Poesie di Ada Negri

Il prossimo 3 febbraio cadranno i 150 anni dalla nascita di Ada Negri, scrittrice lodigiana divenuta famosissima con la prima raccolta poetica e rimasta sulla cresta dell’onda fino alla morte. Da allora pregiudizi ideologici e malintesi critici l’hanno fatta cadere nell’oblio, ma pare giunto infine il momento di riconoscerne il reale valore.

L’esordio trionfale avviene con Fatalità (1892), una raccolta ancora acerba, che però propone un io poetante caparbio e determinato, che con giovanile vitalismo oppone la positività del proletariato al cinismo dei «borghesi astuti» e si ribella con vigore allo stereotipo che prevedeva allora per il genere femminile solo un ruolo subalterno e marginale. La subitanea fama della Negri deve molto al suo pensiero sociale, che scaturisce non solo dalle teorizzazioni in voga a fine secolo, ma soprattutto dalla sua esperienza personale, dai racconti della madre, operaia al lanificio, e della nonna, portinaia in una casa nobiliare di Lodi.

L’autobiografismo d’altronde è una costante che riaffiora carsicamente in questa come nella successive raccolte poetiche, da Tempeste (1895) a Maternità (1904), dal Libro di Mara (1919) ai Canti dell'isola (1924), fino a Vespertina (1930), Il dono (1936) e Fons amoris (1946), che viene a ricapitolare l’intero percorso poetico. Costante è l’espressione dell’affetto per gli amati paesaggi lombardi e il ricordo malinconico della gioventù lodigiana, cui si affianca un’amara riflessione “politica” su giustizia e ingiustizia, che trova infine risposta nella dimensione religiosa dell’esistenza, quando l’anelito di rivolta si riscatta e da convinzione ideologica si trasforma in consapevolezza teologica, portando Ada Negri a scoprire l’illusorietà del credo socialista vagheggiato in gioventù.

Senza nome

Io non ho nome. Io son la rozza figlia

dell’umida stamberga;

plebe triste e dannata è mia famiglia,

ma un’indomita fiamma in me s’alberga.


Seguono i passi miei maligno un nano

e un angelo pregante.

Galoppa il mio pensier per monte e piano,

come Mazeppa sul caval fumante.


Un enigma son io d’odio e d’amore,

di forza e di dolcezza;

m’attira de l’abisso il tenebrore,

mi commovo d’un bimbo alla carezza.


Quando per l’uscio de la mia soffitta

entra sfortuna, rido;

rido se combattuta o derelitta,

senza conforti e senza gioie, rido.


Ma sui vecchi tremanti e affaticati,

sui senza pane, piango;

piango su i bimbi gracili e scarnati,

su mille ignote sofferenze piango.


E quando il pianto dal mio cor trabocca,

nel canto ardito e strano

che mi freme nel petto e sulla bocca,

tutta l’anima getto a brano a brano.


Chi l’ascolta non curo; e se codardo

livor mi sferza o punge,

provocando il destin passo e non guardo,

e il venefico stral non mi raggiunge.

Sfida

O grasso mondo di borghesi astuti

di calcoli nudrito e di polpette,

mondo di milionari ben pasciuti

e di bimbe civette;


o mondo di clorotiche donnine

che vanno a messa per guardar l’amante,

o mondo d’adulterî e di rapine

e di speranze infrante;


e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,

che vuoi celarmi il sol de gl’ideali,

e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo.

che vuoi tarparmi l’ali?...


Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto:

tu menti e pungi e mordi, io ti disprezzo:

dell’estro arride a me l’aurato incanto,

tu t’affondi nel lezzo.


O grasso mondo d’oche e di serpenti,

mondo vigliacco, che tu sia dannato!

fiso lo sguardo ne gli astri fulgenti,

io movo incontro al fato;


sitibonda di luce, inerme e sola,

movo. E più tu ristai, scettico e gretto,

più d’amor la fatidica parola

mi prorompe dal petto!...


Va, grasso mondo, va per l’aer perso

di prostitute e di denari in traccia:

io, con la frusta del bollente verso,

ti sferzo in su la faccia.

Sette maggio 1898

Ho quell’ore ne l’anima inchiodate:

la via deserta, sotto un ciel di piombo:

ad un tratto, da lungi, un sordo rombo

di folla, e un grandinar di fucilate.


Porte e finestre in un balen serrate

lugubremente - poi silenzio. Il rombo

già s’avvicina, sotto il ciel di piombo:

colpi, fischi di palle, urli, sassate.


Fin ch’io vivrò mi resterà ne l’ossa

quell’angoscia, quel soffio d’agonia

su gente inerme del suo sangue rossa;


e vedrò quel fanciul, senza soccorso

morente un bimbo!... in mezzo de la via,

china e intenta su lui come un rimorso.

Ponte di Lodi

Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri

abbracciati dall’impeto del fiume

rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume

candide a fior dei vortici verdastri.


Come una volta ancor vorrei poggiarmi

alle tue sbarre, e riaver quel vento

in faccia; e mirar nuvole d’argento

specchiate in acqua, e d’esse sazïarmi.


Ma esser quella d’allora, con quel volto

e quell’anima, scarna adolescente

livida di superbia, impazïente

di vivere, con sensi aspri in ascolto:


e tutto innanzi a me: lo spumeggiante

fiume e la vita!... Ma su via trascorsa

non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa:

altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.


E vado e vado. Finché, un giorno. Addio

dirà l’anima al corpo. E sarà il fiume

natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume

d’astri, mi condurrà verso l’oblio.

La folla

Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto

perduta; e tu mi porti e tu mi spingi

e mi rigetti, e d’ignorarmi fingi,

ma ben m’abbranca il tuo potere occulto.


Sai di sudore umano, e di sporcizia

mascherata d’aromi, e del sentore

d’ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore

per oscuro fermento in te s’inizia.


Mi piaci per l’enorme onda vitale

che tutta mi ravvoltola, muggente

e rischiumante, carne e cuore e mente

impregnando del tuo libero sale.


Ogni volto che a lampi appare e spare

forse è il mio: ché mio corpo non è questo

solo ch’io sento e curo e movo e vesto:

chi vi noma e vi scinde, onde del mare?...


D’essere innumerevole è mia gloria

e mia superbia; e multiforme, come

te, folla; e in preda a tutti i venti, come

te, che a folate scardini la storia;


e, se fremito passi di sommossa,

ingigantir con te, con te disvellere

i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle

col divampar della mia furia rossa.

Il risveglio

Quando il canto del gallo segò il cielo, ed ella ancor nel sonno a te sorrise, o amato.

L’uno dall’altro nasceste allora, in purità di corpo, in purità di spirito.

O voi beati, non espressi da grembo di madre, ma dalla meraviglia del vostro amore!

E vi levaste con atti limpidi, ed il primo mattino del mondo con voi si levò.

E nuovi furono agli occhi vostri i rosei cirri del cielo specchiati nei fiori dei peschi,

nuova l’erba intrisa di guazza, fresca alle mani come un lavacro,

divina in voi la dolcezza di scoprirvi un nell’altro presenti e viventi,

con anima per amare,

labbra per baciare,

voce per benedire.

Corale notturno

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,

là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,

le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.

Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,

in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,

blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.

Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,

con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,

con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,

a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,

quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

I giardini nascosti

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolio sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli,
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace.

Padre, se mai questa preghiera giunga

Padre, se mai questa preghiera giunga

al tuo silenzio, accoglila, ché tutta

la mia vita perduta in essa piange:

e s’io degna non son, per la grandezza

del ben che invoco fammi degna, Padre.


Quando morta sarò, non darmi pace

né riposo giammai ne le stellate

lontananze dei cieli. Sulla terra

resti l'anima mia. Resti fra gli uomini

curvi alla zolla, grevi di peccato:
con essi vegli, in essi operi, ad essi

della tua grazia sia tramite e luce.
Lascia ch'io compia dopo morta il bene

che nella vita compiere m'illusi,
o me povera povera! e non seppi.
Mi valga presso Te questo rimorso

ch'io ti confesso, e il mio soffrire, e il vano

fuoco di carità che mi distrugge.
Giorno verrà, dal pianto dei millenni,

che amor vinca sull'odio, amor sol regni

nelle case degli uomini. Non può

non fiorire quell'alba: in ogni goccia

del sangue ond'è la terra intrisa e lorda

sta la virtù che la prepara, all'ombra

dolente del travaglio d'ogni stirpe.

Il dì che sorga, fa’ ch'io sia la fiamma

fraterna accesa in tutti i cuori; e i giorni

la ricevan dai giorni; e in essa io viva

sin che la vita sia vivente, o Padre.


Poesie di Delio Tessa

Ottant’anni fa moriva a Milano, dove era nato nel 1886, Delio Tessa, il più grande poeta in dialetto che la città abbia avuto dopo Carlo Porta. Fu avvocato, ma esercitò pochissimo, dedicandosi piuttosto alla letteratura e al cinema. All'avvento del fascismo non nascose la sua radicale opposizione, il che gli rese ancor più difficile il lavoro e lo spinse ad appartarsi ulteriormente in un'esistenza schiva e senza eventi di rilievo. Morì di setticemia il 21 settembre 1939. Arguto e sensibile prosatore, nonché critico cinematografico, fin dal 1909 scrisse versi in milanese, ma in vita pubblicò (e solo per insistenza degli amici) un'unica raccolta, L'è el dì di Mort, alegher! (È il giorno dei morti: allegri! 1932). Postume apparvero invece nel 1947 le Poesie nuove ed ultime.

Partito dall'ambito del realismo scapigliato e del bozzettismo ottocentesco, ben presto Tessa si affrancò dall'angustia provinciale in cui era caduta la poesia dialettale di fine Ottocento, recuperando direttamente l'esperienza di Porta, del cui grande magistero risente indubbiamente il suo dialetto, che però non rifiuta di mescidarsi e modernizzarsi costantemente. Così entrano nel suo vocabolario le espressioni quotidiane del "popolo che parla”, riconosciuto come unico e indiscusso "maestro" di lingua: e accanto alle voci della vita delle classi più umili hanno cittadinanza perfino le voci gergali del mondo della malavita e dei bordelli, con la loro parlata colorita e fosca. Inoltre l’inserzione accanto al dialetto di lingue nobili (latino, inglese, francese, tedesco), di ritagli di voci popolari ascoltate per strada, la preferenza per il verso libero tendono a produrre nella sua poesia una musica interna tutt'altro che banale, cui egli dava il giusto vigore nelle sue sapienti letture pubbliche presso gli amici più cari, in ristrette serate milanesi. Stilisticamente prevalgono in lui una forte violenza linguistica e un espressionismo marcato, che trasformano le note di cronaca in fantasie allucinate, mentre l’uso frequente di un registro macabro e grottesco, e la struttura articolatissima e dinamica dei testi, evidente soprattutto nei poemetti narrativi, ne fa vere "narrazioni" a più voci e a più piani intrecciati.

I personaggi che popolano la Milano tessiana sono spesso emarginati e reietti: prostitute, tenutarie di case chiuse, ospiti del manicomio, vecchie agonizzanti, professionisti incartapecoriti. Costituiscono un mondo fosco, rintracciato da Tessa nel cuore della vecchia Milano e descritto con estrema precisione anche topografica. Ne scaturisce il ritratto di un universo dissonante, deformato, tragico, in cui l'uomo appare completamente solo, sradicato da società e natura, e sembra sopravvivere solo in attesa della morte liberatrice. Ma Tessa sa anche accogliere questa moltitudine disperata nel suo affetto privo di giudizio e di pregiudizi, dando della Milano d’allora un affresco amaramente comico ed estremamente variegato.

La pobbia de cà Colonetta

L’è creppada la pobbia de cà

Colonetta: tè chì: la tormenta

in sto Luj se Dio voeur l’à incriccada

e crich crach, pataslonfeta-là

me l’à trada chì longa e tirenta,

dopo ben dusent ann che la gh’era!

L’è finida! eppur... bell’e inciodada

lì, la cascia ancamò, la voeur nò

morì, adess che gh’è chì Primavera...

andemm... nà... la fa sens... guardegh nò!

Il pioppo di casa Colonnetti. È crepato il pioppo di casa Colonnetti: eccolo lì: l’uragano di questo luglio se Dio vuole ce l’ha fatta e cric crac, pataslonfeta-là me lo ha scaraventato qui lungo e disteso, dopo ben duecento anni che c’era! È finito! eppure... anche inchiodato lì, germoglia ancora, non vuol morire, adesso che viene la primavera... andiamo... via... fa pena... non guardarlo!

El gatt del sur Pinin

Pensa ed opra, varda e scolta,

tant se viv e tant se impara;

mi, quand nassi on’altra volta,

nassi on gatt de portinara!

Per esempi, in Rugabella,

nassi el gatt del sur Pinin...

... scartoseij de coradella,

polpa e fidegh, barettin

del patron per dormigh sora...

pisorgnitt del post disnaa,

tiraa adree finchè ven l’ora

de sarà el porton de straa!

Nanch quel crist d’on cava-oeucc,

con quell grand regoeuij ch’el fa

che, per solet, no ’l gh’à on boeucc

de fottà i client in cà;

nanch el sur Pinin, quell’omm

che in articol veggiaria

t’el pareggi ai preij del Domm,

e dalla portineria

alla cort granda, ai cortin,

ben d’avanz de quella megna

del padron, sui inquilin,

grand amis di gatt el regna;

nè a costù no manch, nè al Denti

quant a cuu no ’l ghe stà indree,

sto gatton per quell che senti!

Ah qui oeucc de forastee

che me guàrden, quell ciocchin

taccaa sù ch’el ciocca mai,

quell vess lì sul tavolin

semper lì, quell moeuves mai,

chè i magutt l’àn stremii sù

nè ’l va pu foeura de cà,

nanca el mogna, quant a lu,

mi l’óo mai sentii a mognà,

e... quell nient, quell vero nient...

lu per lu, sira e mattina

nient el fa, capisset, nient,

propri on nient de Vittorina!

Ah Rity, de quand la Frida

la t’à spaventaa la pilla,

ah che vita descusida,

dolorosa... dilla, dilla...

Es per adess, Rity, l’è tard,

ma per st’altra volta, impara,

ten a ment... daremm su i cart

per vess gatt de portinara!

Il gatto del signor Peppino. Pensa e opera, guarda e ascolta, tanto si vive e tanto si impara; io, quando nasco un’altra volta, nasco un gatto di portinaia! Per esempio, in via Rugabella nasco il gatto del signor Peppino... scartocci di coratella, polpa e fegato, berrettino del padrone per dormirci sopra... pisolini del pomeriggio, tirare a campare finché vien l’ora di chiudere il portone di strada! Nemmeno quel cristo d’un cava-occhi, con quella sua gran colletta, che, di solito, non ha più un buco dove ficcare i clienti in casa; neanche il signor Peppino, quell’uomo che quanto ad anticaglia lo metto alla pari delle pietre del Duomo, e che dalla portineria al cortile ai cortiletti regna sugli inquilini, grande amico dei gatti, molto più di quello spilorcio del padrone di casa; neanche a lui né al Denti, quanto a fortuna, non ha niente da invidiare ‘sto gattone, per quel che sento! Ah, quegli occhi di forestieri che mi guardano, quel sonaglino attaccato al collo che non suona mai, quello starsene lì sul tavolino sempre lì, quel non muoversi mai, perché i muratori lo hanno spaventato e non va più fuor di casa, non miagola nemmeno più, io non l’ho mai udito miagolare, e... quel niente, quel vero niente... lui da solo, sera e mattina non fa niente, capisci, niente, proprio un niente da Vittorina! Ah! Rity, da quando la Frida ti ha fatto sparire il grano, ah che vita scombinata, dolorosa... dillo, dillo... Adesso ormai è tardi, Rity, ma per quest’altra volta, impara, tieni a mente... faremo domanda per essere gatti di portinaia!

De là del mur

Foeura de porta Volta

de paes in paes

a la longa di sces

pedalavi in la molta

de la Comasna vuna

de sti mattinn passaa:...


me seri dessedaa

con tant de grinta, in luna

sbiessa e in setton sul lett

pensavi: «cossa femm

incoeu?... l’è festa... andemm...

aria!... de sti fodrett...

moeuvet! te sèntet no

la pendola? Madonna!

hin i noeuv or che sona

e sont in lett ammò!

giò con sti gamb... coragg,

ciappa la porta e proeuva

la bicicletta noeuva!»

A seri de vïagg

donca e de mja in mja

intant che pedalavi

quiettin... quiettin... vardavi

la campagna drevia,

vardavi i camp, i praa

noster chì de Milan,

qui cari patanflan

di noster praa, settaa

denter in la scighera,

denter a moeuj coi sò

fir de moron, coi sò

med de ganga... in filera

giò... giò... longa e longhera...

cassinn e cassinott,

paes e paesott

sgreg, pien de viran...

l’era

ona mattina grisa

d’ottober senza el vol

d’on passer, senza sol!...

... L’inverna ... qui de Pisa...

riven adess in troppa

e la terra per lor

la smonta de color!

(...un’utomôbel... s’cioppa!)

A manzina, chinscì,

che bella stradioeula!...

(... macchin ... macchin ... la spoeula

fan...) ... e voo giò de chì!

Gabb e gabbett... firagn;

terra sutta... che gira

intorna al milla lira

la pertega... dagn

per mi che ghe n’óo minga!

Anca a fa l’avvocatt

aaah... te gh’ee pocch de sbatt...

... client che te siringa,

l’Irma, el padron de cà,

la lus, el calorifer...

l’è la storta del chiffer

che besogna trovà,

la tetta de tettà!...

Cantell... cisto... Cantell...

zappà patati... quell

magara l’è de fà!

Torna come el Frigeri

alla scimma di scimm,

al caroeu dol Regimm...

al Viro... ai someneri

torna!

T’el là ol Pà-Bolla

o su l’uss ch’al temp ol stròlega!

a battegh la cattolega

proeuvi d’ona parolla!

«O vu Regió... disii

ch’a paes l’è cost chì?»

«A l’è Mombell... a l’è!»

Al di là del muro. Fuori da Porta Volta, di paese in paese, lungo le siepi, pedalavo nel fango della Comasina, una di queste mattine passate... mi ero svegliato con tanto di broncio, con la luna storta, e seduto sul letto pensavo: «cosa facciamo oggi? è festa... andiamo... aria! via da queste federe... muoviti! non senti la pendola? Madonna! sono le nove e sono ancora a letto! giù con queste gambe... coraggio, prendi la porta e prova la bicicletta nuova!». Ero in viaggio dunque e di miglio in miglio, intanto che pedalavo pianino pianino, guardavo la campagna intorno, guardavo i campi, questi nostri prati di Milano, quei cari macchioni dei nostri prati, seduti dentro la nebbia, dentro a mollo con i loro filari di gelsi, coi loro mucchi di letame... in fila giù giù... all’infinito... cascine e cascinotte, paesi e paesotti rustici, pieni di villani... era una mattina grigia d’ottobre, senza il volo di un passero, senza sole! ... L’inverno... quelli di Pisa... arrivano in folla adesso e la terra per loro stinge di colore! (... un’automobile... maledizione!) A sinistra, qui vicino, che bella stradicciola! (... macchine... macchine... fanno la spola...) ... e vado giù di qui! Salici e salicetti scapitozzati... filari; terra asciutta... che si aggira intorno alle mille lire la pertica... peggio per me che non ne ho! Anche a fare l’avvocato, aaah... hai poco da strafare... ... clienti che ti siringano, l’Irma, il padrone di casa, la luce, il calorifero; è la storta del chifel che bisogna trovare, la tetta da ciucciare!... Cantello... cisto... Cantello... zappar patate... quello magari è da fare! Ritorna, come il Frigerio, alla cima delle cime, al beniamino del Regime, al Viro... ritorna alle sementi! Eccolo là il Pà-Bolla che prevede il tempo sull’uscio! provo a chiedergli l’elemosina di una parola! «Oh voi, capo... dite, che paese è questo qui?» «È Mombello... è!».

Poesie di Luciano Erba

Tabula rasa?

È sera qualunque

traversata da tram semivuoti

in corsa a dissetarsi di vento.

Mi vedi avanzare come sai

nei quartieri senza ricordo?

Ho una cravatta crema, un vecchio peso

di desideri

attendo solo la morte

di ogni cosa che doveva toccarmi.

Incompabilità

Sin tanto che don Oldani

e i venticinque esploratori

si rincorrono su queste lastre di piombo

io mi immagino il popolo di donne

della cerchia più antica della città.

Addormentate agli ultimi piani

in un letto di ferro

quante sognano la mia sciarpa di seta?

Guardo la città grigiorossa

domenicale, dal terrazzo del duomo

ma potessi volare

ai bei gerani sulle lunghe ringhiere

varcare porte, e a piedi nudi

camminare sugli esagoni rossi

poi vedermi alle vostre specchiere

brune ninette, che abitate il verziere!

Partono adesso i crociati

io rimango quassù

con una spia albanese

che fotografa torri e ciminiere.

Domenica in Albis

Questo è un regno di pioggia, un mondo vizzo

di fantesche accodate ai music-halls,

di bambini sospesi a un palloncino

color lampone, vicino fuma il padre

ha le guance screziate dal rasoio.

Questo è un giorno di festa che ti esilia

alla soglia d'amore e dell'addio

a due mani di donna che tu hai visto

indugiare un istante tra le perle

di una breve collana

sembravan dire

per noi la vita è sempre mañana.

La piroga

Si passano le stagioni

a scavare il tronco di un albero

per preparare la piroga

su cui c’imbarcheremo in autunno.

Senza risposta

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
dell’anno durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?

Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo tra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro saccheggia.
Sei una donna
che oggi tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?

Un'equazione di primo grado

La tua camicetta nuova, Mercedes

di cotone mercerizzato

ha il respiro dei grandi magazzini

dove ci equipaggiavano di bianchi

larghissimi cappelli per il mare

cara provvista di ombra! per attendervi

in stazioni fiorite di petunie

padri biancovestiti! per amarvi

sulle strade ferrate fiori affranti

dolcemente dai merci decollati!

E domani, Mercedes

sfogliare pagine del tempo perduto

tra meringhe e sorbetti al Biffi Scala.

Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile

lasciarsi dietro le curve

con un supremo colpo di freno

galoppare in piedi sulla sella

altre superbe cose

apparivano all’altezza degli occhi.

Ora gli anni volgono veloci

per cieli senza presagi

ti svegli da azzurre trapunte

in una stanza di mobili a specchiera

studi le coincidenze dei treni

passi una soglia fiorita di salvia rossa

leggi "Salve" sullo zerbino

poi esci in maniche di camicia

ad agitare l’insalata nel tovagliolo.

La linea della vita

deriva tace s’impunta

scavalca sfila

tra i pallidi monti degli dei.

Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso.

Quartieri solari
Milano ha tramonti rossi oro.
Un punto di vista come un altro
erano gli orti di periferia
dopo i casoni della «Umanitaria».
Tra siepi di sambuco e alcuni uscioli
fatti di latta e di imposte sconnesse,
l’odore di una fabbrica di caffè
si univa al lontano sentore delle fonderie.
Per quella ruggine che regnava invisibile
per quel sole che scendeva più vasto
in Piemonte in Francia chissà dove
mi pareva di essere in Europa;
mia madre sapeva benissimo
che non le sarei stato a lungo vicino
eppure sorrideva
su uno sfondo di dalie e di viole ciocche.

Senza bussola 

Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato

secondo Malthus neppure essere nato

secondo Lombroso finirò comunque male

e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois

scappare, dunque, scappare

in avanti in dietro di fianco

(così nel quaranta quando tutti) ma

permangono personali perplessità

sono ad est della mia ferita

o a sud della mia morte?

Un cosmo qualunque

Abitano mondi intermedi

spazi di fisica pura

le cose senza prestigio

gli oggetti senza design

la cravatta per il mio compleanno

le Trabant dei paesi dell'est.

Tèrbano, ma che vorrà dire?

Forse meglio di altri

esprimono una loro tensione

un’aura, si diceva una volta

verso quanto ci circonda.

Rema in piedi

Rema in piedi controcorrente

per salutare gli amici sopra il ponte

beve con noi un vino spesso e forte

seduti a un lungo tavolo di legno

appare e scompare in mezzo agli alberi

nel più fitto del bosco.

È il monaco che passa su un fiume gelato.

È il Figlio, nell'idea direi incompleta

che provo a farmi della Trinità.

Preghiera

Non sta scritto nemmeno negli apocrifi

che tu abbia mai riso né sorriso

si può solo intuire, ma è permesso?

dottrinalmente corretto?

forse te ne sto dando l’occasione

almeno per questo

ti prego di trovarmi, o lasciarti trovare

nei luoghi dell’assenza.

 

«La poesia è nulla, la registrazione del nulla, l’eterno invece è ancora l’archetipo di tutto. Quando mi sfug­ge dalle mani cerco in ogni caso di descriverlo, e di trasmettere a chi mi legge la sensazio­ne che questa vana ricerca mi lascia nelle mani. Cerco di afferrarlo, l’eterno, ma quello che riesco ad afferrare è questo nulla». Non è una dichiarazione di fallimento questa che Luciano Erba (1922-2010) affida a un’intervista rilasciata pochi mesi prima della morte. È piuttosto l’umile convinzione di non avere risposte a tutte le domande: «la poesia è una ricer­ca, è un po’ come una ri­cerca religiosa, è cercare Dio […] Ri­cerca della verità, sapendo benis­simo di non poterci arrivare, perché è una ricerca mai asser­tiva, sempre dubitativa, con­tinua. La mia poesia l’ho trovata senza mai ottenere una risposta, oppure ho trovato risposte e allora non c’era la domanda». Anche quest’ultimo paradosso fa parte delle certezze del poeta lom­bardo, che proprio della moderazione, del rifiuto dell’enfasi declamatoria ha fatto la cifra del suo poetare, lontano tanto dall’ermetismo quanto dall’estetismo. La sua lingua poetica tersa e rigorosa, allegge­rita da una profonda ironia (e autoironia) rende il dettato lim­pido e appassio­nato. Ma l’ironia non è per lui semplice artificio retorico, bensì vero e proprio strumento di co­noscenza, in grado di esprimere il de­siderio di trascendenza, la tensione verso l’assoluto, senza che questo diventi mai dogmatismo o fanatismo religioso. Afferma il poeta: «a me sem­brava che il do­mandarsi da dove nasce il mondo, la bellezza di questo domandarsi, sia cosa legittima anche in un’epoca come la nostra dove tutto è stato più o meno spiegato».

Il suo esordio poetico avviene nel 1951 con Linea K, dove è riletta la tragica esperienza dei campi di lavo­ro in Svizzera durante la guerra; seguono, tra le raccolte più significative, Il bel paese (1955), che allude ironicamente a una Lombardia perduta, Il male minore (1960), che riassu­me la prima fase della sua produzione, Il nastro di Moebius (1980), L’ippopotamo (1989), L’ipotesi cir­cense (1995); Remi in barca (2006). È soprattutto in questa ultima fase che la “cac­cia spirituale” di Erba assume definitivamente i con­notati della ricerca religiosa, grazie alla ca­paci­tà delle cose più umili di «riempire il nulla». Erba ci svela il senso profondo di tanti oggetti insi­gnificanti, «le cose senza prestigio, / gli oggetti senza design [che] meglio di altri / esprimono una loro tensione, / un’aura, si diceva una volta / verso quanto qui ci circon­da» (Un cosmo qualun­que). E a questi affianca personaggi “margi­nali”, di scarsa rilevanza so­ciale, in grado però di rivelare la vera essenza del mondo più di teorie filosofiche o asserti teologici.

Poeta lombardo fu certamente Erba, che però alle immagini della Milano in cui visse affian­ca sce­nari lacustri e alpestri cui aggrapparsi per trovare certezze, convinto in ogni ca­so che la verità ultima è sempre oltre. Il compito che egli si era assegnato era quello di trascri­vere in poesia ciò che altrimenti avrebbe rischiato di pas­sare inosservato: umili realtà che di­ven­tano semi di trascendenza, quasi eliotiani “correlativi oggettivi”, in grado di svela­re, grado per gra­do, il sen­so vero della vita.

Poesie di Antonia Pozzi

Prati

Forse non è nemmeno vero

quel che a volte ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò che chiamavi la luce

è un abbaglio,

l'abbaglio supremo

dei tuoi occhi malati –

e che ciò che fingevi la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

 

Forse la vita è davvero

quale la scopri nei giorni giovani:

un soffio eterno che cerca

di cielo in cielo

chissà che altezza.

 

Ma noi siamo come l'erba dei prati

che sente sopra sé passare il vento

e tutta canta nel vento

e sempre vive nel vento,

eppure non sa così crescere

da fermare quel volo supremo

né balzare su dalla terra

per annegarsi in lui.

Milano, 31 dicembre 1931

Così sia

Poi che anch'io sono caduta

Signore

dinnanzi a una soglia –

 

come il pellegrino

che ha finito il suo pane, la sua acqua, i suoi

sandali

e gli occhi gli si oscurano

e il respiro gli strugge

l'estrema vita

e la strada lo vuole

lì disteso

lì morto

prima che abbia toccato

la pietra del Sepolcro –

 

poi che anch'io sono caduta

Signore

e sto qui infitta

sulla mia strada

come sulla croce

 

oh, concedimi Tu

questa sera

dal fondo della Tua

immensità notturna –

come al cadavere del pellegrino –

la pietà

delle stelle.

9 aprile 1933

Lamentazione

Che cosa mi ha dato

Signore

in cambio

di quel che ti ho offerto?

del cuore aperto

come un frutto –

vuotato

del suo seme più puro –

gettato

sugli scogli

come una conchiglia inutile

poi che la perla è stata

rubata –

 

che cosa mi hai dato

in cambio

della mia perla perfetta

diletta?

quella che scelsi

dal monile più splendente

come sceglievano i pastori

antichi

nel gregge folto

l'agnello più lanoso più robusto più bianco

e l'immolavano

sopra il duro altare?

 

Che cosa hai fatto tu

se non legarmi

a questo altare

come ad una eterna

tortura? –

 

Ed io ti ho dato

la mia creatura

unica

la mia ansia materna

inappagata

il sogno

della mia creatura non creata

il suo piccolo viso senza

fattezze

la sua piccola mano senza

peso –

Sulle rovine della mia casa non nata

ho sparso

cenere e sale –

 

E tu

che cosa mi hai dato

in cambio

della mia dolce casa

immacolata?

se non questo deserto

Signore

e questa sabbia che grava

le mie mani di carne

e m'intorbida gli occhi

e m'insudicia le piaghe

e m'infossa

l'anima –

 

non ci sono più nembi

nel tuo cielo

Signore

perché si lavi

in uno scroscio

tutta questa

miseria?

Milano, 6 maggio 1933

Minacce

Campane

frane lente di suoni

giù dai pascoli

dentro valli di nebbia.

 

Oh, le montagne,

ombre di giganti,

come opprimono

il mio piccolo cuore.

 

Paura. E la vita che fugge

come un torrente torbido

per cento rivi.

E le corolle dei dolci fiori

insabbiate.

 

Forse nella notte

qualche ponte verrà

sommerso.

 

Solitudine e pianto –

solitudine e pianto

dei làrici.

Breil, 3 agosto 1934

Altura

La glicine sfiorì

lentamente

su noi.

 

E l'ultimo battello

attraversava il lago in fondo ai monti.

 

Petali viola

mi raccoglievi in grembo

a sera:

quando batté il cancello

e fu oscura

la via al ritorno.

11 maggio 1935

Morte di una stagione

Piovve tutta la notte

sulle memorie dell'estate.

 

A buio uscimmo

entro un tuonare lugubre di pietre,

fermi sull'argine reggemmo lanterne

a esplorare il pericolo dei ponti.

 

All'alba pallidi vedemmo le rondini

sui fili fradice immote

spiare cenni arcani di partenza –

 

e le specchiavano sulla terra

le fontane dai volti disfatti.

Pasturo, 20 settembre 1937


Maria Corti, la grande italianista, affermava di Antonia Pozzi che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma in­sieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica». Quando a ventisei anni, nel dicembre 1938, decise di togliersi la vita dichiarando di non aver più la forza di lottare, lasciò in eredità ai posteri poesie e fotografie che rispecchiano il suo animo esacerbato e nello stesso tempo la costante ricerca di armonia nel creato.

Alla poesia in particolare Antonia dedicò lo spazio più intimo del suo essere, sempre in bilico tra attaccamento alla terra e indomabile anelito verso l’altezza, sia in senso fisico (l’amore per le montagne, su cui compiva frequenti scalate con la guida alpina Emilio Comici) sia metafisico (la smania di assoluto che la dila­niava). Scalare una montagna equivaleva per lei ad espiare la colpa e poter incontrare nella solitudine il Dio che accoglie e consola. Sulla sommità della montagna le pareva di unirsi panicamente con la natura e con la divinità, in un amore sublime e atemporale («Anima, sii come la montagna: / che quando tutta la valle / è un grande lago di viola / e i tocchi delle campane vi affiorano / come bianche ninfee di suono, / lei sola, in alto, si tende / ad un muto colloquio col sole»).

Però l’angoscia che l’accompagnò costantemente si fece negli anni sempre più cruda e violenta: man mano affiorava nella sua poesia una luce sempre più crepuscolare, una luce di tramonto che non sarà seguito da nessuna alba, da nessuna rinascita: «scende la notte- / nessun fiore è nato- / è inverno -anima- / è inverno».  L’incontro con la notte fu per lei un ritorno verso l’ombra, verso il traguardo odiato e desiderato, verso l’annullamento che attraverso «lunghe scale» la portò a dissolversi: a testimoniare un’anima che non ha saputo vincere il peso della vita resta la sua poesia.

Il suo stile è personalissimo, ricco di suggestioni bibliche sfo­cianti in preghiera, alla costante ricerca di risposte che non giungono; per lei solo la poesia può alleviare (ma non cancellare) la sofferenza di chi non trova il senso ultimo dell’esistere. Come scrisse in una lettera «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare».

Poesie di Nico Naldini

È morto lo scorso 9 settembre Nico Naldini, cugino di Pier Paolo Pasolini; friulano come lui (ma molto meno noto) e da lui fatto conoscere già nel ’48 con un gruppetto di versi giovanili editi sotto il titolo Seris par un frut (Sere per un fan­ciullo). Li accomunava la passione per la poesia e per il dialetto friulano usato “di cà da l’aga” (“al di qua dell’acqua”, cioè sulla riva destra del Taglia­mento), tanto che insieme avevano fondato nel ’45 l’Academiuta di lenga furlana (Pic­cola ac­cademia di lingua friulana), «una specie di Arca­dia, o con più gioia, una specie molto rustica invero, di salotto letterario», come scriverà poi Pasolini. A questa straor­dinaria esperienza si ispireranno importanti poeti friulani come Amedeo Giacomini, Um­berto Valentinis, Novella Cantarutti, Leonardo Zanier.

La cultura di Naldini non fu peraltro provinciale, ma si arricchì attraverso l’amicizia di uo­mini di cultura quali Filippo De Pisis, Giovanni Comisso, Sandro Penna, Goffredo Parise, Ma­rio Soldati, Elsa Morante, Andrea Zanzotto. E le sue letture spaziavano nella letteratura italiana ed europea, da Dante a Leopardi, da Machado a Rilke, da Marin a Montale, dagli spagnoli ai felibristi provenzali.

La sua vena poetica fu offerta con parsimonia, a cadenze dilatate: Un vento smarrito e gentile (1958), con testi in friulano, veneto e italiano, i testi della prima raccolta insieme ad altre poesie in chioggiotto e in ita­liano nel volume La curva di San Floreano (1988), nel ’97 Meglio gli antichi castighi, cinque anni dopo il poema Piccolo romanzo magrebino (2002), legato alla sua lunga esperienza nor­dafri­cana, poi I confini del paradiso (2004) e la raccolta Una striscia lunga come la vita (2009), caratterizzata più delle altre dall’insi­stenza sul tema dell’omosessualità.

Al centro della produzione di Naldini si pone la silloge Meglio gli antichi castighi, un canzo­niere in quattro sezioni nella prima delle quali prevale la tematica dell’amicizia con uomini di cultura come De Pisis, Comisso, Parise, Pasolini, Zanzotto; seguono le sezioni dominate dall’affetto per quelli che Pasolini avrebbe definito “ra­gazzi di vita”, e dall’amore per la madre, ad esprimere compiutamente la “di­sperazione amorosa” dello scrittore.

Naldini è poeta spontaneo al limite della brutalità, ma anche ironico e leggero, ricco di gentilezza e altruismo, anche quando contesta la mentalità retriva dell’Italia d’allora: «Quando mi smarrisco dentro di me –affermava- trovo un po’ di gentilezza nella com­prensione del mondo». Oltre che poeta fu scrittore, biografo, consulente editoriale, giornalista per il “Corriere della Sera”, “Il Ma­nifesto”, “Il Piccolo”, memorialista, regista: un uomo che ha saputo attraversare la cultura del ‘900 con determinazione e coraggio, senza mai cercare il facile con­senso.

Un sofli di vint

Un sofli di vint al è nassùt

da che nula nera:

i fii di erba ‘a àn trimàt.

 

Tal lac ingrisignìt li’ nulis

‘a si spielin sensa colòurs.

 

Il vint al ven dai mons a la planura:

tai ciantòns da li’ stradis

li’ giostris di ciartis e polvar

‘a maravein i frus.

 

Un soffio di vento è nato / da quella nuvola nera: / i fili d’erba hanno tremato. // Nel lago raggricciato le nuvole / si specchiano senza colori. // Il vento viene dai monti alla pianura: / agli angoli delle strade / le giostre di carte e polvere / meravigliano i fanciulli.

 

I

È arrivata la vecchiaia.

Dio mio, cosa ne farò?

La terrò al caldo, ma dove?

Andrò in giro a chiacchierare,

ma con chi?

Un ritaglio di natura serena,

un piccolo altare?

Non scherziamo!

Incidermi le vene?

È cerimoniale d’altri tempi.

Neanche la morte per gelo

in un giardino pubblico

va ora più bene;

con tante siringhe in giro

si è già tra larve.

Altri programmi per la vecchiaia?

I viaggi, una bella barba.

Ma forse mi farò trascinare

su e giù per il Mediterraneo

dalla motonave Habib.

Questo è più allettante.

Ma una volta in altomare

avrò lo sguardo fisso sul vuoto

oppure farò l’occhiolino ai marinai?

Sono così di bocca buona

che me lo permetteranno.

Già oggi sono sceso dalla rupe

di Cap Blanc

con passo artritico.

Come si adatta il piede

a strisciare sugli accidenti del terreno

le mani protese a un equilibrio

che è una vittoria.

Mahres ridendo

da una balza all’altra

in una luce

che di per sé era una ferita

mi offriva il suo sostegno.

Ma rideva troppo

benché non ce ne fosse la necessità.

E nel fondo

(ha diciannove anni

e una vita da affermare)

gli piaceva.

I ragazzi del parcheggio

Preambolo

Esco di casa, a quest’ora le strade

si riempiono di gioventù.

Alla stazione del trenino ne scendono grappoli

si disperdono qua e là

e come negli assembramenti delle formiche

non si esauriscono mai nell’andirivieni serale

festoso e senza scopo.

Mi aggancio le mani dietro la schiena

e avanzo posando qua e là il fuoco degli sguardi

a tratti tuttavia nascondendomi

dietro uno scudo di indifferenza

per lasciarmi assorbire dallo spettacolo.

C’è bisogno di metodo per osservare,

suddividere il mondo per categorie, ecco il punto.

La prima è quella dei ragazzi laboriosi.

Vengono poi quelli sempre seduti al caffè

e infine quelli che gironzolano

tra un treno e l’altro.

[…]

II

Walid è scontento di tutto

anche delle molte cose che si concentrano

nella sua bellezza di denti, occhi e portamento.

Con andatura alata

balza da un gradino all’altro

perché è conformato alla souplesse degli stadi

dove per qualche stagione è stato un divo.

Ha ventun anni ma si sente sorpassato

e benché i suoi tratti siano inalterabili

egli stesso sta togliendo loro un poco alla volta

la felice fusione di un tempo.

«Voglio vedere come farai a diventare brutto»

gli ho detto e lui ha sorriso.

Poi il filo della scontentezza si è dipanato.

Domani arriva la sua fidanzata dalla Francia

e lui non ha i soldi per il benvenuto.

Ho risolto i suoi problèmes

ma addio per sempre, Walid.

III

Alle otto del mattino

sto riassettando la mia stanza e

raccogliendo la sabbia caduta sulla terrazza.

Scacciate le ultime nuvole

presto il carro del sole

salendo dietro il melograno

scalderà il sentiero

quello per il quale ieri sera

sono arrivati coloro che aspettavo

attraversando la foresta di mimose

con passo così cauto

che sembravano sospinti dagli aliti della notte.

Haykel è apparso

tra due quinte di cactus

ed è scomparso per la stessa strada

lasciando dietro di sé solo il rumore

di un ramo secco calpestato.

Rijad molto più bruno

si è confuso a lungo con la siepe

finché ha rivelato prima i colori

del maglione e poi del suo viso.

Ogni sentiero tracciato nella foresta

ha molteplici varianti

e a tentarle a caso c’è da perdersi

cento volte prima di ritrovarsi.

Rischio del tutto fuori luogo

per questi ragazzi

che non temono né trappole né labirinti.

IV

Un rombo copre il cielo notturno

fino ai margini prossimi a incendiarsi.

Ogni notte e fino all’alba

c’è questo faticoso allacciarsi

dell’Oriente all’Occidente e gli aerei

giunti riarsi dall’aria del deserto

ora si tuffano nell’occhio tempestoso

del Mediterraneo. Sono i miei compagni notturni.

Ora sulla mia terrazza

la pallida aurora sta cadendo

di un giorno qualsiasi

nei fluidi delicati di un autunno

cui l’estate è rimasta avvinta distrattamente.

E non appena il sole avrà compiuto il suo giro

predisponendo di nuovo il cielo

a quel rombo astrale,

due o tre ragazzi uno dopo l’altro

si presenteranno nell’inquadratura della mia porta

dando al loro ritratto l’aspetto di un viandante

che si è concessa una sosta furtiva.

Improvvisazioni su mia madre, IV

Mi aveva allevato in un nido

caldo e sicuro, reso più vasto

dai sogni che vi si facevano.

È vero che ogni tanto mi obbligava

ad affrontare il mondo

abbandonandomi sulla soglia

dell’asilo infantile,

ma anch’io ben presto presi gusto

di quell’aria soavemente aspersa

e una notte violai le regole della tribù.

Nessun trauma, per carità, anzi

mi godevo quella parte che sentivo

essermi stata promessa

già ai miei esordi in quel nido.

Post-scriptum

Spesso ancora nei sogni

m’innalzo allo sconforto

del nostro solaio,

all’accumulo del nostro passato

caduto in tanta polvere

sotto la vertigine delle travi

frementi a ogni temporale.

Lassù volati

i detriti delle nostre vite

ancora non tralasciano

il loro lamento.