] Anna promette al Signore: «se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».

[4] Giova a questo punto ricordare un altro grande personaggio la cui reazione si avvicina molto a quella di Sansone: il re David, che «dall'alto di quella terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. David mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l'Hittita”. Allora David mandò messaggeri a prenderla» (2 Sam. 11, 2-4).

[5] Anche Abramo aveva cercato per il figlio Isacco una donna proveniente dal suo clan, escludendo qualunque donna cananea, conscio che un simile legame avrebbe potuto costituire un pericolo per l’integrità religiosa di Isacco. Si veda Deut. 7, 3-4: «Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dei stranieri, e l'ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe»; cfr. anche Prov. 2, 1.16.19.

[6] Si noti che solitamente nella Bibbia il leone e le api simboleggiano il nemico mandato dal Signore verso chi non rispetta la sua santità.

[7] cfr. Levitico 11,24-28 e 31-40 dove si dice tra l’altro: «chiunque li toccherà morti, sarà immondo fino alla sera. Ogni oggetto sul quale cadrà morto qualcuno di essi, sarà immondo».

[8] È l’episodio delle trecento volpi e della devastazione che ne consegue: Giud. 15, 1-8.

[9] Giud. 15, 6-8.

[10] Giud. 15, 14-17.

[11] Cfr. Num. 20,11: «Alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame».

[12] Come commenta Vogels: «Egli non vuole che Sansone muoia di sete o sia ucciso dai Filistei. È un Dio che accoglie la persona per quello che è, con tutte le sue imperfezioni, e che ascolta la preghiera umana, anche di genere piuttosto egoistico» (Walter Vogels, I falliti della Bibbia, San Paolo, Torino 2008).

[13] Cfr. Isaia 5,2.

[14] Il siclo in Mesopotamia era il salario mensile di un operaio. Qui si tratta di oltre 10 chili d’argento per ognuno dei capi delle cinque città principali dei Filistei, quindi una sessantina di chili in totale: una bella somma!

[15] David Grossman, Il miele del leone. Il mito di Sansone, cit.

[16] Elie Wiesel, Le storie dei saggi, Garzanti, Milano 2006.

[17] Walter Vogels, I falliti della Bibbia, San Paolo, Torino 2008.

[18] Quattro interi capitoli sono dedicati a lui, quando ad altri giudici si dedica una frase soltanto: per esempio in Giud. 10, 1-4 di due giudici si dice: «Dopo Abimèlech, sorse a salvare Israele Tola, figlio di Pua, figlio di Dodo, uomo di Issacar. Dimorava a Samir sulle montagne di Efraim; fu giudice d'Israele per ventitré anni, poi morì e fu sepolto a Samir. Dopo di lui sorse Iair, il Galaadita, che fu giudice d'Israele per ventidue anni; ebbe trenta figli che cavalcavano trenta asinelli e avevano trenta città, che si chiamano anche oggi i Villaggi di Iair e sono nel paese di Gàlaad. Poi Iair morì e fu sepolto a Kamon».

Poesie di Davide Puccini

Chi di noi ha più di sessant’anni non potrà fare a meno di ritrovare, nella nuova silloge appena edita da Davide Puccini, gli odori, i sapori, i colori della sua gioventù, di quegli anni del primo dopoguerra e del boom economico che paiono così lontani dalla contem­poraneità. Animali diversi ed altri versi è una raccolta scandita in undici sezioni te­maticamente unitarie, che trac­ciano con delicatezza scenari carichi di spensierata nostalgia. Si inizia con quin­dici ritratti di Animali diversi: un topolino dal musetto grazioso e un cavalluccio ma­rino, un geco e un piccione, una chiocciolina e una farfalla, un gatto e un riccio di mare, altri animali di piccole dimensioni che portano “un mes­saggio d’amore” inat­teso; destinato subito dopo a riproporsi nella visione di Alberi foglie fiori frutti che stupiscono il poeta, perché rappresentano quasi uno “spreco di bellezza”.

La terza sezione è un elogio del mare, amato e goduto da Puccini nella sua “am­piezza infinita”; se­guono le sezioni dedicate al corpo, alla vita e alla morte, autori­tratti (diretti e indiretti) che ci offrono l’immagine di un poeta a suo agio nel “cammi­nare silenziosamente”, nell’at­traversare l’esistenza con appartata delicatezza.

La sesta sezione ci riporta Dal passato il racconto di eventi, situazioni, giochi che erano sepolti nella nostra memoria e si riaffacciano gioiosamente con la loro carica di gioventù; e trova ripresa nell’ultima sezione, dedicata ad alcuni Dolci ricordi: la penitenza che inesorabilmente punteggiava i nostri giochi infantili e la raccolta di francobolli, la scatoletta della liquirizia e il carretto del gelato, i dolci regionali e le carrube sgra­nocchiate al cinema, i ricciarelli di Natale e le “palline di vetro colorato” di proustiana memoria. Sono oggetti e occasioni che ci riportano in un mondo fiabesco, perché secondo il poeta “le cose possiedono un’anima”: sono luoghi, oggetti, situazioni di un passato che forma il sapore dolce della nostra infanzia e giovinezza. Resta da dire della nona sezione, forse la più importante, intitolata Epicedi, dove Puccini rie­voca amici e amiche perdute di cui ricostruisce tessere vitali pregne di affetto e ma­linconia.

Un’ultima considerazione merita lo stile, sempre curato e nello stesso tempo leggiadro, ricco di finezze ineguagliabili, rime equivoche, enjambement, calembour che dimostrano la grande dimestichezza di Puccini con la letteratura di tutti i secoli: il culmine della perfezione si ritrova nella Sestina dei sogni (posta non a caso esattamente al centro della raccolta), dove la canonica retrogradazione incrociata è splendido sup­porto alla testimonianza di vita del poeta.

Amore universale

Aliando lieve una farfalla viene

un attimo a posarsi

sulla mia spalla. Cara,

che tu mi abbia scambiato per un fiore

è un tenero segnale

di amore universale.

La libellula

Libera la libellula librata

nel fremito vibratile delle ali;

enormi occhi con vista panoramica

rispetto ai quali l'uomo è quasi cieco,

rosso o smeraldo misto ad oro il corpo:

gioiello senza eguali di un tesoro

di grazia e leggerezza proverbiali

.

È triste questo spreco di bellezza

per un insetto: a cosa può servire?

Ma la bellezza è spreco o non esiste.

Gli amanti del sole

Sopra un folto tappeto

di fogliette carnose

che coprono il pendio e si protendono

come mani che chiedono,

si aprono i pugni che verdi racchiudono

le macchie colorate degli amanti

del sole, la corolla

si allarga allegra nel flagrante viola,

mostra il cuore dorato

che è subito assaltato

da nugoli frementi

che suggono voraci

e ingordi si cospargono di spore

avviando un processo

di furibondo eppure casto sesso.

Fratelli nello spirito,

la vostra breve vita la passate

tutta in omaggio a colui che portate

con coraggio nel nome altisonante;

vi offrite confidenti,

appassite dolenti

di non poter godere ancora un poco

del suo fecondo amplesso.

Nascita del vento

Il mare è calmo sotto il cielo grigio.

Una leggera brezza di grecale

muove blanda corrente che si placa

lentamente nell'aria che ristagna.

Ora nulla disturba questa quiete.

Ma ecco un primo soffio che lieve alita

appena percettibile sul volto.

Ne cerco il segno in acqua: ecco s'increspa

al largo con un brivido che subito

s'affievolisce e posa, ecco riprende

dove non c'è il ridosso delle rocce,

di nuovo perde lena e ammutolisce.

Il sole che s'insinua fra le nubi

solleva ancora un poco di respiro

nell'ampio seno che mai non riposa

e come un fiume placido si sposta

la vasta massa in senso orizzontale:

finché ad un tratto, trionfante forza,

si leva maestoso il maestrale.

Waterman

Io che scrivo con questa stilografica

di segno fine sono - nomen, omen -

un uomo d'acqua. Inconsistente scorro

come l’inchiostro liquido bluastro,

trascorro la mia vita sulla ruga

di una sottile lamina di carta,

pallido astro che rapido declina,

lasciando appena un'orma diluita

che si trasforma in labili parole:

il sole la prosciuga ed è finita.

La penitenza

A Stefano Carrai,

in debito di un ricordo

Il gioco era un pretesto

per dare penitenza

a chi ne usciva vinto

soprattutto se nella lieta frotta

qualche bella bambina lievitava

e per incantamento

la lotta si accaniva:

dire fare baciare...

 

Eravamo in attesa dell'evento,

materiale in fermento,

incuranti di quel che minacciava

l'avvenire in agguato dietro l'angolo.

 

Ora che invece il gioco

ha perso ogni attrattiva e lo rimpiango,

non mi resta più alcuna alternativa:

lettera testamento.

Le cose e la morte

Le cose sono spietate.

 

Le cose non conoscono

la discrezione di morire.

 

Le cose sopravvivono

sempre e comunque, anche malridotte

 

Le cose stanno immobili

con la loro muta presenza

implacabili come dei rimorsi.

Riccardo

Hai sfidato la morte a viso aperto

sul suo terreno: alle prime avvisaglie

del cancro l'hai virato in arte pura

facendo diventare la sua immagine

terrificante un gioco di colori

affascinante nella sua astrattezza.

Se il fumo era la causa evidente,

non ti sei mai pentito e fino all'ultimo

senza piegare il capo, renitente,

sei rimasto fedele al caro vizio.

Sapevi bene di non poter vincere,

ma con ostinazione hai combattuto

senza paura finché hai potuto.

Non ho memoria dei banchi di scuola

dove insieme sedemmo da ragazzi,

ma ancora vedo un tuo disegno a cera

(una candela illumina la scena:

natura morta con verde bottiglia)

su carta nera a lungo appeso al muro

nel corridoio di casa di allora.

Mi torni a mente nella tua durezza

con affetto dettato da amicizia

che negli anni si perde eppure resta

capace di capirne la dolcezza.

Il gelato

Nei pomeriggi estivi, dopo il mare,

il gelato arrivava in bicicletta

su di un carretto spinto dai pedali

preannunciato da scampanellio

tanto sonoro da chiamare in frotta

i ragazzi del vasto vicinato.

Ad officiare il rito sempre uguale

con in testa un berretto bianco a barca

rovesciata a coprire la pelata

il caro Ponzio col sorriso strano

di chi possiede pochi denti in bocca

e povere parole smozzicate:

sollevando il coperchio di lucente

acciaio apriva l'intimo caveau

da cui traeva con una paletta

il tesoro di crema e cioccolato

murato con due tocchi in cima a un cono

sfilato dalla sfilza un po’ ricurva

impilata alla meglio sul ripiano.

Andava trangugiato senza indugio

per non farlo squagliare sotto il sole.

Il gelato costava dieci lire.

Sestina dei sogni

Il sentimento che ci spinge a amare

tutto il bello che vive sotto il sole,

portato dall'istinto al proprio fine

di trovare l'oggetto dei suoi sogni,

può diventare amaro come il sale

se gli manca la meta per cui parte.

 

Tutte le volte che spontaneo parte

alla ricerca del cuore da amare

attraversa deserte e buie sale

prima di risalire verso il sole

che riesca a dorare un poco i sogni,

nella mente dell'uomo unico fine.

 

Ma se il dolore che segna la fine

di ciò che della vita è tanta parte,

l’iridescente trappola dei sogni,

bagna i nostri occhi di lacrime amare,

lascia libere le sole

parole che ci fanno arido sale.

 

E mentre la marea schiumando sale,

l’acre soffrire sembra senza fine

persino quando fuori splende il sole

che riscalda la terra in ogni parte,

perché ci sono troppe cose amare

che offuscano la luce alta dei sogni.

 

Nostri alleati traditori, sogni,

per vostra colpa inanimato sale

diviene ciò che noi potremmo amare

e che sarebbe il nostro solo fine

se non ci distogliesse dalla parte

giusta il vostro mutare ad ogni sole.

 

Inutile sperare che col sole

del nuovo giorno finalmente i sogni

consunti da vecchiezza faccian parte

di un'esistenza concreta che sale

verso il destino d'avere la fine

che tocca al corpo che è buttato a mare.

 

E ancora ciò che ci fa amare il sole,

il fine e acuto stimolo dei sogni,

sale in scena a dire la sua parte.

Poesie di Giancarlo Majorino

«Scrivendo mi sento ogni volta portato in salvo»: questa rasserenante affermazione fu fatta a no­vant’anni da Giancarlo Majorino, uno dei protagonisti della poesia italiana del Novecento, morto a Milano, la sua città, nel maggio scorso. Dopo l’esordio con il racconto in versi La capitale del nord (1959), per sessant’anni egli ha dialogato nella sua opera con la storia personale e universale, sempre nella convinzione che la poesia avesse una responsabilità insostituibile nel mettere in luce e condan­nare tutte le contraddizioni dell’esistenza. Si definiva “insofferente di ingiustizie”, quindi “di sini­stra”, senza essere mai stato iscritto a un Partito: il suo impegno civile doveva trovare voce solo nella scrittura. Una scrittura che ha saputo esprimere fedelmente la sua inquietudine, l’insofferenza per ogni forma di sopraffazione, grettezza, ipocrisia; ma anche la ricerca di strumenti espressivi articolati e poliedrici, capaci di comunicare al meglio la complessità e l’inafferrabilità dell’esistenza.

Nelle raccolte più tarde, da La solitudine e gli altri (1990) a Le trascurate (1999), da Viaggio nella presenza del tempo (2008) a La gioia di vivere (2018), lo stile si fa ancor più spigoloso e trasgressivo, teso ad interpretare la realtà dell’oggi, sempre più cupa, caotica, quasi inconoscibile. Eppure coesi­stono, in questi testi magmatici e problematici, da un lato il tentativo di esprimere la disorganicità dell’esistenza, il giudizio negativo sulla realtà contemporanea, l’angoscia per le vicende brutali che ogni giorno si ripropongono: ma nello stesso tempo la folle speranza di poter modificare il mondo, di poter incidere in maniera positiva sulla sua evoluzione. In tal modo l’apparente impoeticità di certi testi risulta coerente con il tentativo di costruire una scrittura sempre più aderente alla metamorfosi continua della vita: la poesia di Majorino, in sostanza, si sforza costantemente di cercare un accordo, una sintonia tra arte espressione e vita quotidiana, anche a patto di risultare antipoetica.

 

O mia città

O mia città vedo le porte gli archi

che un tempo limitavano il tuo cauto

intrecciarsi di case strade parchi

oggi spezzarti come una frontiera

o come una catena di pontili

congiungere le tue zone più vili

ai box del centro dove grandi banche

rivali o consociate in busta chiusa

dan vita o morte in crediti d'usura

legate col cordone ombelicale

del capitale e in loro trasformate

e quelle in queste ritmica simbiosi

le sedi razionali dell'industria

con l'asino alla mola e i nuovi impianti

la rapida salita - la discesa

più rapida - la sedia dei trent'anni

intorno curve schiene di negozi

la Galleria col tronco fatto a croce

in fondo oltre la Scala la gran piazza

Cavour congestionata la questura

la pietra dell'Angelicum trapassi

violenti e luminosi in via Manzoni

il tufo è ancora base ai grattacieli?

 

contro il centro e soltanto qualche raro

sabato sera in blu nei suoi ritrovi

s'addensa l'altra razza la sicura

nemica della pace dei signori

e topi sul formaggio ogni mattina

dalla Nord da Varese dalle strade

fitte di bici e scooter le tribù

compagne di lavoro o traversanti

le piazze con stendardi per San Siro

o incolonnate per dimostrazioni

"da quanto tempo il tavolo rotondo

della terra è quadrato?"

"per quanto tempo ancora notte e giorno

saranno scarpe al piede dei padroni?"

 

nel mezzo come un uomo tra due fuochi

uno che brucia l'altro che risplende

il ceto medio spirito e materia

all'ombra dei potenti per la pace

per lunga convenienza e religione

contro di loro nella propria essenza

costretto a verità di sottomesso

 

se fedele dev'essere il poeta

al tempo scriveremo di partenze

frenate di ricorsi in cassazione

di lenze che catturano usignoli

gettati in acqua ritornati pesci

con versi che la biro dell'ufficio

(la marca della ditta l'attraversa)

la vespa delle ferie la ragazza

di tutti e rabbia/amore detteranno.

Contorto ritorno ad Itaca, a casa
Gagliardi conti la tua mania tessendo
Penelope cui non torna Ulisse detto Nessuno
rubandoti alla ditta contabile
di sé sparecchiato continua

lungo elenco di cifre dopocena
allegra e circondati come siamo
di figli non nati nell’inquieta
cucina certe inutili poppe che hai
senza i figlioli i fagioli
per giocare con la morte a tombola

ugualmente utili che hai
nel letto mi ricordo che cantavano
certe sirene dal visino aguzzo
che finivano in triangolo laggiù
e trentadue incisivi ora mentre giri
il fianco con i fori delle iniezioni.

 

Strâca morta

 l'Enrica dorme:

posa la faccia

sul cuscino che torna

petto di mamma

nel buio

in quella calma

avvicina il mento all'intestino

le ginocchia al mento

nell'acqua della stanza

nuotano pesciolini.

Caso

Pacata mente sgrano gli occhi dei minuti

e riconosco il Caso: nientetutto:

potresti scomparire sei comparsa

tantopiena, cosìfrutto.

 

potresti scomparire sei comparsa

La Visini

Misurata, carina, scesa - è chiaro -

da un'educazione paleopatrizia.

Prima della classe, non sa

cosa significhi lotta di classe.

Ma lo imparerà! urla la Lòvere;

invece forse no. Comunque

ringrazia, uscendo,

chi glielo spiegherà.

Adora i concerti ed è priva,

per ora (pensa?), di carnalità.

Le sue calzette bianche

inebriano le affaticate, stanche

proff. a mezzo servizio.

La comunista invece le dà quattro:

ringrazia anche la comunista, sa

che lo scrutinio la favorirà;

lo scrutinio di classe generale

non può farle del male.

Sit-in
Ma c’era qualcuno, in quella folla di giovani
vibratili e prefiguranti la nuova brughiera,

così usciti dall’ ossessione d’eros, belle e belli,

uniti nel volere e nel recitare la Rivoluzione,

è triste scriverlo, c’era qualcuno, io,
che sbirciava cosce seni labbra, pare incredibile

 

[tu che guardi]

tu che guardi

la purezza delle cose

la loro sicurezza

tu che guardi

alterata dall'ignoto

che fa da tuorlo al corpo

pure porgendo il profilo inviti a qualcosa

d'intensamente stabile e fluttuante

quindi con la voce battezzante

nomini dividi esponi l'ombra

sorella misteriosa

persona corporale più ricca di ogni cosa

Primo canto
luna più della luna in cielo stava
sull’intero ma poco guardata poco
in postazione cellule tuttora silenziose
dove confluiscono si flettono e si abbandonano
sinergie svaganti
e si riprendono

macchie interne o vichi foreste o avi bestia

ma la potenza dello spazio tempato
ha la meglio, crèdimi credètemi

luna più della luna in cielo stava
non ci si può togliere da un piangere, non
ci si può togliere da un piangere da un ridere
e i lumi si smagriscono, si spengono
è la città indiretta
dove accucciati sleali si vestono e andiamo

luna più della luna in cielo stava
e sull’intero ma poco mirata poco
e non era bello ma era necessario lasciare l’io
lo sbriciolato incerottato coi cerotti a pezzi
allontanarsi dalle fiammelle grette
e volare a sogno volare introiettando bassi bassi
il cemento, remoto il confine dell’erba

***  

È l’immediato che mi sorprende sempre:

ecco il libro che si sta formando

Enrica insegue col bicchierino

altri ultimi Tivù con un po’ di mondo

ecco l’alba di toni che sta riprendendosi

il mondo salvato dagli adulti liberi

lo sforzo della poesia

vari passati tornano presenti

ancor via i santi di potere stupido

il mondo salvato dalle donne libere?

aiutare i politici ne han bisogno

tanto da invecchiare prima di morire

l’ignoranza non cede, è troppo nutrita

            permetter anche all’interrogato d’interrogare

                    e su sé e sugli altri

***

Poesia e Conoscenza   gran titolo!

come già ci fosse una vita in comune

  sentendomi un singolo-di-molti

    progettare scuole di materie nuove

      i trascorsi?    da sapere, non sapere

      sobbalzi continuanti cervello domina

      a tagliar fogli di mondo   un vero dòmino

gioco in cima? forse sì, anche una fratellanza

però da bocc’aperta da occhi aperti da

           e di tutto

e stai provando come turno tutto il vivere – scrivere

   tastandone vari lati    varietà

       parte di equilibrio sgrana Enrì

           l’appartamento è grande!?

    dodici ore scatteranno una via l’altra.

Poesie di Piero Bigongiari

Poeta e critico letterario, Piero Bigongiari (1914-1997) ha costituito fin dagli anni trenta con Luzi e Parronchi la “triade dei poeti ermetici toscani” (come la definì Carlo Bo). La sua poesia suggestiva e raffinata è costantemente impregnata di in­terrogativi esistenziali, che la luce del paradosso contri­buisce a illuminare: la ricerca della verità nascosta sotto gli oggetti, divenuti simboli di un altrove che sfugge inesorabilmente (“la verità che nello stesso / errore è celata), spinge infatti il poeta a scoprire che “il mistero è uno, e solo l’uomo unanime può opporsi ad esso e di esso far poesia”. La sua scelta di scrivere nasce dunque dalla convinzione che solo la poesia, “come il frutto delizioso del melaran­cio”, è capace di cogliere la dimensione ‘vera’, ‘essenziale’ della realtà, che nella quotidianità risulta quasi illeggi­bile. Solo la poesia può vincere l’assenza, superare la contraddittorietà del mondo e cogliere il senso più profondo dell’esistenza, oltre il caos apparente.

Questo è stato sempre l’obiettivo di Bigongiari nelle sue numerose raccolte poetiche, tra cui giova ricordare almeno La figlia di Babilonia (1942), romanzo in versi dedicato a un’amata perduta, Il corvo bianco (1955) e Antimateria (1972), dove predominano i temi dell’assenza e del mistero, La legge e la leggenda (1992), poema che rilegge i miti classici, ricco di un’aggettivazione densa e straniante, e infine Dove finiscono le tracce (1996), uscito pochi mesi prima della morte, quasi un testamento spirituale, com­pendio della sua particolare con­cezione della vita.

Il poeta ha raffinato nel corso degli anni il suo linguaggio potentemente allusivo (“il ticchettio delle parole”), giungendo a una limpidezza di dizione che non rinuncia in ogni caso alla profondità della riflessione, alla ricerca del superamento dell’opacità del linguaggio: ne scaturisce un dettato dove le parole hanno un ruolo fondamentale per rendere leggibile la realtà.

Più uno, meno uno

La poesia che nasce nella tua stanza
è come il frutto delizioso del melarancio,
odo nel ticchettio delle parole
il carosello perduto e melanconico
un notturno riassorbersi d'aconito,
nel tuo slancio d'amore, queste sere.
Non mancan le parole per godere,
mancan le parole per non soffrire.
La farfalla di luce sul candeliere
sugge l'ultima cera, la più calda,
la più molle e volatile, sul fondo.
Come in miasmi di luce, anch'io m'effondo,
non mancan le parole per soffrire
in questa mia stanza di fantasmi.

Assenza

Non ha il cielo un segreto che ti culmini,

le tue risa s'iridano al vetro

della sera dolcissima di fulmini.

Al cielo sale nel tuo gesto effimero

la riga d'un diamante, lo smeriglio

ricalcola all'assenza una giunchiglia

morta nel sonno e al tenero fermaglio

del tuo dolore che non si può chiudere

geleranno dagli astri luci blu,

luci sorte alla piega delle labbra

che rimormorano arse cielo al cielo.

 

Dove un rapido greto si distrugge,

dove odorano (al tuo braccio?) gaggie,

segreto faccio

mia la tua pena che non ti raggiunge.

Eco di un’eco

Ti perdo per trovarti, costellato
di passi morti ti cammino accanto
rabbrividendo se il tuo fianco vacuo
nella notte ti finge un po’ rosa.

 

Quali muri mutevoli, tu sposa
notturna, quale spazio abbandonato
arretri al niveo piede, al collo armato
del silenzio dei cerei paradisi

 

che in festoni di rose s’allontanano?
Eco in un’eco, mi ricordo il verde
tenero d’uno sguardo che dicevi
doloroso, posato non sai dove

 

di te, scoccato dentro il misterioso
pianto ch’era il tuo riso. Oh, non io oso
fermarti! non i muri che dissipano
di bocci fatui un’ora inghirlandata.

 

Odi il tempo precipita: stellata,
non so, ma pure sola Arianna muove
dalla sua fedeltà mortale verso
dove il passo ritrova l’altra danza.

Non so

Nell’umido brillare dei tetti,
nel calare del sole tra scogliere
di strade, non so cos’altro aspetti,
s’altro dichiari con parole rade
ai passanti, ai vetri ciechi del tram,
e a un tratto molto so della speranza,
ma non so neppure cosa si perde
nell’ansimo dell’aria, quasi un battito
accelerato di motore,
quasi tacchi più fitti, una catena
che si tende, gli occhi un poco più desti.
Ma lo sguardo è dentro le cose
a cercarvi la buccia tra la polpa,
e non v’è colpa sufficiente per la nostra gioia,
nemmeno la speranza e la solitudine:
tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.

La tempesta

Forse è questa l'ora di non vedere

se tutto è chiaro, forse questa è l'ora

ch'è solo di sé paga, ed il tuo incanto

divaga nell'inverno della terra,

nell'inferno dei segni da capire.

Ma non farti vedere dimostrare

ancora le tue formule, è finita

l'orgia dei risultati rispondenti

alle cause. Sei sola, batti i denti

accosto ai vetri nevicati, tetri.

Divergono in un morbido riaccendersi

d'altro sangue i destini che ci unirono.

Tu li ricordi come - in queste tarde

ore che riscoccano dalla pendola -

in un fuoco di tocchi, in un orrendo

scatenarsi, dai tuoi armadi, di bambole.

La nostra vita, catturata, vedi,

mentr'era armata solo di silenzio,

come dai parafulmini ridesti

da un lampo, trova il filo da seguire

per non morire restando se stessa.

Lied

Un'altra rosa oscilla addolorata,

la vite in fumo raspa dietro i vetri,

i ginepri smentiscono la mano

evanescente che li addita amari,

il verde scende a valle avvelenato,

a mulinello il vento te lo porta

presso il cane fedele stilla porta

di casa tra il prillio lungo dei pioppi,

le rondini ritessono la notte

dalle punte solari delle tuie

alle buie pupille che l'attendono,

il pipistrello scava la miniera

dell'ombra come una farfalla nera,

di fiele gronda la sua bocca. Spera!

Nessuno in cammino

Eccola, la città in penombra,

la città della tolda e della sclera,

spenta di marmi nella lenta sera

che intorno a lei s'aggira a cercarmi.

O a cercare se stessa nel mio occhio

che vede come cera all'orizzonte

disfarsi un porto, là innalzarsi un ponte

su cui passa un fanciullo, la chimera

tenendo in pugno della propria vita.

Se troppo ho osato, è che non fu Nessuno

che il suo pianto più alato come il grido

che a perdifiato spargono le rondini

sul tetto patrio dove sono stato

insieme un figlio e un padre.

Sono stato

chi sono? Sono quello che sarò?

Fuoco rarningo che cerca la stoppia

dove accendersi della propria storia?

Il dono è da accettare a mani aperte,

ma quanto esse stringono, cos'è?

E dov'è il nido? Non nella memoria...

Le rondini lo sanno. Io lo cerco

nella grigia alternanza della cenere

dove il fuoco nascosto a un tratto sprizza.

Senz'ali ma col vento e la pazienza

delle cose che non cercano di essere

la ripicca della dimenticanza.

L'ombra della luna

Nulla, più nulla, un suono non ti regge

assetata stasera al plenilunio,

é finita la vita oltre la tua legge,

questo vento s'immischia dentro il bruno

tuo pallore, come vano!

Si voltano le pergole, le azzurre

cenerarie dolorano:

se fuma un'ala lungo la facciata

tu perseguine l'ombra fino a dove

si spegne senza luna.

Tra la legge e la leggenda

Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
forse perché amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
ma forse proprio in essa pesticciando,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente la ravviva.

Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart…, mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.

Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari – è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.

Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occheggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne precorri l’augurio coi tuoi occhi,
scheggia impazzita tra gli altri balocchi
del destino che l’uomo chiama vita.

Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul tuo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
altro non ne ho: l’aspo ne fu rapito –
che sull’altro ritesso la leggenda.
Tu che la leggi strappane la benda
dei segni che l’accertano o la mettono
in forse, perché, vedi, sotto sanguina.

Poesie di Nella Nobili

Nella Nobili nasce nel 1926 da una famiglia poverissima in un quartiere popolare di Bologna e a dodici anni è costretta a lasciare la scuola per iniziare a lavorare. È una lirica di Ada Negri a farle scoprire la poesia, cui si dedica da subito con divorante passione, nelle pause del lavoro e nelle notti insonni: impara da sola il tedesco e l’inglese per poter leggere i poeti che ama, Rilke e la Dickinson in particolare. In poesia (e poi anche in prosa) racconta la sua “vita di dolori, angosce e minacce”, la durezza del lavoro in fabbrica, la delusione per le miserie umane, lo sconforto per i pregiudizi di cui cade vittima. Nel ’49 si trasferisce a Roma, dove pubblica il suo primo volume dal semplice titolo di Poesie: il successo è immediato, ma dovuto più alla sua condizione di poetessa operaia” che a vero riconoscimento del suo valore. Per sfuggire a questo cliché poco gradito (si sentiva esibita "come un piccolo fenomeno da baraccone vestito da poetessa-operaia"), Nella si sposta qualche anno dopo a Parigi, la “città di carne”, dove per sopravvivere inventa una tecnica per incollare immagini di opere d’arte su oggetti come gemelli, portasigarette, specchi, scatole. Qui conosce la sceneggiatrice Edith Zha, che diviene sua compagna di vita e con la quale scrive il saggio Les femmes et l’amour homosexuel. Pur se delusa dal giudizio negativo di Simone de Beauvoir sui suoi testi in francese (La jeune fille a l’usine, 1978), continua a scrivere poesie, che saranno in gran parte pubblicate postume, dopo il suicidio avvenuto nel 1985.

La sua scrittura è un “miracolo di amore e volontà”, densa di grazia scontrosa, spoglia e asciutta, a volte perfino banale nel suo realismo, ma sempre carica di vitalità e arguzia, non priva di una vena corposa di surrealismo.

La necessità di rompere il verso, di scomporlo e ricomporlo costantemente, la porta a costruire testi dialoganti che si chiudono con clausole di rara acutezza e rigore. La sua concezione di un universo “indifferente”, di una vita che le appare “buco nero assoluto”, si trasforma via via nella ricerca affannata e implacabile di “raggiungere l’essenziale”, perché “solo il vero conta”: un vero che unicamente la poesia può rivelare.

Lettera a Rossana

Così cantava la mia perla accesa

nella conchiglia come una lacrima –

 

Rossana, io vengo da un’altra terra

dove il sole ferisce a morte per il suo calore

dove nei campi infuria un’estate perfetta

e l’erba allegra canta come una bionda ragazza

e l’odoroso fieno è sacro come un Dio.

 

Rossana – vuoi venire nella mia terra?

 

Io sola qui piango e mi lamento

e la terra gaia mi allontana da sé –

sul confine dipinto di lacrime

io ti chiamo – ti chiamo – ti chiamo.

 

E nei miei occhi adagio si va spegnendo

la mia estate perfetta, l’estate di fuoco

e sulle mie labbra arse e ancora piene di sete

muoiono le canzoni come vergini colpite nei fianchi.

Un silenzio enorme dal ventre bianco

mi circonda e mi tenta –

Ma la tranquillità non la voglio vedere!

Mandatela via – è una donna pazza

ha ucciso sua madre e suo padre

e ora vuole bere l’estate del mio sangue

 

Rossana – il lungo giorno

sta per morirmi in mano…

My darling sister

Questa notte le campagne

accese di bagliori come vetri

hanno infranto ai miei piedi

l’esistenza millenaria.

 

Si udì la voce di una capra belare –

un ramo di sole nacque tenue come una carezza lunga –

udimmo il silenzio rigarsi di bianchi suoni di flauto –

poi – ad un tratto – come nata da un grido alto –

comparve lei – la sorella diletta.

 

Cantava leggermente

con allegrezza accesa dentro le pupille

dove si muovono fronde

come tante piccole mani.

 

Appena l’ebbi scorta

una primavera mi scoppiò nel petto –

mi fece male al cuore

come se dal mio ramo

si fosse staccata con breve rumore.

 

E la toccai leggera sui capelli.

Con mani trasparenti

la spogliai delle vesti.

Colma di giovinezza

sono stata il suo guanciale per tanto tempo.

La ballata

Madre - Voglio ballare!

Dammi il vestito rosso.

 

Voglio andare ballando

sulle rotaie del tram

per tutta la città.

 

Campanaro – suona un valzer

dal campanile grande –

Venite tutti in piazza

a cantare e a ballare.

 

Piangeremo domani.

Frammenti (del giorno)

Dove sarà la mia casa lontana

chiusa sul poggio incantato

l’acqua del fiume la bagna

e il vento canta sul ramo…

 

Dove sarà la mia ragazza

sempre fuggitiva la vedo

per la discesa del colle

nel lampo d’occhi a mandorla

e di capelli al vento…

 

Sembra una voce che venga

dal limite estremo del nord

questo raggio di luce che avanza

da aurore incredibili…

 

Ma il giorno finisce – la sera

mi piange sul cuore…

La pianura è troppo grande, non la contengo più.

In tanto silenzio volevo lanciare il mio grido

rompere il quieto mattino, sorgere

con (tutta) la mia superbia, il mio orgoglio

in alto salire, lontano dalla terra –

lontano dalla terra – Silenzio.

Allucinato guardo in faccia al tempo

e non posso sostare – Si dilata

tra le due rive una distanza immane

dove si frantuma il mio chiamare.

[…]

Non cercarmi nell’ombra, ove i cipressi

si curvano al lungo vento.

Io ti direi che sono morta, e dolce

è questa morte come un sentimento

che solo può raggiungerti nel sogno.

Ma se le tue mani attenderanno sempre

chiuse contro la fronte pensosa –

io ti raggiungerò nel gran silenzio

che mi attraversa e che mi rende luce

e suono – e tempo.

Bologna antica

Bologna antica così ti lasciavo
ogni mattina dopo aver toccato
con la punta delle dita le tue albe rose perla
perla per la mia adolescenza austera
tesoro che portavo con me fino all'ingresso
della fabbrica con le sue luci elettriche
accese per l'eternità.

Ed essa passava

Ed essa passava ansiosa attraverso le canne

come per un furto, come una madre

che si reca guardinga sulla riva

e vi depone il figlio ultimo nato-

Che tensione nei giovani rami

e lungo le vene delle sue mani-

Moriva come un’immensa primavera

lo splendore del giorno – Si pativa

questa meraviglia come una pena

quando tu ti staccasti dalla riva.

Se rifiuto

Se rifiuto di pensare in poesia

se rompo il verso, se lo scompongo

se ne faccio un’umile riga

descrittiva

e priva del profumo della fantasia

è per raggiungere l’essenziale

per collocarlo nel pensiero

al punto esatto, per fissarlo

ed infine per comunicarlo.

Ormai solo il vero conta.

Penetrare nel vero, affidarsi al senso più concreto

con i mezzi più concreti:

ogni uomo li possiede.

L’uomo è solo

L’uomo è solo. Dove

può andare a morire.

la sua

solitudine lascia

indifferente l’universo. 

Chiedo a mia Madre

Chiedo a mia Madre

delle camicie per cambiare

tre quattro otto, una ogni ora

e ancora non basta

a tamponare il nostro sudore

a cancellare il nostro dolore

non basta. Per un po’ di fresco

è la pelle che dovremmo strappare

nell’inferno dell’officina.

Città di carne

Ti amo città di carne
sofferenza e meraviglia
del mio sangue delle mie mani.

Vorrei essere cieco per
percorrerti con le mie dita
aperte – per entrare
in ogni crepa in ogni graffito
in ogni pietra consumata
da altre mani.

Dodici poesie di lutto

V

Chi riunirà gli amanti
morti abbracciati se non
l’alchimia della materia
lo sgocciolare del tempo
il segreto delle correnti
sotterranee?

XII

Questo sussurro la morte

questo splendore di luce

bianca? Qui giù

il nero del lutto accompagna

l’ineffabile mistero della

trasfigurazione-risurrezione

della carne. Voi che restate

piangete

il buco nero assoluto

è la vita.





Poesie di Patrizia Cavalli

«La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere. Le parole devono avere una potenza intrinseca, il lavoro del poeta è sceglierle tra tante altre»: questa affermazione di Patrizia Cavalli (1947-2022) in un’intervista di qualche anno fa ben descrive la sua idea di poesia, che ella ha cercato di realizzare fin dalla prima raccolta poetica, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), che suscitò a suo tempo un intenso dibattito, e ha poi perseguito in quasi cinquant’anni di scrittura, fino all’ultima silloge del 2020, Vita meravi­gliosa.

Sostanzialmente fedele a se stessa, aliena da ogni rigida presa di posizione ideologica, Patrizia Cavalli ha scelto di prosciugare costante­mente la sua scrittura, evitando i manierismi e le mode del momento, nella ricerca incessante della felicità, che ha saputo trovare nel quotidiano degli oggetti e delle persone, nell’ambivalenza della perdita e del riconoscimento. La finissima ironia che la caratterizza contribuisce a ridurre a misura d’uomo anche i concetti più profondi, che si intrecciano con la visione delle umili realtà di ogni giorno, in un ordito inscindibile. Certamente hanno contribuito a ciò anche i molteplici registri stilistici utilizzati, i folgoranti aforismi che punteggiano la sua poesia, i monologhi di stampo quasi teatrale, le allego­rie e le invet­tive; mentre le scelte metriche, che si potrebbero definire classiche, lasciano comunque trasparire una precisa volontà di rinnovare e nobilitare la scrittura poe­tica. Così un vocabolario di disarmante precisione accompagna lo stupore infan­tile delle immagini proposte, e attraverso la poesia il lettore giunge a conoscere e capire il mondo nel modo più effi­cace e trasparente.

 Sempre alla ricerca del mistero “dentro” le cose, sempre in attesa di un’illuminazione improv­visa che dia ordine al disordine, la poesia è stata per Patrizia Cavalli un ponte che unisce mistero e significato, un movimento costante e mai definitivo, un’incessante approssima­zione alla verità che si incontra solo attraverso la bellezza. Una bellezza che non risiede tanto nell’oggetto nominato, quanto nello sguardo di chi nomina, nel valore che la poesia concede a ogni minimo lacerto del mondo osservato, nella parola che dice più di quello che l’oggetto è, ricreandolo ogni volta come in una nuova creazione del mondo.

Qualcuno mi ha detto

Qualcuno mi ha detto

che certo le mie poesie
non cambieranno il mondo.
Io rispondo che certo sì
le mie poesie
non cambieranno il mondo.

Anche quando sembra che la giornata

Anche quando sembra che la giornata

sia passata come un’ala di rondine,

come una manciata di polvere

gettata e che non è possibile

raccogliere, e la descrizione

il racconto non trovano necessità

né ascolto, c’è sempre una parola

una paroletta da dire

magari per dire

che non c’è niente da dire.

E sempre dovrò partire

E sempre dovrò partire

e fare i bagagli

e permettere al mio poco corpo

una corsa che non gli si addice

e prolungare gli inganni e demente

rincorrere tutte le storie anche quelle

che avrebbero preferito un silenzio.

Ma valorose sono le partenze

anche se un imbarazzo spesso le consuma.

Occhi miei aspettate e guardate

Occhi miei aspettate e guardate.

Corpo mio corpo non fuggire

verso casa tra una macchina

e un muro, non rubare mai più

l’ultimo suono dal gruppo di ragazzi

fermi sulla piazza non della prossima

strage stanno parlando

ma del prossimo film che vedranno.

Dolcissimo è rimanere

Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.
Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare?

Poco di me ricordo

Poco di me ricordo

io che a me sempre ho pensato.

Mi scompaio come l’oggetto

troppo a lungo guardato.

Ritornerò a dire

la mia luminosa scomparsa.

Guardate come lei si lascia catturare

Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre.

E quando si mette sulle mia ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.

Essere testimoni di se stessi
Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

Adesso che il tempo

Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione.

Sarebbe certo andato tutto bene

Sarebbe certo andato tutto bene,
una passeggiata un caffè, al cinema
qualche volta insieme, le cene
a casa o al ristorante; sarebbe stato
insomma tutto regolare
se all’improvviso togliendosi gli occhiali
non si fosse seduta sorridendo
con un’aria leggermente impaurita
e i capelli un po’ spettinati
che la facevano sembrare appena uscita
da un sonno o da una corsa.

Per questo sono nata
Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorriso che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.

Addosso al viso mi cadono le notti
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia.

Io scientificamente mi domando

Io scientificamente mi domando
com’è stato creato il mio cervello,
cosa ci faccio io con questo sbaglio.
Fingo di avere anima e pensieri
per circolare meglio in mezzo agli altri,
qualche volta mi sembra anche di amare
facce e parole di persone, rare;
esser toccata vorrei poter toccare,
ma scopro sempre che ogni mia emozione
dipende da un vicino temporale.

Ponti

Nascono i bei pensieri sopra i ponti
e sempre ci si ferma sopra i ponti
per contenere quell’atomo di grazia
sospeso in equilibrio
tra gravità di sponde e cieca corsa d’acqua.
Ti darò appuntamento sopra un ponte,
in questa mezza terra di nessuno.

Prendimi adesso tra le tue braccia

Prendimi adesso tra le tue braccia

adesso sciolta da me raccoglimi

non per ridarmi forza

ma perché io possa arrendermi.

Bene, vediamo un po' come fiorisci

Bene, vediamo un po' come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.

La strada

Andando dritti si va da qualche parte,
andare dritti dunque non conviene.
Nel cerchio circolando generavo
la mia costituzione senza verso,
ero lì ripetuta e ripetente
che mi centellinavo, il tempo
era un profumo sparso che annusavo
svogliatamente.

Ma prima di morire

Ma prima di morire

forse potrò capire

la mia incerta e oscura condizione.

 

Forse per non morire

continuo a non capire

sicura in questa chiara confusione.

Poesie di Roberto Rebora

Roberto Rebora (1910-1992) comincia a scrivere negli anni trenta, ma resta appartato e quasi sconosciuto al grande pubblico, fino a morire in estrema povertà. Due sono i dram­matici eventi che segnano la sua visione del mondo: la morte precoce del padre, in seguito alla quale deve abbando­nare gli studi e iniziare a lavorare come magazziniere alla Bovisa, e l’esperienza delle guerre, prima quella d’Etiopia, poi quella mondiale (con la conseguente prigionia in Germania), che lasciano tracce profonde sulle sue prime due raccolte poetiche, Misure (1940) e Dieci anni (1950).

La sua poesia è spesso legata alla quotidianità, ma l’apoditticità del dettato e la costante scarni­ficazione della parola la allontanano dal realismo, quasi sublimando i dati di partenza. Via via la ricerca di senso si fa sempre più intensa: e questo setacciare la vita, questo ten­tativo di penetrare nei misteri della quotidianità, riesce a donare al poeta almeno un barlume di serenità, nella convin­zione «che la poesia, quando esista, è la sola arma per respingere l’infame armata della de­solazione e della disperazione». Nella concezione di Rebora la sto­ria è «sempre / sorprendente», e vale quindi la pena scrutarla per scoprirvi «ciò che non si perde», i colori e le sillabe che si richiamano recipro­camente, «gli scatti del pensiero» che indagano e scandagliano. E se anche al poeta non è dato tro­vare risposte definitive, gli resta pur sempre «il silenzio che ascolta», la pagina «furibonda di vita […] e di muta gioia».

Indubbiamente non giungono dalla poesia di Rebora certezze rasserenanti, perché è sempre solo l’«ombra / delle cose» a mostrarsi, l’ombra «che va e viene / e poi sparisce», la «luce indecisa» che non ce la fa a illuminare compiutamente la realtà ultima delle cose; ma la vita, che il poeta indaga tenacemente e descrive con la parola e con il silenzio, riesce in ogni caso a rischiarare (anche se parzialmente e precariamente), la realtà: «l’al­bero verde / lasciato dove / correrà la vita / per finire viva». Perché la poesia (afferma Rebora) esiste per cercare degli obiettivi: e non è poi così impor­tante che questi siano veramente raggiunti.

 

Nella corsa del cielo

Lasciami gridare, compagno,

verso chimerici segni.

 

Stride una linea nel tuo volto

abbandonando la luce

sopra i tetti morenti.

È inerte in te la notte.

Hai mani cieche

che ignorano l’amore

e non consentono paura di forme.

Non hai dolore nel mondo.

 

Pure è inflessibile la scia

che il giorno incide

nelle sue volte.

Un grido intatto

dalle prime sorgenti.

 

L’antica misura sopravvive

nella corsa del cielo.

(Tschenstochau, ottobre 1943)

Verità?

È una vita di pochi giorni

l’ho incontrata sul filo dell’aria

svoltando da una piazza solitaria

in un vicolo di misteri.

 

Misterioso semplicemente

mentre l’aria lo stava pulendo

lungo le pietre risalendo

con una gioia repente.

 

Non c’era nessuno nel vicolo

la gente si era dispersa

ma quell’aria non era persa

che nasceva con tanto impeto.

 

Era un vicolo misterioso

perché la vita vi appariva

era deserto e non moriva

accanto al mondo furioso.

 

Su quelle pietre voglio passare

e godere l’aria fina

non c’è bisogno di scrutare

il nero specchio dell’indovina.

 

L’indovina non vede nulla

solo un’immagine indecorosa

la sua bocca polverosa

definitivamente murata.

Se mi chiedono

Se mi chiedono perché
ho molte parole per la risposta
ma di suono affaticato
o sono parole isolate
che non trovano l’altra…

come chi improvvisamente
spalanca la porta e non riconosce nulla
se non l’invito ad avanzare
su un terreno troppo silenzioso…

oggi è così
come sempre del resto
e allora raccolgo l’invito
del vecchio e vedo una strada
la vedo proprio con il suo carico
di lontananze e con le tracce
di chi è passato.

Testamento

Lascio l’albero nel campo

costantemente verde

tentato dalla luce

allarmato dai tuoni

attorcigliato alle radici

segnato dal furore e dalla gioia

 

forse è un fantasma

che porterò con me

lungo una strada improvvisa

accompagnato

da ciò che non si perde

 

pochi nomi

nel silenzio colmo di sé

parole staccate dallo spazio

da raccogliere nell’erba

e passi che si allontanano

 

l’albero verde

lasciato dove

correrà la vita

per finire viva.

Se la malinconia

Se la malinconia ti culla

come un bambino spaventato

ed ora che sei con te stesso

fuggi anche il sonno

e non vuoi sentire altro

che sia diverso

dal suono di un mandolino

nascosto nella luce del giorno…

allora aspetta che ritorni quanto

non vuol cedere all’inganno che sfibra

 

la malinconia è un dolce veleno

se la cerchi e la vuoi

per non patire…

ma se la penetri camminando

come una volta nella piana ventosa

è qualcosa che ti avverte

incessantemente ripetuta

e non ti lascia privo

di te che aspetti

 

il suono del mandolino

non chiede nulla

ti accompagna a volte

e poi si apparta

dimenticato nel silenzio

dove ciò che manca

sarà la parola impronunciata.

Colori sillabe

L’orizzonte suggerisce

lontanissime distese colorate

e due case bianche

 

c’è del rosso e del giallo

e sillabe da ascoltare

nascono dai cenni della luce

 

la storia di sempre

sorprendente.

Dalla finestra

Dalla finestra

guardo

nell’aria bianca

dove cerco di seguire

gli scatti del pensiero

qualcosa in ombra

che va e viene

e poi sparisce

nella luce

che non vuole cancellarsi

 

un invisibile

uccello migratore

è come quell’ombra

che accenna e se ne va

torna e non c’è

ed ha lasciato

il muto

avvenimento delle cose.

Fra poco

Fra poco basta

e sarà allora

come lo spazio

inseguito per anni

con una parola

nascosta nella foglia

che si stacca

all’improvviso

e gira nell’aria

incerta ancora

nei suoi movimenti

contrari.

Non credo di dover rispondere

Non credo di dover rispondere

c’è il silenzio per questo

e ancora tace l’ombra

delle cose che si aggiungono

ad altre ombre in movimenti

svanenti ed in attese

 

non amo le suggestioni

del nulla e le parole

che non aspettano risposte

ma il silenzio che ascolta

il fragore della lontananza

l’impercettibile ronzio del tempo

nell’aria bianca

la pagina appena toccata

sempre immobile e pronta

 

furibonda di vita ancora

e di muta gioia

di aggrovigliati silenzi.