Ada Negri tra socialismo e religiosità

Il prossimo 3 febbraio cadranno i 150 anni dalla nascita di Ada Negri, la scrittrice lodigiana divenuta famosissima con la prima raccolta poetica, poco più che ventenne, e rimasta sulla cresta dell’onda per oltre cinquant’anni. Il successo di pubblico e di critica accompagnò infatti tutta la sua carriera, che vide la pubblicazione di dieci libri di poesia e nove di prosa. Dopo la sua morte, però, pregiudizi ideologici e malintesi critici l’hanno fatta cadere nell’oblio: ed ora pare finalmente giunto il momento di riabilitarne la memoria e riconoscerne il grande valore.

L’esordio trionfale della Negri (Fatalità, 1892) deve molto al suo pensiero sociale, che scaturisce non solo dalle teorizzazioni in voga a fine secolo, dall’ideologia socialista dei Turati, dei Moneta, del primo Mussolini massimalista, ma soprattutto dall’esperienza personale, dai racconti della madre, operaia al lanificio (el fabricòn), e della nonna, portinaia in una casa nobiliare di Lodi. Fatalità è una raccolta poetica ancora acerba, che però propone un io poetante caparbio e determinato, che con giovanile vitalismo si oppone sia al «grasso mondo di borghesi astuti», sia allo stereotipo che prevedeva allora per il genere femminile solo ruoli subalterni e inferiori.

L’autobiografismo è d’altronde una costante che riaffiora carsicamente nell’opera negriana, come è evidente anche nelle successive raccolte poetiche, da Tempeste (1895) a Maternità (1904), dal Libro di Mara (1919) ai Canti dell'isola (1924), fino a Vespertina (1930), Il dono (1936) e Fons amoris (1946), che viene a ricapitolare l’intero percorso poetico. Costante è l’espressione dell’affetto per gli amati paesaggi lombardi e il ricordo malinconico della gioventù lodigiana, cui si affianca un’amara riflessione “politica” su giustizia e ingiustizia, che trova infine risposta solo nella dimensione religiosa dell’esistenza. Ma non mancano poesie d’amore, legate soprattutto all’infelice rapporto con Ettore Patrizi, testi dedicati alla madre, alla figlia e ai nipotini, poesie e prose nate da esperienze piacevoli nell’isola di Capri e in altri luoghi dell’Italia e della Svizzera.

Nelle prime raccolte Ada Negri intreccia tematiche sociali (che le varranno i soprannomi di “rossa valchiria” o di “vergine rossa”, sul modello dell’anarchica comunarda Louise Michel) e personali: ed è proprio dal calibrato intreccio tra questione sociale e questione femminile, fra empiti tumultuosi e cadenze delicate, che scaturisce il successo della sua prima produzione poetica.


da Fatalità

Senza nome

 Io non ho nome. Io son la rozza figlia
 dell’umida stamberga;
 plebe triste e dannata è mia famiglia,
 ma un’indomita fiamma in me s’alberga.
 Seguono i passi miei maligno un nano
 e un angelo pregante.
 Galoppa il mio pensier per monte e piano,
 come Mazeppa sul caval fumante.
 Un enigma son io d’odio e d’amore,
 di forza e di dolcezza;
 m’attira de l’abisso il tenebrore,
 mi commovo d’un bimbo alla carezza.
 Quando per l’uscio de la mia soffitta
 entra sfortuna, rido;
 rido se combattuta o derelitta,
 senza conforti e senza gioie, rido.
 Ma sui vecchi tremanti e affaticati,
 sui senza pane, piango;
 piango su i bimbi gracili e scarnati,
 su mille ignote sofferenze piango.
 E quando il pianto dal mio cor trabocca,
 nel canto ardito e strano
 che mi freme nel petto e sulla bocca,
 tutta l’anima getto a brano a brano.
 Chi l’ascolta non curo; e se codardo
 livor mi sferza o punge,
 provocando il destin passo e non guardo,
 e il venefico stral non mi raggiunge.

Birichino di strada

 Quando lo vedo per la via fangosa
 passar sucido e bello,
 colla giacchetta tutta in un brandello,
 le scarpe rotte e l’aria capricciosa;
 quando il vedo fra i carri o sul selciato
 coi calzoncini a brani,
 gettare i sassi nelle gambe ai cani,
 già ladro, già corrotto e già sfrontato;
 quando lo vedo ridere e saltare,
 povero fior di spina,
 e penso che sua madre è all’officina,
 vuoto il tugurio e il padre al cellulare,
 un’angoscia per lui dentro mi serra;
 e dico: «Che farai,
 tu che stracciato ed ignorante vai
 senz’appoggio né guida sulla terra?...
 De la capanna garrulo usignuolo,
 che sarai fra vent’anni?
 Vile e perverso spacciator d’inganni,
 operaio solerte, o borsaiuolo?
 L’onesta blusa avrai del manovale,
 o quella del forzato?
 Ti rivedrò bracciante o condannato,
 sul lavoro, in prigione, o all’ospedale?...»
 .... Ed ecco, vorrei scender nella via
 e stringerlo sul core,
 in un supremo abbraccio di dolore,
 di pietà, di tristezza e d’agonia:
 tutti i miei baci dargli in un istante
 sulla bocca e sul petto,
 e singhiozzargli con fraterno affetto
 queste parole soffocate e sante:
 «Anch’io vissi nel lutto e nelle pene.
 Anch’io son fior di spina;
 e l’ebbi anch’io la madre all’officina,
 e anch’io seppi il dolor.... ti voglio bene.»

Sfida

 O grasso mondo di borghesi astuti
 di calcoli nudrito e di polpette,
 mondo di milionari ben pasciuti
 e di bimbe civette;
 o mondo di clorotiche donnine
 che vanno a messa per guardar l’amante,
 o mondo d’adulterî e di rapine
 e di speranze infrante;
 e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,
 che vuoi celarmi il sol de gl’ideali,
 e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo.
 che vuoi tarparmi l’ali?...
 Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto:
 tu menti e pungi e mordi, io ti disprezzo:
 dell’estro arride a me l’aurato incanto,
 tu t’affondi nel lezzo.
 O grasso mondo d’oche e di serpenti,
 mondo vigliacco, che tu sia dannato!
 fiso lo sguardo ne gli astri fulgenti,
 io movo incontro al fato;
 sitibonda di luce, inerme e sola,
 movo. E più tu ristai, scettico e gretto,
 più d’amor la fatidica parola
 mi prorompe dal petto!...
 Va, grasso mondo, va per l’aer perso
 di prostitute e di denari in traccia:
 io, con la frusta del bollente verso,
 ti sferzo in su la faccia.

Hai lavorato?

 Dunque tu m’ami. Hai confessato; or, trepido,
 taci ed attendi, e ti scolora il viso
 un’onda di pallor.
 Vuoi dal mio labbro un bacio ed un sorriso.
 vuoi di mia fresca giovinezza il fior!...
 Ma dimmi: L’ansie, le battaglie e gl’impeti
 sai tu d’un ideal che mai non langue?
 Sai tu che sia soffrir?...
 Che ti val la tua forza ed il tuo sangue,
 l’anima tua, la mente, il tuo respir?...
 Hai lavorato?... Le virili insonnie
 de la notte in severe opre vegliata,
 di’, non conosci tu?...
 A qual fede o vessillo hai consacrata
 la tua florida e bella gioventù?...
 Non mi rispondi.... oh, vattene. Fra gli ozî
 lieti di sonnolente ore perdute
 torna, vitello d’ôr.
 Torna fra balli, carte e prostitute;
 io non vendo i miei baci ed il mio cor.
 Oh, se tu fossi affaticato e lacero,
 ma coll’orgoglio del lavoro in faccia,
 e una scintilla in sen;
 se stanche avessi l’operose braccia,
 ma t’ardesse nel grande occhio un balen;
 se tu fossi plebeo, ma sovra gli uomini
 cui preme e sfibra il vile ozio codardo
 ergessi il capo altier,
 e nel tuo vasto cerebro gagliardo
 avvampasse la febbre del pensier,
 io t’amerei, sì!... T’amerei per l’opre
 tue vigorose e la tua vita onesta.
 pel sacro tuo lavor;
 sovra il tuo petto chinerei la testa.
 forte di stima e pallida d’amor!...
 Ma tu chi sei?... Da me che speri, o debole
 schiavo languente fra dorato lezzo?
 Sgombrami il passo, e va.
 non m’importa di te va’ ti disprezzo,
 fiacco liberto d’una fiacca età!...

da Tempeste

Sgombero forzato

 Miseria. La pigion non fu pagata.
 A rifascio, nel mezzo de la via,
 la scarsa roba squallida è gettata.
 Quello sgombero sembra un’agonia.
 La tenebrosa pioggia insulta e bagna
 il carro, i cenci, i mobili corrosi
 dal tarlo, denudati, vergognosi.
 V’è un’anima là dentro che si lagna;
 e il letto pensa al disgraziato amore
 ch’egli protesse, e che le membra grame
 di due fanciulli procreò a la fame,
 o del tugurio maledetto amore!...
 E scricchiola fra i brividi: Chi il dritto
 diede a la donna schiava e mal nudrita
 di crear per un bacio un’altra vita
 d’angosce?... amor pei poveri è delitto.
 Sotto la pioggia il carro stride. Dietro,
 un operaio scarno, a fronte bassa,
 segue la sua rovina. Ei muto passa,
 ombroso il guardo, e non si volge indietro:
 e a lui presso è la donna, la piangente
 lacera donna, con due figli. E vanno
 senza riposo, e dove essi nol sanno,
 e la pioggia gli sferza orrendamente:
 un austero dolor che par minaccia
 per entro ai cenci ammonticchiati freme,
 freme nel carro che cigola e geme
 nei quattro erranti da l’emunta faccia.
 Quella guasta mobilia denudata
 che in mezzo al fango a l’avvenir s’avvia;
 quella miseria che ingombra la via
 sembra il principio d’una barricata.

Non tornare

 Non ritornar mai più. Resta oltre i mari,
 resta oltre i monti. Il nostro amor, l’ho ucciso. 
Troppo mi torturava. E l’ho calpesto,
 l’ho sfigurato in viso,
 l’ho morso, l’ho ridotto in cento brani,
 l’ho ucciso, ecco! Ora tace, finalmente. 
tace. Più lento per le vene scorre
 il sangue prepotente:
 posso dormir, la notte; e più non piango.
 te chiamando, affannosa. Oh, quanta calma!...
 Ne la penombra senza fine, senza
 moto, riposa l’alma;
 e tesse, tesse le oblïose fila
 d’un sogno di rinuncia. Non tornare. 
io, cieca e fredda, voglio odiarti, come
 ti seppi un giorno amare:
 odiarti pe’ miei freschi anni fiorenti
 che immolai, dolorando, a te lontano;
 povera gioventù senza carezze,
 sacrificata invano!...
 Ma nell’odio si soffre; ma si piange
 nell’odio.... ed io t’avrei sempre davanti
 anche imprecando a te. Non ho più forza
 di lotta o di rimpianti;
 voglio silenzio un gran silenzio!... Fate
 tacer quel fioco gemito, là in fondo.
 C’è qualcuno che lagnasi, un nemico,
 un malato, là in fondo:
 qualcuno oppresso da un immenso male,
 da un peso immenso a cui non può sfuggire;
 qualcuno che agonizza e chiede aiuto.
 E non vuole morire.

L’erede

 (dal quadro di T. Pattini).
 Di fuori è tènebra:
 dentro il tugurio
 freddo e deserto
 trema il lucignolo
 d’una candela
 con guizzo incerto.
 A terra è il rigido
 corpo d’un morto.
 Non sa, non sente;
 riposa. Il copre
 nero un sudario:
 sembra un dormente.
 La salma squallida
 è d’un robusto
 lavoratore,
 strappato al vomero,
 strappato al suolo
 fecondatore;
 ai campi fertili,
 a l’auree vigne,
 ai fieni aulenti;
 a le boscaglie
 folli di sole,
 nel sol fiorenti.
 Prona in un angolo
 giace una donna
 muta nel duolo.
 più lunge, un roseo
 fanciullo gioca
 sul nudo suolo.
 Non sa di triboli,
 non sa d’orrori,
 non sa di morte.
 Ei gioca, ingenuo,
 biondo, ridente,
 tranquillo e forte.
 Su lui la tènebra
 tutta s’affisa
 con occhio strano.
 Ha voci e brividi,
 pensieri e pianti
 l’intento vano.
 Da un rozzo bacio
 dentro una stalla
 venuto al mondo,
 di’, che t’aspetta,
 figlio di plebe,
 pargolo biondo?...
 La zappa ruvida
 corrusca al sole:
 l’aratro lento:
 meriggi torridi,
 furia di piogge,
 furia di vento:
 de la malaria,
 de la risaia
 la febbre impura:
 fatiche innumeri,
 pan bruno e scarso,
 stamberga oscura.
 Chi sarai?... Debole
 corpo impossente
 di mal nudrito,
 in buia, torpida,
 rude ignoranza
 inebetito?...
 Chi sarai?... Libera
 alma selvaggia
 di lottatore,
 de l’imo popolo,
 del solco vergine
 sôrto dal cuore?...
 Tu giochi, ingenuo;
 ma l’aria e l’ombra
 san di tempesta.
 Su l’ala rapida
 te invola il tempo
 che non s’arresta:
 te, forse milite
 d’aspri e bollenti
 conflitti umani:
 forse una vittima,
 forse un ribelle
 de l’indomani.

La fiumana

 .... E sale, e sale. Con sinistro rombo
 s’accavalla nel buio onda sovr’onda:
 qual torrente d’inchiostro urge a la sponda,
 e trema l’aria, pavida, al rimbombo.
 È la fiumana dei pezzenti. E sale,
 son cenci e piaghe, son facce scarnate,
 braccia senza lavor, bocche affamate,
 cuori gonfi d’angoscia. E sale, e sale,
 e con sé porta un greve tanfo umano,
 il tanfo dei tuguri umidi, infetti;
 e un grido erompe dai dolenti petti:
 «Dateci il nostro pane quotidiano.»
 Ma ognuno a la gran voce è sordo e cieco.
 l’immota calma che precede i lampi
 del tonante uragan pesa su i campi,
 e il fiume ingrossa, il fiume avanza, bieco:
 i granitici, immensi argini atterra,
 lordo di sangue, livido di pianto:
 domani, in nome d’un diritto santo,
 mugghiando allagherà tutta la terra....
 .... Ah!... l’ora è sacra. Una virtù d’amore
 infinita, immortal come il Creato,
 o forti, può guarir quel disperato
 cumulo di miserie e di dolore:
 basterebbe che incontro a le diserte
 anime singhiozzanti i vincitori
 movessero fra siepi alte di fiori,
 benedicendo con le braccia aperte.

 

da Maternità

Eliana

 Un’ombra è ne’ suoi strani
 occhi. Il suo petto è scosso
 da un brivido. Sul rosso
 velluto le sue mani
 s’abbandonano, come
 morte. E di morta è il volto,
 fra l’ondeggiar disciolto
 de le scomposte chiome.
 Premerà dunque il greve
 travaglio, il peso enorme,
 le sue scultorie forme,
 la sua beltà di neve?...
 Spasimerà la pura
 marmorea carne anch’essa,
 dilanïata, oppressa
 da l’immortal tortura?...
 No. La superba vuole
 de i balli fra le chiare
 pompe gioir, regnare,
 come rosa nel sole!...
 E le purpuree tende
 quasi regali, e i densi
 tappeti, e i vasi immensi
 ove l’oro s’accende,
 son complici a l’abisso
 perfido che la tenta.
 Oh, come ella diventa
 livida!... oh, come fisso
 si fa il suo sguardo!... come
 arde!... ma condannato
 ha il figlio. È decretato
 l’atto che non ha nome.
 *
 .... Morrai fra poco, umano
 germe che il mondo ignora,
 e che, nel sonno, l’ora
 vital sognasti in vano:
 morrai fra poco, o cuore
 soffocato ne i brevi
 tuoi battiti da lievi
 mani, senza rumore:
 pura alba, che diritto
 avevi a la tua sera!...
 Non teme la galera
 chi osò questo delitto.
 Ne i balli andrà, qual giglio
 immacolato il viso,
 la pallida, che ha ucciso
 se stessa nel suo figlio:
 andrà, come se fosse
 viva. Ma un sordo male
 misterïoso, da le
 viscere che le rosse
 sue mani han profanate
 succhierà il sangue, lene
 lene, fin che le vene
 avrà tutte vuotate;
 e una manina informe
 l’attirerà fra l’onda
 del gorgo senza sponda
 ove il rimorso dorme.

Ritorno a Motta Visconti

 Ella dintorno si guardò, tremando,
 e riconobbe la selvaggia e strana
 terra che a fiume si dirompe e frana
 entro l’acque, che fuggon mormorando.
 Il guado antico riconobbe e il prato
 e le foreste, azzurre in lontananza
 sotto il pallor de i cieli:
 e il passato di lotta e di speranza,
 il suo ribelle e splendido passato
 ricomparve, senz’ombra e senza veli.
 Piegavano gli steli
 in torno, ed ella respirava il vento:
 vento di libertà, di giovinezza,
 soffio di primavere
 sepolte, belle come messaggere
 di gloria, piene d’ali e di bufere
 vïolente e d’immemore dolcezza!...
 Ora, silenzio. Un battere di remi,
 solitario, nel fiume: un lontanare
 di cantilene lungo l’acque chiare,
 e nel suo petto il cozzo de’ supremi
 rimpianti. Oh, prega, anima che t’infrangi
 a l’onda de i ricordi, travolgente
 come tempesta a notte:
 anima stanca in vene quasi spente,
 così giovane ancora, oh, piangi, piangi
 con tutte le tue lacrime dirotte
 qui dove i sogni a frotte
 ti sorrisero un giorno!... Ora è finita.
 .... E strinse fra le mani il capo bruno:
 a lei da la profonda
 coscïenza, com’onda chiama l’onda
 nel plenilunio a fior de l’alta sponda,
 salivano i ricordi ad uno ad uno.
 E rivide la vergine ventenne
 con la fronte segnata dal destino
 sfiorar diritta il ripido cammino,
 baldo aquilotto da le ferme penne.
 La nuda stanza fulgida di larve
 rivide, e il letto da le insonnie piene
 di cantici irrompenti;
 ed il sangue gittato da le vene
 robuste, il sangue di veder le parve,
 ne la febbre de l’arte su gli ardenti
 ritmi a fiotti, a torrenti
 gittato. E i versi andarono pel mondo,
 da la potenza del dolor sospinti;
 e parvero campane
 a martello; e le case senza pane
 e senza fuoco e la miseria inane
 dissero, e l’agonie torve de i vinti.
 Ma la vinta or sei tu, che de la morte
 senti, a trent’anni, il brivido ne l’ossa,
 e ben altro aspettavi da la rossa
 tua giovinezza così salda e forte!...
 Tutto dunque fu vano?... e così fugge
 oscuramente dal tuo cor la vita,
 dal cerebro il fervore
 de i ritmi, come sabbia fra le dita?...
 Ah, niun guarisce il mal che ti distrugge!...
 .... Pur de le sacre tue viscere il fiore,
 la bimba del tuo amore
 torna da i boschi, carica di rose.
 Essa che porta la divina fiamma
 del sogno tuo ne gli occhi,
 lascia cader le rose a’ tuoi ginocchi,
 e dice, e par che l’anima trabocchi
 ne la sua voce: Perché piangi, mamma?...

Sette maggio 1898

 Ho quell’ore ne l’anima inchiodate:
 la via deserta, sotto un ciel di piombo:
 ad un tratto, da lungi, un sordo rombo
 di folla, e un grandinar di fucilate.
 Porte e finestre in un balen serrate
 lugubremente - poi silenzio. Il rombo
 già s’avvicina, sotto il ciel di piombo:
 colpi, fischi di palle, urli, sassate.
 Fin ch’io vivrò mi resterà ne l’ossa
 quell’angoscia, quel soffio d’agonia
 su gente inerme del suo sangue rossa;
 e vedrò quel fanciul, senza soccorso
 morente un bimbo!... in mezzo de la via,
 china e intenta su lui come un rimorso.

da Dal profondo

Aquila reale

 T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile
 dietro le sbarre d’una vasta gabbia.
 Non guardavi già tu la gente piccola
 che ti guardava. Ferma sugli artigli
 d’acciaio, gli occhi disperati al torbido
 cielo volgevi, al cielo!... Uno scenario
 t’hanno fatto di rocce, per illuderti:
 perché tu creda ancor d’essere in patria,
 fra pietrami di grotte e di valanghe,
 fra protervie di rupi e di ciclopici
 templi, sospesi in vetta a’ precipizii,
 in faccia al vento che a procella sibila.
 Ma non t’illudi tu. Vedi le sbarre,
 sai che è finita. Io voglio ora una storia
 dirti d’uomini saggi, che le proprie
 mani a foggiar la propria gabbia adoprano,
 d’oro o di ferro - quasi sempre d’oro:
 e bene assai la temprano e la rendono
 inaccessa, e là dentro si rinserrano,
 e si lamentan poi d’essere in carcere,
 guardando il mondo co’ tuoi occhi d’odio
 vano e di vana disperazïone.
 Tu almeno, tu fosti ghermita al laccio,
 fosti ferita, tu, nella battaglia
 feroce, prima d’esser come un cencio
 ignobile fra mano al tuo nemico.
 E stai senza speranza e senza gemito
 vile; e chi passa ti può creder morta
 o sculta in bronzo, così immota e diaccia
 t’irrigidisci, chiusa in un disdegno
 indomito per tutto che non sia
 l’ebbrezza della libertà perduta.
 E, se tu comprendessi, con un colpo
 di rostro lacerar vorresti il volto
 di chi t’offende con la sua pietà.

Capriccio

 Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
 Il tuo sorriso è quello delle zingare,
 bianco e rosso, con linee
 sinuose, con fremiti fugaci
 di sarcasmo e d’orgoglio. - Tu mi piaci.
 Dove l’hai preso il tuo bel nome?... È un nome
 di guerra, non è vero?... Qual capriccio
 d’amante allegro e ironico
 te l’appuntò, qual nastro fra le chiome?...
 Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
 Raccontami la tua vita randagia.
 Io m’accovaccio presso a te, sul morbido
 tappetino di Persia,
 frugando con le molle fra la bragia.
 Raccontami la tua vita randagia.
 Dimmi i paesi che vedesti, i porti
 donde salpasti, spensierata rondine,
 e il tuo piacer di vivere
 così, padrona delle varie sorti,
 come lo sei de’ tuoi capelli attorti.
 Io t’assomiglio, se mi guardi bene.
 Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
 mentre snudata sfolgori
 tu, fina lama che in sua punta tiene
 il mondo, per gingillo. Guarda bene.
 Quando riparti?... e verso qual ventura?...
 .... Io resterò a frugar dentro la cenere;
 e mirerò lo specchio
 per rivederti in me, nella tua dura
 fronte d’enigma, o Donna di ventura.

  La voce del mare

 Io ti farò morire di dolcezza,
 se tu m’ascolterai quando la luna
 gonfia il mio cuore come un cuore umano.
 Sarà rossa la luna ad orïente,
 e poi, salendo, diverrà di perla.
 Tu immobile starai tra flutto e spiaggia,
 piccola - oh, un punto!... in mezzo all’infinito.
 Io ti dirò l’ore perdute della
 tua dolce infanzia, l’ore che tu credi
 dimenticate; e i sogni in cui vedevi
 fiori simili a bocche aperte al bacio
 fiorir per te lungo rupestri lande
 ove il giorno non era e non la notte
 era, ma Vita somigliava a Morte.
 Io ti dirò ciò che hai sofferto. Ma
 mitemente, così, come di cose
 lontane, e che non possono colpire
 più, tanto nel pensier le trasfigura
 la poesia della possente vita.
 Io ti dirò le cose che tu speri,
 e per incanto le vedrai compiute:
 e la pienezza de’ tuoi sensi tale
 sarà, che ti parrà d’essere eterna,
 fulgida innumerevole leggera
 quale schiuma di queste onde d’argento
 che si gonfian d’amor sotto la luna.
 Io ti farò morire di tristezza
 se tu m’ascolterai quando di piombo
 grava il cielo su gravi acque di piombo.
 Starà sospesa dentro la calura,
 nel silenzio, un’attesa di tempesta:
 l’onde verranno a lacerarsi sulla
 spiaggia, con rauche grida appassionate.
 Allora, allora, o piccola, che hai
 così tenere mani e così grandi
 occhi, io ti canterò la veemente
 poesia della vita che vivesti
 prima d’esser la piccola che sei.
 Una zingara fosti. I tuoi capelli
 battenti il dorso eran color del rame,
 tutti a riccioli, vivi uno per uno:
 e verdastri e mutevoli i tuoi occhi
 di sole e d’onda; e tutto di serpente
 l’agile corpo, in mille avvolgimenti
 esperto, ed arso dall’impuro sangue
 dei nomadi. Tu fosti una regina.
 Passò il tuo carro lungo le mie rive,
 il tuo riso il tuo canto a fior de l’acque.
 I tuoi compagni avean denti ferini,
 rapaci mani, acuti occhi di falco,
 e tu li amavi; ma più d’essi amavi
 la libertà. Tenevi al petto un fiore,
 sotto il fiore nascosto un pugnaletto
 lucentissimo. E fiera sulle piazze
 danzavi le tue danze, le tue danze
 di gitana, ricordi?... Non ricordi
 dunque tu nulla?... Dalla casa errante
 le pallide vedesti albe fiorire,
 e nei tramonti l’acque invermigliarsi,
 e nei meriggi tutto esser di fiamma,
 anche il tuo corpo, anche la vagabonda
 anima tua come l’arena innumere,
 multicolore come l’onda, libera
 come il vento del largo. E delle folle
 ti piacque il gran clamore, e del deserto
 il gran silenzio, e delle vie notturne
 i fanali rossastri, i torvi agguati,
 il pericolo corso ad ogni istante.
 Di desiderio io ti farò morire,
 se vorrai ch’io ti dica il nome tuo
 d’una volta. Ricòrdati. Superbo
 era, ma dolce e pieno d’assonanze
 strane. Non giungi a ricordarti?... China
 sul mare, ascolta il pianto inconsolabile
 dell’acque che s’inseguono s’infrangono
 e muoiono e rinascono e non sanno
 perché. Non ti diran forse quel nome;
 ma in esse sentirai la sua potenza
 dominatrice, o piccola, che hai
 così teneri polsi per catene
 di perle, e così grandi occhi pel sogno.

Con la quinta raccolta (Esilio, 1914), il cui titolo fa esplicito riferimento alla “fuga” in Svizzera, nata dal disgusto per il matrimonio ormai fallito con l’industriale biellese Giovani Garlanda e dalla volontà di stare con l’amata figlia Bianca che era stata inviata a studiare in un collegio zurighese, la poesia di Ada Negri vira decisamente in direzione del versante personale. Sentendosi «sola come in una bara» (lettera a Laura Orvieto del 14 novembre 1914), avvertendo il tempo che svanisce «come la sabbia fra le mani» (XXXI Dicembre), amaramente convinta che «ogni donna è al mondo per servire» (Servire), ella si aggrappa infatti al rapporto con la figlia, su cui proietta se stessa e le proprie ansie di libertà.

da Esilio

Ponte di Lodi

 Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri
 abbracciati dall’impeto del fiume
 rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume
 candide a fior dei vortici verdastri.
 Come una volta ancor vorrei poggiarmi
 alle tue sbarre, e riaver quel vento
 in faccia; e mirar nuvole d’argento
 specchiate in acqua, e d’esse sazïarmi.
 Ma esser quella d’allora, con quel volto
 e quell’anima, scarna adolescente
 livida di superbia, impazïente
 di vivere, con sensi aspri in ascolto:
 e tutto innanzi a me: lo spumeggiante
 fiume e la vita!... Ma su via trascorsa
 non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa:
 altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.
 E vado e vado. Finché, un giorno. Addio
 dirà l’anima al corpo. E sarà il fiume
 natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume
 d’astri, mi condurrà verso l’oblio.

La folla

    Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto

    perduta; e tu mi porti e tu mi spingi

    e mi rigetti, e d’ignorarmi fingi,

    ma ben m’abbranca il tuo potere occulto.

 

    Sai di sudore umano, e di sporcizia

    mascherata d’aromi, e del sentore

    d’ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore

    per oscuro fermento in te s’inizia.

 

    Mi piaci per l’enorme onda vitale

    che tutta mi ravvoltola, muggente

    e rischiumante, carne e cuore e mente

    impregnando del tuo libero sale.

 

    Ogni volto che a lampi appare e spare

    forse è il mio: ché mio corpo non è questo

    solo ch’io sento e curo e movo e vesto:

    chi vi noma e vi scinde, onde del mare?...

 

    D’essere innumerevole è mia gloria

    e mia superbia; e multiforme, come

    te, folla; e in preda a tutti i venti, come

    te, che a folate scardini la storia;

 

    e, se fremito passi di sommossa,

    ingigantir con te, con te disvellere

    i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle

    col divampar della mia furia rossa.

 

Il libro di Mara (1919) apre una nuova stagione lirica, soprattutto per le innovative scelte metriche della Negri, che sulla scorta del poeta americano Walt Whitman abbandona l’amato endecasillabo per sperimentare il verso lungo non rimato. A queste scelte stilistiche rimarrà fedele anche nel successivo volume poetico (I canti dell’isola, 1924) che scaturisce da un’esperienza esaltante che Ada aveva vissuto nel 1923 a Capri, dove si era fermata per alcuni mesi ospite del sindaco dell’isola, Edwin Cerio.

da Il libro di Mara

Il risveglio

Quando il canto del gallo segò il cielo, ed ella ancor nel sonno a te sorrise, o amato.

L’uno dall’altro nasceste allora, in purità di corpo, in purità di spirito.

O voi beati, non espressi da grembo di madre, ma dalla meraviglia del vostro amore!

E vi levaste con atti limpidi, ed il primo mattino del mondo con voi si levò.

E nuovi furono agli occhi vostri i rosei cirri del cielo specchiati nei fiori dei peschi,

nuova l’erba intrisa di guazza, fresca alle mani come un lavacro,

divina in voi la dolcezza di scoprirvi un nell’altro presenti e viventi,

con anima per amare,

labbra per baciare,

voce per benedire.

Domani

Domani è aprile, e tu verrai per condurmi incontro all'ultima primavera.

Donde verrai, come verrai, non so; ma senza soffrire potrò rivederti.

Soave sarà nella tua la mia mano, soave il mio passo al tuo fianco.

Occhi d'infanzia i nostri, a specchio innocente del novo miracolo verde.

Andremo per orti e frutteti, a capo scoperto nel sole, senza far male ai santi germogli.

In punta di piedi, per tèma si stacchin dai rami le rosee farfalle dei pèschi,

e trepidi e senza respiro, per non turbar pur con l'aria i fiori dell'ultimo sogno.

E di quello che fu della carne, nulla verrà ricordato.

E di quello che fu del dolore, nulla verrà ricordato.

E quel che è della vita eterna farà pieno di canti il silenzio.

Non io tua, non tu mio: dello spazio: radendo la terra con ali invisibili,

sempre più lievi nell'aria, sempre più immersi nel cielo,

fino a quando la notte ci assuma ai suoi vasti sepolcri di stelle.


da I canti dell’isola

Lettera a Bianca

Oh, tu, figlia! Oh, tanta terra e tanto mare fra noi!

Quando fu mai, fra noi, tanta terra e tanto mare?

E come puoi vivere senza di me? Dimmi che non puoi!

Saprò forse allora strapparmi all'incanto, lasciare

l’Isola dolce. So, ch’essa è sogno: ch'è vana parvenza

di sogno. Sparire potrebbe, così, all'improvviso,

nei flutti, o nel gorgo solare; e, con essa, la mia demenza…

Serro su gli occhi le mani, per salvarmi; e nel cuor ti ravviso.

 

Sei sulla terrazza, in tunica bianca: allatti la tua Donatella.

Sole velato su lei, su te, attraverso le grappe e le fronde

del glicine. Vien da San Barnaba, ingenuo, un canto di campanella:

letizia materna ti penetra col succhiar della bimba, a grandi onde.

Altro non sai, né chiedi. Ti basta la tua verità.

Ala fanno i capelli sul volto, perduto nel volto che gli somiglia.

Raccolgono gli occhi la luce del cielo sulla diletta, che gode e non sa.

Così, in cuore, ti penso - e mi salvo – giovine madre che sei la mia figlia.


Corale notturno

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,

là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,

le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.

Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,

in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,

blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.

Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,

con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,

con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,

a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,

quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

 

Con Vespertina (1930) e Il dono (1936) la Negri torna a metri più tradizionali e al modello leopardiano particolarmente amato; il rimpianto per la gioventù perduta e il costante pensiero alla morte non vanno però disgiunti dall’ammirazione per il creato e dalla sensazione di poter ancora realizzare un’opera immortale. E all’amico giornalista Federico Binaghi il 3 aprile 1930 scrive: «Ho l’impressione che il mio testamento morale si trovi tutto in questa cinquantina di liriche in endecasillabi sciolti».

da Vespertina

Deserto

Sempre sul cuore il tuo dolor ti preme

più grave che non sia peso di pietra.

 

Pure è per esso che ti senti viva:

s’egli non fosse, vano a te sarebbe

sangue e respiro, vano il mover passi

in quel deserto ch’è a te il mondo: colmo

d’uomini, è vero; ma alla sabbia uguali

ch’or sì or no mulina in groppa al vento.

 

Come hai fatto a restar senza nessuno

sulla terra, cosi: che men solingo

è il cane a cui per via mori il padrone?

Né tu ti lagni d’esserlo. Non gridi

«Son sola» per chiamar chi ti s’accosti

e t’accompagni. Forse uno verrebbe

se lo chiamassi: o, se tu andassi a lui,

nel suo sorriso leggeresti il cuore.

 

Ma non lo vuoi. Non credi più. Non sai

più abbandonarti alla tremante luce

della speranza. Ti bendasti gli occhi

per non mirarla. E pur ne soffri; e più

 

nel tempo inoltri e più t’ostini in questa

tua superba miseria, e più comprendi

che meglio forse era non esser nata.

 

Ricordi, un giorno. Amavi. E se di sole

t’entrava un raggio dal balcone aperto,

eri quel raggio, fra la terra e il cielo:

se veniva improvviso a inebriarti

un effluvio di rose, ecco, e tu eri

fresca rosa olezzante in un giardino:

se a te saliva un canto, eri quel canto.

Trovassi ancora un po’ d’amore sulla

tua strada, pur sapendo che non dura

amore in terra più che in ciel non duri

la nube! Ancora illuderti potessi

d’essere creatura necessaria

ad altra creatura, e quella a te!

 

Posare il capo su la spalla d’uno

che di te tutto sappia, anche le colpe,

e tutto ami, anche il male, anche i crudeli

segni del tempo; e tutta ti raccolga

nelle sue braccia!

 

Ma non son che tardi

vaneggiamenti. Non ritorna il tempo

d’amore. E tu non hai, per te, che il peso

de’ tuoi ricordi, mentre scende l’ombra.


Luna sulla città

Luna, che sorgi di su l’alte case

della città, nell’ora in cui si placa

il tumulto dei traffici, e ai cristalli

splendon luci improvvise, e per le vie

lampade bianche sboccian tonde in fila

a farti specchio mentre in ciel cammini:

sempre sei quella ch’io, fanciulla, un tempo

miravo da’ miei campi e dal mio fiume;

e m’illudea, sì vasto era l’incanto,

essere tu ed io sole nel mondo.

Ora, sulla città greve di folla,

dura d’asfalti, irta d’antenne, inferma

di rumor, di fatica, di travaglio

cupido e vano, ov’io perdei me stessa,

tu la tregua di Dio porti, ed assolvi

col tuo riso celeste ogni peccato.

E mentre guardi a noi, passi vagando

anche sui flutti del profondo mare,

sui sentieri e le vette ardue de’ monti,

e su placidi laghi e lontananze

di foreste e di prati; e ovunque l’uomo

trovi; e l’illudi; ché tu sempre sei

quella; ma per ciascun sola a lui solo.

Sola a me sola, ecco, ritorni, o luna,

e nell’effuso tuo pallor m’oblio

come allora che tu m’eri custode

sull’abbandono del virgineo sonno.

Se ti son cara, questa notte almeno

la fanciulla ch’io fui veglia nel mio

sonno; e dormendo io sogni esserti accanto

fanciulla eterna nell’eterna pace.

da Il dono

I giardini nascosti

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolio sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli,
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace.


da Fons Amoris

Padre, se mai questa preghiera giunga

Padre, se mai questa preghiera giunga

al tuo silenzio, accoglila, ché tutta

la mia vita perduta in essa piange:

e s’io degna non son, per la grandezza

del ben che invoco fammi degna, Padre.

 

Quando morta sarò, non darmi pace

né riposo giammai ne le stellate

lontananze dei cieli. Sulla terra

resti l'anima mia. Resti fra gli uomini

curvi alla zolla, grevi di peccato:
con essi vegli, in essi operi, ad essi

della tua grazia sia tramite e luce.
Lascia ch'io compia dopo morta il bene

che nella vita compiere m'illusi,
o me povera povera! e non seppi.
Mi valga presso Te questo rimorso

ch'io ti confesso, e il mio soffrire, e il vano

fuoco di carità che mi distrugge.
Giorno verrà, dal pianto dei millenni,

che amor vinca sull'odio, amor sol regni

nelle case degli uomini. Non può

non fiorire quell'alba: in ogni goccia

del sangue ond'è la terra intrisa e lorda

sta la virtù che la prepara, all'ombra

dolente del travaglio d'ogni stirpe.

Il dì che sorga, fa’ ch'io sia la fiamma

fraterna accesa in tutti i cuori; e i giorni

la ricevan dai giorni; e in essa io viva

sin che la vita sia vivente, o Padre.


Franco Galluzzi, partigiano e poeta

Nato a Codogno nel 1923, Franco Galluzzi crebbe nutrito degli ideali di libertà e democrazia che si respiravano in famiglia. Cominciò giovanissimo già negli anni trenta a distribuire la stampa clandestina antifascista che usciva dalla tipografia del padre; e nei boschi di Senna Lodigiana andava a recuperare le armi paracadutate dagli Alleati per traghettarle al di là del Po. Dopo l’8 settembre del ’43 salì in montagna, aggregandosi alle formazioni partigiane della Valdossola e prendendo parte a vari combattimenti contro i nazifascisti. Tornato a Codogno nell’aprile del ’45, collaborò attivamente all’insurrezione locale che portò alla liberazione della città: ma in quegli stessi giorni si ammalò e morì il 2 maggio, pochi giorni dopo la Liberazione.

La sua vena poetica rimase ignota per decenni, finché nel 2004 i fogli dattiloscritti contenenti ottantadue sue poesie vennero scoperti e pubblicati a cura di Gennaro Carbone, Annalisa Degradi e Isabella Ottobelli per i «Quaderni dell’Istituto Lodigiano per la Storia della Resistenza e dell’età Contemporanea» (ILSRECO), formando una piccola ma intensa raccolta cui è stato dato il titolo Se potessi…. Riletti oggi, a distanza di molti anni, questi testi mostrano certamente una maturità artistica non ancora pienamente raggiunta (come è ovvio), ma fanno emergere con chiarezza il ritratto di un lettore di poesia straordinariamente maturo per l’età, che accanto ai grandi della tradizione italiana conosce e apprezza la poesia nuova di D’Annunzio, Gozzano, Ungaretti, Montale. Ispirato da questi maestri, Galluzzi sa però distaccarsi dai modelli per proporre uno stile personale, asciutto e incisivo, ricco di improvvisi scarti logici che provocano nel lettore un forte effetto di straniamento. Egli sa investigare in questi suoi testi la profondità della propria inquietudine giovanile e dare voce alla dolorosa consapevolezza dell’impossibilità di una comunicazione profonda tra gli uomini. Ma questo, lungi dal portarlo alla rinuncia o all’afasia, fa piuttosto scaturire sempre nuovi interrogativi e ulteriori percorsi di ricerca.

I temi che egli approfondisce spaziano dall’amore, vissuto con trepidazione e inquietudine, all’impegno politico affrontato con estrema determinazione, fino alla riflessione sulla morte, che per lui non ha nulla di tragico o angoscioso, ma è vissuta con la levità del ragazzo che affronta serenamente il suo futuro, consapevole che in tal modo «sembrerà più facile / la morte». Così in un intenso testo egli può affermare: «Fuggo / per diventare finalmente un uomo»: è la fuga dal disimpegno e dalla tranquilla serenità quotidiana, per sfidare con matura consapevolezza l’impegno decisivo.

 

Il nome

Qual è il tuo nome?

Io non lo so ancora.

E l’ho cercato tanto in mezzo a quelli

che vengono alla bocca d’improvviso,

quando il cuore ha bisogno

di dare una sua forma,

una sua forma intima ed amica

al fuggente fantasma d’una donna.

Ne vorrei uno che accogliesse

in un alito

la musica di boschi risonanti,

echeggianti nell’ombra,

l’amarezza smisurata e ondosa

del nostro padre il mare,

il profumo del fieno

che nel meriggio è ardente

e nella sera

fresco come le guance tue.

Vorrei un nome che s’attorcigliasse

al tuo corpo,

formando un tutto unico,

un nome breve,

perché io possa dirlo

tante volte di più.

 

Se tu sapessi

T’ho amata da lontano, tenuamente,

per non rompere il filo che trattiene

il mio sognare al tuo sognare assente,

perduto dietro Quello che non viene.

 

T’ho seguita pregando sulla porta

chiusa della sua casa abbandonata,

quando guardavi la facciata morta,

prona la dolce testa sconsolata.

 

Se tu sapessi come anch’io ho vissuto

il tuo amore per Lui, che se n’è andato,

ch’è tornato nell’ombra, sconosciuto,

 

senza sapere che non l’hai scordato.

Se tu sapessi come anch’io ho creduto

nel tuo sgomento grande, desolato.

 

Amiamoci dunque per questo:

Amiamoci dunque per questo:

per potere, domani,

aver la squisita tristezza

d’abbandonarci.

 

Amiamoci

per saper che significa

dopo,

andare divisi,

conoscer la buia dolcezza

dell’ultima parola.

 

Addio...

Le mani rivivono sole,

al contatto,

lo strano romanzo.

E noi ci guardiamo:

un attimo, oh! un attimo ancora.

 

Andarsene

Andarsene, andarsene lontano

e dire a chi c’incontra, a chi ci guarda

senza più riconoscerci: “Io fuggo

per diventare finalmente un uomo.

Fuggo per non amare più il profumo

femmineo della notte ed il notturno

calore della donna. Fuggo infine

perché il mondo soltanto è la mia casa

e l’orizzonte il mio traguardo. Vado

dove mille esistenze stanno ansiose

ad aspettare l’anima mia, vado

dove il coraggio spezza ogni confine

tra la vita e il romanzo. Dico addio

a voi restanti”. E poi tranquillamente

continuare la strada.

 

Un’altr’alba

Compagno, è già l’alba.

È già l’ora d’un’altra fatica.

E tu maledici ogni giorno

che ancora

rinnova la strada nemica:

e tu

che la vita degli altri

hai vissuto

nel sogno recente,

rivolgi l’estremo saluto

a ciò che per niente

amasti stanotte.

 

Compagno.

Allaccia le cinghie,

riprendi il tuo sacco.

Ritorna a scordare

le cose negate di ieri,

ritrova i pensieri

irrequieti

che portan lontano.

 

Compagno, compagno.

Cos’è

che ti fa meno forte:

è forte il sapere che morte

si chiama

la sosta futura?

È forse una nuova paura

che il cuore ti serra

e i passi t’acquieta?

È forse la meta che oggi

più folle ti sembra?

 

Compagno, rimembra

perché cominciasti

l’andare:

ricorda quel mondo che odiasti,

le immagini amare

che un giorno

ti spinsero fuori

dagli uomini.

 

Compagno: ricorda e prosegui.

 

Quando saremo vecchi

Certo

ci accorgeremo a un tratto

d’esser vecchi.

Sarà come se sfatto

dentro di noi

si fosse qualche cosa

che pareva durevole

perché ancora incompiuto,

qualcosa che pareva

non andasse perduto

perché non si sapeva come, quando

lo si era trovato.

Amica, ti domando

che mai faremo allora.

Ricorderemo? E cosa?

Che momenti saran da ripensare

nel poco tempo

della sosta estrema?

Che ore rivivremo dal groviglio

di un passato fuggente,

faticoso,

che negli occhi

non ci ha lasciato niente,

se non la voglia ansiosa

di poterli serrare?

Guarderemo negli altri

quelli che sorgeranno,

la verdicante, gaia giovinezza

che noi non ci accorgemmo

d’aver avuto in mano,

quando la mano tendevamo aperta

a chiedere di più?

Come certa

sembrerà la disfatta!

E l’inutile strada che per tanto,

amando, disperando,

maledicendo

percorremmo a fianco,

ci parrà così sciocca,

così breve,

da lasciarci capire finalmente

cos’è l’umanità!

Forse non rimarrà

che chiedere un’ultima volta

cos’era

la smania di giungere,

se alla meta

portiamo un cuore stanco,

un’anima scialba che soltanto

desidera tornare.

Davanti alla vecchiezza

forse amara

ci sembrerà più facile

la morte…


Concludiamo questa breve antologia poetica con un brano riflessivo che Galluzzi scrisse pochi giorni prima di morire:


Ma allora cos’è questa morte che tra le crepe della vita ci guarda cogli occhi d’un’amante respinta? Ce la sentiamo nelle pupille, qualche volta; qualche altra nei sensi che la sua terribile inconsistenza affila, scarna. Guardiamo a lei come si guarda al fondo d’un orrido e ci corre per il corpo lo stesso raccapriccio che ci fa ritrarre, lo stesso inverosimile fascino che ci tiene inchiodati a fissare. La morte è la sola verità che l’uomo non può permettersi d’ignorare.”

(Fine aprile 1945)


Corrado Alvaro e la narrativa meridionalistica

Nato nel 1895 a S. Luca, sull’Aspromonte, Corrado Alvaro combatte nella prima guerra mondiale e da quella drammatica esperienza trae la raccolta lirica Poesie grigioverdi (1917). Nel primo dopo­guerra è giornalista al «Resto del Carlino», al «Corriere della Sera» e alla «Stampa», quindi direttore del «Risorgimento» e del «Popolo di Roma». Nel 1925 è tra i fir­matari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Nel 1940 riceve il Premio dell'Ac­cademia d'Italia per la letteratura. Nel 1945 è il primo direttore del Giornale radio nazio­nale della RAI. Muore a Roma nel 1956.

Il suo testo più noto è la raccolta di racconti Gente in Aspromonte (1930), cui seguono negli anni altri brani narrativi, resoconti di viaggio, saggi critici e testi teatrali, che non hanno però successo presso il pubblico né la critica; ma molto interessante è in particolare il romanzo distopico L'uomo è forte (1938), un libro di dura polemica sull'uomo moderno vittima delle dit­tature, che ovviamente viene visto con sospetto dalla censura fascista.

Tutta la produzione di Corrado Alvaro si può inscrivere sotto il segno della contraddizione, del dissidio insanabile che dall’uomo si trasferisce sui personaggi: infatti sensualità e moralità pro­fonda, razionalità e incanto dei ricordi, amore per la civiltà contadina e richiamo della città, regionalismo ed europeismo, nostalgia dell’infanzia e desiderio di modernità convivono inscin­dibilmente in lui e nei suoi personaggi. Ne scaturisce un pessimismo di fondo, che non porta però mai Alvaro al disincanto e al disimpegno, ma anzi è fonte per lui di consapevolezza e lo spinge alla lotta contro l’ingiustizia; tanto che egli può affermare: “Ho cercato di sopravvivere per i miei doveri sociali e verso me stesso, pensando che un giorno avrei potuto dire una parola utile, se non necessaria, secondo l'eterna illusione che assiste uno scrittore”.

Il rapporto tra letteratura e vita gli è offerto da modelli prestigiosi che egli ha ben presenti, in particolare Verga, D’Annunzio, Pirandello, Grazia Deledda: non a caso scrittori che come lui hanno saputo descrivere il mondo meridionale con lucidità e realismo. Anche se per Alvaro sarebbe meglio parlare di “realismo magico”, perché la Calabria che egli descrive è nello stesso tempo un luogo reale conosciuto, vissuto e amato, ma anche uno spazio mitico sognato e rimpianto, un'oasi di originaria innocenza cui tornare nei momenti di sconforto. L’analisi che egli attua del mondo calabrese è precisa e partecipe: egli lo osserva nostalgicamente ammi­rato, pur consa­pevole della sua atavica arretratezza e barbarie. Non manca nei suoi testi l’im­pegno di denun­cia, ma il tono predominante, soprattutto nei racconti di Gente in Aspromonte, è quello surreale e magico di uno scrittore alla ricerca delle proprie radici. I modi naturalistici sono così riletti alla luce delle esperienze letterarie più moderne, italiane ed europee: e la Calabria che emerge dal libro è un luogo mitico prima che geografico, “paese dell’anima” la cui gente diviene simbolo di una fe­deltà assoluta alla tradizione e ai valori di una civiltà che non vuole sparire.

Questa ambivalenza di giudizio vale anche per la città, che da un lato è vista come realtà di progresso e civiltà, dall’altro lato sembra esprimere violenza e sopraffazione. Anche in que­sto Alvaro si contrappone al fascismo, che demagogicamente celebrava la forza, la violenza, il progresso; mentre lo scrittore calabrese tende a rifugiarsi nella terra natia, nel contatto con gli umili, con le cose e i sentimenti conser­vatisi nella loro naturale verginità e schiettezza, col mondo pa­triarcale dell'infanzia. Il fascismo ai suoi occhi si presentava infatti come il "trionfo del ricco sul po­vero, del po­tente sul debole. della retorica sulla verità, della città sulla campa­gna, di un ordi­namento mili­taresco sulla libertà individuale, della ipocrisia sulla schiettezza”.

La scrittura di Alvaro sembra di primo acchito trascurata e istintiva, ma ha invece una grazia leggiadra, quasi sensuale, esprime una sensibilità a volte amara, ma sempre partecipe, quasi romantica, fatta di chiaroscuri ed evocazioni, di riferimenti sottintesi e di sogni ad occhi aperti.

L’opera sua più famosa, Gente in Aspromonte, è una fantastica trasfigurazione delle con­dizioni di vita dei contadini e dei montanari in questa regione, condotta sul filo della memoria: Alvaro ricostruisce vicende, per­sone, paesaggi da lui amati in gioventù, sentendosi sempre partecipe del dramma della povera gente che da secoli è oppressa e depauperata da latifon­disti spietati. I personaggi dei racconti raccolti in questo volume devono sopravvivere in una terra arida e desolata, subendo ingiustizie e inveterate sopraffa­zioni, come il protagoni­sta del racconto prin­cipale, il pastore Argirò, i cui buoi (avuti in custodia da un ricco proprietario ter­riero, tale Filippo Mezzatesta) precipitano in un bur­rone e devono essere venduti per pochi soldi come carne di bassa macelleria. La sorte poi si accani­sce contro di lui quando il piccolo appezzamento di terra che lavora viene devastato da un tor­rente; e infine quando alcuni con­tadini invidiosi gli bruciano la stalla facendo morire la mula che lo aiutava nel lavoro. L’unica speranza che gli rimane è il figlio minore, Benedetto, che facendosi prete darebbe al padre una bella rivincita. Ma sarà invece l’altro figlio, An­tonello, a vendicarlo, divenendo brigante e bruciando il bosco del ricco possidente Filippo Mezzatesta che aveva sempre angariato suo padre. Antonello infine distri­buisce ai poveri il bestiame del Mezzatesta e ne distrugge i rac­colti; finché, braccato dai cara­binieri, si arrende dicendo: "Finalmente potrò parlare con la Giu­stizia. Che ci è voluto per po­terla incontrare e dirle il fatto mio!"

Ecco l’inizio di Gente in Aspromonte:

«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una man­tel­letta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pel­legrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d'erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri. Intorno alla caldaia, ficcano i lunghi cucchiai di legno inciso, e buttano dentro grandi fette di pane. Le tirano su dal siero, fumanti, screziate di bianco purissimo come è il latte sul pane. I pastori cavano fuori i coltelluzzi e lavorano il legno, incidono di cuori fioriti le stecche da busto delle loro promesse spose, cavano dal legno d’ulivo la figurina da mettere sulla conoc­chia, e con lo spiedo arroventato fanno buchi al piffero di canna. Stanno accucciati alle soglie delle tane, davanti al bagliore della terra, e aspettano il giorno della discesa al piano, quando appenderanno la giacca e la fiasca all’albero dolce della pianura. Allora la luna nuova avrà spaz­zata la pioggia, ed essi scenderanno in paese dove stanno le case di muro, grevi delle chiac­chiere dei sospiri delle donne. Il paese è caldo e denso più di una mandra. Nelle giornate chiare i buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben modellati e bianchi come sono, sem­brano più grandi degli alberi, animali preistorici. Arriva di quando in quando la nuova che un bue è precipitato nei burroni, e il paese, come una muta di cani, aspetta l’animale squartato, appeso in piazza al palo del macellaio, tra i cani che ne fiutano il sangue e le donne che com­pe­rano a poco prezzo.

Né le pecore né i buoi, né i porci neri appartengono al pastore. Sono del pigro signore che aspetta il giorno del mercato, e il mercante baffuto che viene dalla marina. Nella solitudine ven­tosa della montagna, il pastore fuma la crosta della pipa, guarda saltare il figlio come un ca­priolo, ode i canti spersi dei più giovani, intramezzati dal rumore dell’acqua nei crepacci, che borbotta come le comari che vanno a far legna. Qualcuno, seduto su un poggio, come su un mondo, dà fiato alla zampogna, e tutti pensano alle donne, al vino, alla casa di muro. Pensano alla domenica nel paese, quando si empiono i vicoli coi loro grossi sospiri, e rispondono a loro, soffiando, i muli nelle stalle e i porci nei covili, e i bambini strillano all’improvviso come pas­se­rotti, e i vecchi che non si possono più muovere fissano l’ultimo filo di luce, e le vecchie rinfre­scano all’aria il ventre gonfio e affaticato, e le spose sono colombe tranquille. Pensano alla visita che faranno alla casa di qualche signore borghese, dove vedranno la bottiglia di vino splendere tra le mani avare del padrone di casa, e il vino calare nel bicchiere che vuoteranno tutto d’un fiato, buttando poi con violenza le ultime gocciole in terra. Quel vino se lo ricordano nelle gior­nate della montagna come un fuoco dissetante, poveri e eterni poppanti di mandra».

Luciano Erba tra ironia e riserbo

Dieci anni fa moriva a ottantasette anni Luciano Erba (1922-2010), traduttore, critico lette­rario, docente uni­versitario e poeta: aveva esordito in questo campo nel 1951 con Linea K, una raccolta nella quale soprattutto rileggeva la tragica esperienza vissuta nei campi di lavoro in Svizzera durante la guer­ra. Dice di questa raccolta l’autore: «La linea K è la linea dell’impossibile, perché è scritta nell’alfabeto dell’impossibile. Alludevo con la lettera K a un fatto fonologico: la K era presente sino all’epoca medievale come gra­fema nell’alfabeto. Poco usata, sì, ma comunque rendeva i suoi servigi per trascrivere suoni che poi in epoca moderna sono stati registrati graficamente da gruppi consonan­tici e semiconsonantici com­plessi. Eppure esisteva! Lo dico nella poesia Tra spazio e tempo, “abbiamo perso anche il kappa”. Mi affascinava l’idea dell’eliminazione grafi­ca di un suono pur esistente. Ma io volevo con­traddire l’eliminazione, e allo stesso tempo dire che l’esperienza, anche registrata attraverso la poesia, è eliminabile, non necessa­ria».

Fin dagli esordi Erba si inserisce a pieno titolo in quella che Luciano Anceschi defi­nisce “linea lom­barda” per le sue scelte stilistiche lontane tanto dall’ermetismo quanto dall’estetismo (così come, in anni più tardi, prenderà le distanze dalla neoavanguardia del Gruppo 63): egli sceglie invece una lingua poetica tersa e lineare, ulteriormente al­leggerita da una profonda ironia (e autoironia) che ren­de il dettato lim­pido ma allo stes­so tempo carico di significato. L’ironia è infatti per lui non un semplice arti­ficio retorico, ma un vero e proprio strumento di conoscenza, in grado di esprimere le perples­sità, il de­siderio di trascendenza, la tensione verso l’assoluto che egli costantemente avverte, senza che questo si trasformi in dogmatismo o fanatismo religioso. Afferma Erba in un’intervista: «a me sembrava che il do­mandarsi da dove nasce il mondo, la bellezza di questo domandarsi, sia cosa legittima anche in un’epoca come la nostra dove tutto è stato più o meno spiegato»; e ancora: «Il cercatore e trovatore di verità sa che in poe­sia la verità non si coglie che per sfuggirci di nuovo».

Allo stesso criterio rispon­de la scelta costante di presentare nelle sue poesie un ca­talogo di oggetti con­sueti, co­muni, quelli che egli definisce «le cose senza prestigio, / gli oggetti senza design [che] meglio di altri / espri­mono una loro tensione» (Un co­smo qualun­que). E in maniera simile anche le persone che appaiono nei suoi testi sono es­seri semplici, comuni, “margi­nali”, uo­mini e donne di scarsa rilevanza sociale, che sono però in grado di rivelare al poeta la vera es­senza del mondo, assai più di quanto po­trebbe fare qualunque teoria filosofica o asserto teologico.

Poeta lombardo è dunque Erba, che però alle immagini della Milano in cui viveva (la Mila­no in realtà meno nota, quella meno “turistica”) affianca scenari parigini e paesaggi lacustri e alpestri: «ho guar­dato altrove – afferma - al paesaggio che va oltre Milano, il paesaggio lombardo dei laghi, del­le col­line che arrivano ai monti. Si guardava alla campagna, alla parte dei laghi, il La­go di Co­mo e il Lago Maggiore». Si tratta di luoghi cari, ai quali il poeta vuole aggrap­parsi per cercare sicurezze, convinto in ogni caso che la verità ultima è sempre oltre la meta che l’uomo può raggiungere. Il compito che si era assegnato Erba era quello di trascrivere in poe­sia ciò che altrimenti avrebbe ri­schiato di passare inosservato: oggetti luoghi e persone di tutti i giorni, che diven­tano però semi e promesse di trascendenza, quasi eliotiani “correlativi oggettivi”, in grado di svela­re, grado per grado, il senso della vita, che pure torna inesorabilmente a sfuggi­re: «La poesia è nulla, la registrazione del nulla, l’eterno invece è ancora l’archetipo di tut­to. Quando mi sfug­ge dalle mani cerco in ogni caso di descriverlo, e di trasmettere a chi mi legge la sensazio­ne che questa vana ricerca mi lascia nelle mani. Cerco di affer­rarlo, l’eterno, ma quello che riesco ad afferrare è questo nulla».

Dopo la raccolta d’esordio le tappe più significative della sua produzione si posso­no ritrac­ciare in Il bel paese (1955), che nel titolo allude ironicamente a una Lombardia perduta, Il ma­le minore (1960), che riassume tutta la prima fase della sua ricerca poeti­ca, Il nastro di Moebius (1980) che raccoglie i testi scritti fino a quella data; Il tranviere metafisico (1987); L’ippopotamo (1989), che contie­ne le due raccolte precedenti con vari inediti; Variar del verde (1993); L’ipotesi circense (1995) e Remi in barca (2006).

È soprat­tutto nel­la fa­se finale della sua produzione che la “caccia spirituale” di Erba assume definiti­vamente i con­notati della ricerca religiosa, grazie alla capacità delle co­se più umili di «riempire il nulla». Si tratta per lui di un cammino senza fine, perché egli è consapevole di non poter da­re rispo­ste a tutte le domande; paradossalmente egli af­ferma: «la poesia è una ricerca, è un po’ come una ri­cerca religiosa, è cercare Dio: c’è, non c’è, chi lo sa? […] Ri­cerca della verità, sa­pendo be­nis­simo di non poterci arrivare, perché è una ricerca mai asser­tiva, sempre dubitati­va, conti­nua. La mia poesia l’ho tro­vata senza mai ottenere una risposta, oppure ho trovato risposte e allora non c’era la domanda».

La nuova generazione

Cominciò incontrando fra la terra

una piccola mano di donna

che scavava patate come me.

Troppo vecchio

Garibaldi badava a non far niente

ma la fila chinata si agitava

nel solco del trattore

a colmare le sporte del padrone.

Lei portava i calzoni del fratello

una borsa alla cinghia

un farsetto come giustacuore:

vidi un paggio

e colsi quella mano.

In cielo correvano le nubi

un contromastro giungeva in decauville:

un santo di legno tra le canne.

Tabula rasa?

È sera qualunque

traversata da tram semivuoti

in corsa a dissetarsi di vento.

Mi vedi avanzare come sai

nei quartieri senza ricordo?

Ho una cravatta crema, un vecchio peso

di desideri

attendo solo la morte

di ogni cosa che doveva toccarmi.

Incompabilità

Sin tanto che don Oldani

e i venticinque esploratori

si rincorrono su queste lastre di piombo

io mi immagino il popolo di donne

della cerchia più antica della città.

Addormentate agli ultimi piani

in un letto di ferro

quante sognano la mia sciarpa di seta?

Guardo la città grigiorossa

domenicale, dal terrazzo del duomo

ma potessi volare

ai bei gerani sulle lunghe ringhiere

varcare porte, e a piedi nudi

camminare sugli esagoni rossi

poi vedermi alle vostre specchiere

brune ninette, che abitate il verziere!

Partono adesso i crociati

io rimango quassù

con una spia albanese

che fotografa torri e ciminiere.

Domenica in Albis

Questo è un regno di pioggia, un mondo vizzo

di fantesche accodate ai music-halls,

di bambini sospesi a un palloncino

color lampone, vicino fuma il padre

ha le guance screziate dal rasoio.

Questo è un giorno di festa che ti esilia

alla soglia d'amore e dell'addio

a due mani di donna che tu hai visto

indugiare un istante tra le perle

di una breve collana

sembravan dire

per noi la vita è sempre mañana.

Terra e mare

Goletta, gentilissimo legno, svelto

prodigio! se il cuore

sapesse veleggiare come sai

tra gli azzurri arcipelaghi!

 

ma tornerò alla casa sulla rada

verso le sei, quando la Lenormant

avanza una poltrona sul terrazzo

e si accinge ai lavori di ricamo

per le mense d'altare.

 

Navigazione blu, estivi giorni

sere dietro una tenda a larghe maglie

come una rete! bottiglie

vascelli tra rocchi di conchiglie

e la lettura di Giordano Bruno

nel salotto di giunco, "nominatim"

De la Causa Principio e Uno!

La piroga

Si passano le stagioni

a scavare il tronco di un albero

per preparare la piroga

su cui c’imbarcheremo in autunno.

Senza risposta

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
dell’anno durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?

Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo tra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro saccheggia.
Sei una donna
che oggi tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?

Un'equazione di primo grado

La tua camicetta nuova, Mercedes

di cotone mercerizzato

ha il respiro dei grandi magazzini

dove ci equipaggiavano di bianchi

larghissimi cappelli per il mare

cara provvista di ombra! per attendervi

in stazioni fiorite di petunie

padri biancovestiti! per amarvi

sulle strade ferrate fiori affranti

dolcemente dai merci decollati!

E domani, Mercedes

sfogliare pagine del tempo perduto

tra meringhe e sorbetti al Biffi Scala.

Gli anni quaranta

Sembrava tutto possibile

lasciarsi dietro le curve

con un supremo colpo di freno

galoppare in piedi sulla sella

altre superbe cose

apparivano all’altezza degli occhi.

Ora gli anni volgono veloci

per cieli senza presagi

ti svegli da azzurre trapunte

in una stanza di mobili a specchiera

studi le coincidenze dei treni

passi una soglia fiorita di salvia rossa

leggi "Salve" sullo zerbino

poi esci in maniche di camicia

ad agitare l’insalata nel tovagliolo.

La linea della vita

deriva tace s’impunta

scavalca sfila

tra i pallidi monti degli dei.

Lontananza da mia madre

Tu anche mi appari agli ultimi sogni
e il giorno per te s’inizia
con altro cielo.
Sul treno delle vacanze
cerco il tuo viso
e le nostre stature
il nostro respiro giovane
oltre i larici.
Mi ridico
per ritrovare la tua voce di allora
certi nomi di luoghi
che pronunciavi indicandoli al di qua della valle.
Amarti è questo, e piangere.
Altro non so. La pena
è certa
è il rimorso.

Quartieri solari


Milano ha tramonti rossi oro.
Un punto di vista come un altro
erano gli orti di periferia
dopo i casoni della «Umanitaria».
Tra siepi di sambuco e alcuni uscioli
fatti di latta e di imposte sconnesse,
l’odore di una fabbrica di caffè
si univa al lontano sentore delle fonderie.
Per quella ruggine che regnava invisibile
per quel sole che scendeva più vasto
in Piemonte in Francia chissà dove
mi pareva di essere in Europa;
mia madre sapeva benissimo
che non le sarei stato a lungo vicino
eppure sorrideva
su uno sfondo di dalie e di viole ciocche.

Senza bussola 

Secondo Darwin avrei dovuto essere eliminato

secondo Malthus neppure essere nato

secondo Lombroso finirò comunque male

e non sto a dire di Marx, io, petit bourgeois

scappare, dunque, scappare

in avanti in indietro di fianco

(così nel quaranta quando tutti) ma

permangono personali perplessità

sono ad est della mia ferita

o a sud della mia morte?

Un cosmo qualunque

Abitano mondi intermedi

spazi di fisica pura

le cose senza prestigio

gli oggetti senza design

la cravatta per il mio compleanno

le Trabant dei paesi dell'est.

Tèrbano, ma che vorrà dire?

Forse meglio di altri

esprimono una loro tensione

un’aura, si diceva una volta

verso quanto ci circonda.

Variar del verde

Quel campanile osservato dal treno

che fa una esse tra sambuchi e robinie

non è forse il miglior osservatorio

su altri verdi, di foreste ercinie?

 

Ecco un tipo di foglie che guadagna

se questo verde di alberi da frutta

lo vedi contro un cielo minaccioso

di un temporale colore di lavagna.

 

Vi è poi un verde selvatico di forre

a mezza costa, sotto i santuari,

che scurisce nel colmo dell’estate:

 

il sole è alto, l'ombra fa miracoli,

serpeggia il verde da Fatima al Carmelo,

salgo in mezzo ai roveti, guardo il cielo. 

Il circo

Un circo è un circo, anche un piccolo circo.

Il mio paese sembrava più leggero

la sera, quando issata l'alta cupola

le bandiere si alzavano nel cielo,

 

quando un drin drin di giochi e carabattole

faceva più spediti il cuore e i passi

i colori apparivano più veri

nell'aria nuova, era marzo, era la sera,

 

soprattutto l'azzurro, la lontana

linea dei monti, il fumo dei camini

e la notte al di là del campanile

che attendeva la fune del funambolo.

 

Partiva il circo la mattina presto.

Furtivo, con trepestio di pecorelle,

io poiché, fatti miei, stavo già desto

vedevo svanire il circo e poi le stelle. 

Un paesaggio docile

L'albero che saliva si piegava

tornava a salire verso il cielo

ma avesse preso questa o quella forma

avesse avuto questo o quel colore

sarebbe stato solo un albero

soltanto un segno su quel dosso di monte

di un paesaggio creato dai miei occhi

per secondare i miei esaltati spirti

la mia fierezza di viandante alpestre

giunto infine poco sotto la vetta. 

Rema in piedi

Rema in piedi controcorrente

per salutare gli amici sopra il ponte

beve con noi un vino spesso e forte

seduti a un lungo tavolo di legno

appare e scompare in mezzo agli alberi

nel più fitto del bosco.

È il monaco che passa su un fiume gelato.

È il Figlio, nell'idea direi incompleta

che provo a farmi della Trinità.

Altrove Padano

II

Viaggiatore che guardi il tuo treno
in corsa tra le risaie
affacciato da un vagone di coda
in curva tra le robinie,
sei in fuga lungo un arco di spazio?

o immobile guardi lontano
più lontano, da una piega del tempo
se il sole che ora declina
(il verde è un trionfo di giallo)
si arresta ai tuoi occhi pavesi?

Viaggiatore di fine giornata
di collo magro, di fronte stempiata.

Ricordando Vittorio Bodini e la Puglia

Dopo la lunga siesta di dicembre

svegliarsi in un paese meridionale

di strette vie, in salita e in discesa.

Salgono odori di cibi affumicati

scendono i ragazzini del doposcuola

vi è una stella nel cielo invernale

Bodini dice: È Natale!

Abito a trenta metri dal suolo

Abito a trenta metri dal suolo

in un casone di periferia

con un terrazzo e doppi ascensori.

Questo era cielo, mi dico

attraversato secoli fa

forse da una fila di aironi

con sotto tutta la falconeria

dei Torriani, magari degli Erba

e bei cavalli in riva agli acquitrini.

Questo mio alloggio e altri alloggi

libri stoviglie inquilini

questo era azzurro, era spazio

luogo di nuvole e uccelli.

L’aria è la stessa: è la stessa?

sopravvivere: vivere sopra?

Non so come mi sento agganciato

la sera ha tempo di farsi più blu

da un pallido re pescatore

o, di passaggio qui in alto,

dal vero barone di Mùnchausen.

Vincenzo Consolo, un siciliano a Milano

Otto anni fa, il 21 gennaio 2012, moriva a Milano Vincenzo Consolo, saggista, giornalista e scrittore raffinato quanto poco noto al grande pubblico. Era nato a Sant’Agata di Militello nel 1933 e si era laureato in Giurisprudenza prima di dedicarsi all’insegnamento nella scuole agrarie del messinese. Nel 1968 si era trasferito a Milano per lavorare alla RAI e dal 1977 è stato consulente editoriale della Casa Editrice Einaudi insieme con Italo Calvino e Natalia Ginzburg.

Oltre a saggi (Di qua dal faro, 1999), testi teatrali (raccolti in Oratorio, 1999) e testi per musica, Consolo ha scritto romanzi e racconti. L’esordio si ha nel 1963 con La ferita dell’aprile, «poemetto narrativo» come lui lo definisce, romanzo di formazione che apre uno spiraglio sulla vita di un paese siciliano durante le lotte politiche dei primi anni del dopoguerra; la narrazione è impostata cronolo­gicamente come diario di un anno scolastico, nell’intreccio tra vicende personali dei protagonisti e storia d’Italia.

Sin da questo esordio si nota nella scrittura di Consolo l’importanza centrale della parola; come conferma lui stesso: «Mi ponevo un po’ consapevolmente, un po’ istintivamente sul crinale della sperimentazione, mettendo in campo una scrittura fortemente segnata dall’impatto lin­guistico, dal recupero non solo degli stilemi e del glossario popolari e dialet­tali, ma anche, dato l’argomento, di un certo gergo adolescenziale. Gergo quanto mai parodistico, sarcastico, quanto mai oppositivo a un ipotetico codice linguistico nazionale, a una lingua paterna, comunicabile. E orga­nizzavo insieme la scrittura su una scansione metrica, su un ritmo poetico, con il gioco, ad effetto comico, delle rime e delle assonanze. Prendeva così il racconto, nella sua ritra­zione linguistica, nella sua inarticolazione sintattica, nella sua cadenza, la forma di un poemetto narrativo».

Ma il capolavoro di Consolo giunge nel 1976 con Il sorriso dell’ignoto marinaio, romanzo storico ambientato in Sicilia nel periodo di passaggio dal regime borbonico a quello sabaudo, culmi­nato nella sanguinosa rivolta contadina di Alcara Li Fusi del maggio 1860, molto simile alle vicende di Bronte rievocate da Verga nella novella Libertà. Protagonista è il bizzarro barone Enrico Pirajno di Mandralisca, catalogatore di molluschi e collezionista d’arte, che si interroga sul senso della storia nell’isola: «Cosa è stata sin qui la Storia, egregio amico? Una scrittura continua di privilegiati». Per lui il mondo è paragonabile ad una chiocciola: una spirale di ingiustizie e di soprusi, che si manifesta anche nella raffinatezza strutturale, di carattere simbolico, nella «costruzione a chiocciola», concen­trica e labirintica, del romanzo. Come afferma l’autore: «quel simbolo io l'ho preso come il simbolo della storia, per cui i popoli, le popolazioni che si trovano in una infelicità sociale, possono rimanere prigionieri dentro questo labirinto a forma di spirale, oppure, seguendo il labirinto, possono uscire verso la realtà della storia e prendere consapevolezza della loro condizione sociale. Ecco, è questo il simbolo della lumaca». Il romanzo richiama nel titolo il sorriso enigmatico dell’anonimo Ritratto di ignoto di Antonello da Messina, quadro che si finge regalato al barone filantropo Mandralisca il quale, osservandolo, si interroga sul ruolo dell’intellettuale di fronte a episodi come quelli che successero in Sicilia in occa­sione dell’arrivo di Garibaldi.

Nel 1985 è la volta di Lunaria, favola teatrale ambientata nella Palermo settecentesca, ma nello stesso tempo allegoria della solitudine dello scrittore, che si rispecchia nel malinconico Viceré Casi­miro che sogna la caduta della luna, in una visione che si fa presagio che s’invera.

Segue due anni dopo Retablo, un altro romanzo storico che richiama nel titolo l’arte pittorica; pre­senta le vicende di un intellettuale del Settecento in fuga da Milano verso la Sicilia alla ricerca della matrice culturale e umana della donna che ama. E non è chi non veda come anche questo perso­naggio possa consi­derarsi alter ego dell’autore.

La trilogia composta da Nottetempo, casa per casa (1992), L’olivo e l’olivastro (1994) e Lo spasimo di Palermo (1998) è invece posta sotto il segno del definitivo tramonto dell’utopia. Nel primo dei tre romanzi l’autore vuole «far vedere come il fascismo fosse figlio della follia, la follia privata del prota­gonista e quella pubblica della Storia, il ricorso al satanismo che voleva distruggere il cristianesimo di una società malata: tutti segni oscuri e premonitori, come quelli che vediamo oggi con il ritorno a queste ridicole forme di esorcismo, questi fondamentalismi, questi revanscismi». Il secondo, quasi un “an­tiro­manzo”, costituisce probabilmente l’apice della ricerca formale di Consolo, perché struttu­rato in una prosa spiroidale e convulsa, vicina a quello che Roland Barthes chiamava «il grado zero della scrit­tura». Il terzo, che vede ancora una volta la Sicilia al centro della narrazione e che per alcuni versi richiama l’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, è una corrosiva narrazione di viaggio, «un viag­gio in verticale, una discesa negli abissi» attraverso la Sicilia di un presente degradato, che si con­fronta con il pas­sato mitico. Non per nulla il romanzo è ambientato nell’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio (1992) e si presenta per l’ennesima volta come un nòstos, un ritorno alle origini del protagonista, quel Gioacchino Martinez nel quale lo scrittore si riconosce, specialmente per le amare riflessioni sull’im­possibilità del romanzo in questo nostro tempo e sulla dubbiosa funzione della let­teratura come strumento di opposizione al malcostume dilagante. Il romanzo termina con l’assassi­nio del giudice Borsellino, episodio che costituisce il simbolo di un’epoca, quella dell’ultimo decennio del XX secolo, caratteriz­zata dalla caduta delle grandi ideologie, dello sterminio degli ultimi uomini giusti.

La riflessione che Consolo propone in tutta la sua opera giunge a conclusioni molto amare: i “vi­ceré”, vecchi e nuovi, i “gattopardi” di un tempo e di oggi, i mafiosi e gli arrivisti, i politici corrotti e i borghesi del quieto vivere sono il “colera di Palermo”, la pandemia che distrugge natura e arte di una regione (potremmo dire “di una nazione”) bella e perduta. Domina su tutto il suo lavoro l’amaro senso di fallimento di una gene­razione che non ha saputo costruire dopo la guerra un’Italia civile, moderna e virtuosa: e si ritrova ora a vivere in un paese stravolto, dove si respira «un odore dolcia­stro di sangue e gelsomino». Segno che l’infezione (e non stiamo parlando di Coronavirus…) non è ancora passata e che forse non se ne potrà proprio mai gua­rire…

Si propone, anziché uno stralcio da uno dei romanzi di Consolo (che vale invece la pena leggere per intero), un breve racconto ambientato sullo Stretto di Messina.

Scilla e Cariddi

Ora mi pare d'essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come trapassato, in contemplazione, statico e affisso a un'eterna luce, o vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali inter­minati e vani, scale, fra mezzo a chiese, palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia puttana!) ora che ho l'agio e il tempo di lasciarmi andare al vizio antico, antico quanto la mia vita, di distac­carmi dal reale vero e di sognare. Mi pare forse per questi bei nomi dei villaggi, per cui mi muovo tra la mia e la casa dei miei figli. Forse pel mio alzarmi presto, estate e inverno, sereno o brutto tempo, ancora notte, con le lune e le stelle, uscire, portarmi alla spiaggia, sedermi sopra un masso e aspet­tare l'alba, il sole che fuga infine l'ombre, i sogni, le illusioni, riscopre la verità del mondo, la terra, il mare, questo Stretto solcato d'ogni traghetto e nave, d'ogni barca e scafo, sfiorato d'ogni vento, uccello, fragoroso d'ogni rombo, sirena, urlo. Inciso nel suo azzurro, nel luglio, nell'agosto, dalle linee nere, dai ferri degli altissimi tralicci, alti quanto quei delle campate ch'oscillano sul mare, dal Faro a Scilla, che sono ormai l'antenne verticali e quelle oriz­zontali, ritte come spade sui musi delle prore, delle feluche odierne chiamate passerelle. Ferme, in attesa, ciascuna alla sua posta, o erranti, rapide e rombanti, alla cattura del povero animale.

Viene il momento allora, per i vocii e i frastuoni dei motori, sul mare (barbagliano parabrezza d'auto, di camion che lontano corrono lungo i tornanti della costa calabra, sopra Gallico, Catona; barba­gliano vetri e lamiere dei grandi gabbiani, degli aerei aliscafi), sulla strada alle mie spalle, che corre, tra le case e il mare, giù verso Messina, il porto, fino a Gazzi, Mili, Galati, su verso Ganzirri, Raso­colmo, San Saba, viene il momento di rintanarmi.

Mi metto allora a lavorare ai modelli in legno dello spada, azzurro e argento, tonno, alalonga, aguglie, ai modelli dei lontri veri, delle feluche antiche, a riparare reti e ritessere ricordi, miei, della mia vita, qui, sopra questo breve nastro di mare, quest'infinito oceano di fatti, d'avventure, o per il mondo.

Sono nato (e chi lo sa più quando?) a Torre Faro, da rinomato padrone lanzatore, padre Stel­lario Alessi, terzo di cinque figli. I maschi, Nicola, Saro e io, di nome (solo di nome) Placido, ancora quasi lattanti, non lasciavamo in casa a nostra madre forchetta per mangiare, che lega­vamo in cima a una canna a mo' di fiocina per infilzare polipi bollaci costardelle, ogni pesce che per ventura capitava a tiro del nostro occhio e braccio. Era l'istinto che ci portava verso il me­stiere, come aveva portato nostro padre, suo padre indietro, ci portava verso il destino del mare, dello Stretto, del pesce spada, sopra feluche e lontri, ci portava a lance, palamidare, palangresi.

Nicola morì soldato e Saro nel suo letto, di spagnola. E io non mi ricordo più quando salii sul lon­tra e lanciai l'arpione la prima volta. Ho solo negli occhi la vista della draffinera, di quelle preziose del ferraro mastro Nino, che s'inchioda nella pelle lucida, colore dell'acciaio, nel cuore della carne, del pesce che s'impenna, che s'inarca, alta la spada sopra il fior dell'acqua, e s'ina­bissa, sferzando forte con la luna della coda, rapido sparendo con tutto il filo della sàgola, il filo del sangue che dise­gna la sua strada. Strada che finisce nella morte. Ho negli occhi la ciurma che lo tira in barca, grande, pesante, inghiaccato alla coda, la bocca aperta, la spada in basso, come un cavaliere che ha perso la battaglia; negli occhi, l'occhio suo tondo e fisso, che guarda oltre, oltre noi, il mare, ol­tre la vita. Ho nell'orecchio le voci di mio padre, i suoi comandi, le voci della ciurma: «Buittu, viva san Marcu binidittu!». Dopo la femmina, fu la volta del maschio, che s'ag­girava, pesante e rasse­gnato, come in offerta, torno alla barca, a tiro del mio ferro.

Da allora, ho negli occhi e nel ricordo una schiera infinita di pesci indraffinati, di spade a pezzi succhiate nel midollo, di teste, di pinne, di code resecate.

Mio padre, vecchio e privo d'altri maschi, privo ormai di vista e resistenza, fu costretto a scender dall'antenna, ad ingaggiare, per la stagione che arrivava, uno di Calabria, dove sono gli antennieri più acuti dello Stretto, pur se i comandi, in vista dello spada, li fanno in lingua tutta loro. «Appà, maccà, palè, ti fò...» urlano.

Il giovane, Pietro Iannì, che sempre da caruso era stato guida sulle postazioni delle rocche alte di Scilla, di Palmi, di Bagnara, sposò poi Assunta, mia sorella, e se ne tornò al paese. Fu per il loro primo figlio, pel battesimo, ch'io conobbi quella che divenne poi la mia sposa. Figlia di padrone di barche, padre Séstito, era picciotta bella e assennata. Muta e travagliante. Ma non di fora, come le bagnarote libere e spartane che vanno a commerciare pesce, intrallazzare sale, avanti e indietro sempre sui traghetti, ma, di casa, e al più sulla spiaggia, tra le barche dei suoi. Bruna, il fazzoletto in testa, gli occhi sfuggenti che spiavan di traverso, stretta alla vita, i fianchi dentro quel maremoto di pieghe della gonna, il busto che sbocciava in sopra ardito e snello: così m'apparve in prima a quella festa. Il matrimonio, con tutti gli accordi e i sacramenti, si fece nella chiesa bella del Carmelo, e il trattamento, nella casa capace della sposa. Fu quel giorno che mio padre, in presenza dei Sé­stito, pronunciò il testamento, disse che le barche, gli attrezzi per la pesca, tutto passava a me, ch'io sarei stato da quel giorno il padrone nuovo.

Poco durò lo spasso per le nozze. Me la portai, Concetta, la mia sposa, nella casa nostra, lì vicino alla chiesa, davanti al monumento con l'angelo di marmo a cui la guerra tagliò di netto un'ala, in faccia alle barche nostre, al mare, alla rocca di Scilla dall'altra parte. Le feci conoscere Messina, il porto, con tutta la confusione dei bastimenti fermi, delle navi in movimento, dei fer­ribotti, la Madonna lì alla punta della falce, alta sopra la colonna, sopra il forte del Salvatore; il Duomo, dove restò incantata, a mezzogiorno, per il campanile e l'orologio, ch'è una delle mera­viglie di questo nostro mondo: suonano le campane, canta il Gallo, rugge il Leone, la Colomba vola, passa il Giovane, il Vecchio, passa la Morte con la falce; sorge la chiesa di Montalto, passa l'Angelo, San Paolo, torna l'Ambasceria da Gerusalemme, la Madonna benedice... Me la portai per i viali, a Cristo Re, a Din­nammare, su fino a Camaro, a Ritiro, ai colli di San Rizzo. Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto. E più mi dava figli (tre volte partorì in cinque anni) più sembrava crescere in lei il silenzio e lo scon­tento. C'era fra noi, che dire? come una distanza, uno stretto, una Scilla e Cariddi fra cui non si poteva navigare. Eppure, santissima Madonna! la trattavo con ogni cura e affetto, l'adornavo di vesti, di ori; la portavo alla festa di Ganzirri, alla processione di San Nicola sul Pantano, alla trattoria di don Michele; e a Messina, alla festa dell’Assunta a Mez­zagosto. Una volta tirai anch'io per voto (voto che si capisce quale fosse, d'avere finalmente quella donna, per cui potevo morire, indraffinato come un pescespada), tirai per la corda la gran Vara, scalzo, senza camicia, e lei accanto a me, sciolti i capelli, certo per un voto suo segreto che mai mi rivelò.

Un luglio, ad apertura della pesca, per l'ammalarsi dell'antenniere mio, fu lei a suggerirmi, come per caso, quel nome d'un parente suo lontano, Polistena Rocco, rinomato fra Bagnara e Scilla. E arrivò quest'uomo snello, alto, d'una chioma riccia come quella del gigante Grifone sul cavallo. Tanto che là, in cima, stava per tutte l'ore senza un cappello, solo riparo quel suo casco nero di chiocciole o di cozze. Lo vidi e l'odiai. Non so perché. Forse per il suo portamento, il suo sorriso, la fama per cui ognuno rideva e mormorava, d'una sua dote fuori d'ordinario, la fama, scapolo com'era all'età sua, di grande ladro, d'amatore tenace e senza cuore. Mi parve che Con­cetta, al suo arrivare, mi parve che appena appena mutasse nell'umore, nel modo suo di fare; parlava più frequente, con me, coi figli, sorrideva finanche qualche volta. L'odiai. E quando al­zavo il braccio per colpire il pesce, che lucido e dritto guizzava sotto l'acqua con la spada, mi sembrava di colpire, di piantare in quell'uomo la draffinera. E il mare lo vedevo tutto rosso, poi argento, poi blu, poi nero come la notte.

Pel tempo che durò la sua presenza al Faro (due, tre estati, non ricordo), pur senza un segno, un fatto, un motivo vero, cresceva sempre più la mia pazzia, l'ossessione dell'inganno. E sì che non eravamo più di primo pelo, né io né quello né Concetta. Durò fino a quell'anno in cui comin­ciò il grande mutamento, l'anno vale a dire in cui passarono in disuso remi, lontri, feluche, si mutarono le barche in passerelle. E ci vollero quindi, per i motori, l'antenne, tanti soldi. Decisi per questo (ma forse fu una scusa) di sbarcare, disarmare tutto, licenziar la ciurma, il calabrese.

Per mantenere la famiglia m'imbarcai come marinaio, io padrone, sopra il Luigi Rizzo, il va­poretto che collegava Milazzo a Lipari, Vulcano ... Fuori dal porto, costeggiando la penisola del Capo, oltre il Castello, davanti alla casa di quell'ammiraglio che nella Grande Guerra era stato eroe, assieme a un poeta, per una impresa ardita contro il nemico, il battello che portava il suo nome, lanciava il fischio di saluto. Allora qualcuno, una serva, un parente, rispondeva svento­lando dal terrazzo un panno bianco. Il battello d'estate era sempre pieno di turisti: scoprii così il mondo. Mi feci, per can­cellar l'amore per Concetta, gran traffichiere, facile predatore di straniere. D'inverno, nelle soste a Lipari sotto il Monastero, nelle soste forzate per il brutto tempo, m'in­trecciai con una di là, ché sono, le donne di quell'isola, svelte, calamitose, seducenti.

Tornavo al Faro, a casa, a ogni turno di riposo, tornavo per le feste. E lei, Concetta, era sempre chiusa nel suo mondo, sempre indifferente. In più ora sembrava solo presa dai figli, ch'erano ormai cresciuti e le davano maggior lavoro.

Il colmo della sua freddezza nei confronti miei lo provai un'estate. Forse per sfida o forse nell'in­tento di smuoverla allo scontro, portai una straniera fino a Torre Faro, fino alla punta estrema del Peloro, all'incrocio dei mari, dove la rema forma i gorghi, quelli che la tedesca chia­mava del mostro di Cariddi. Passammo davanti alla mia casa. Lei ci vide, da dietro la finestra, ed ebbe come un riso di sprezzo, di compatimento.

Dopo quel fatto, decisi di sbarcare, di tornare al mio mestiere della pesca. Anch'io, come gli altri, misi da parte remi e lontri, comprai un motore per la mia feluca e cominciai a correre, a inseguire lo spada sullo Stretto. Avevo preso un'antenniere nuovo di Fiumara Guardia, e il mio braccio di vecchio lanzatore era tornato ad essere forte e preciso come nel passato. Fu in uno di questi erraggi, nell'in­seguire il pesce dalla posta mia, che mi scontrai con una passerella che per abuso aveva catturato il pescespada. Lì, sull'antenna della feluca pirata, rividi allora dopo tanto tempo il calabrese. La que­stione della preda fu portata davanti al Consiglio, che sentenziò natu­ralmente a mio favore. Ma al Polistena, che seppi era il padrone della passerella, feci sapere che il giudizio per me, oltre il Con­siglio, era nel riparar lo sfregio col duello: che si facesse trovare sulla spiaggia, proprio sotto il Faro. Fu lì puntuale, come convenuto. Stavamo appressandoci, quando, a un passo l'uno dall'altro, co­minciarono a fischiare sopra le nostre teste le palle dei fucili. Eravamo proprio sotto il campo del tiro al piattello. Ci buttammo per terra, la faccia contro la rena. E restammo così, impediti a muoverci, non so per quanto tempo. Ci spiavamo con la coda dell'occhio. Poi improvviso fu lui a ridere per primo, a ridere forte, e trascinò me nella risata, mentre i piatti in aria venivano dai colpi sbriciolati. Dopo, quando ci fu il silenzio, ed era quasi l'imbrunire, ci alzammo, ci guardammo in faccia. Fu lui, Rocco, a tendermi la mano. Non lo vidi più. Sparì dalla mia vista e dalla mia vita. Anche perché sparì in uno con Concetta tutto il rancore mio e la gelosia.

Mi disse lei, là all'ospedale Margherita, affossata nel letto, gli occhi negli occhi, la mano ser­rata nella mia: «Ah, Placido, come si può passare una vita senza capire!» Da allora, quando mi lasciò la mia Concetta, sentii che cominciavo a farmi vecchio. Donai tutto, passerella e reti ai miei figli, lasciai il Faro e venni qui ad abitare in una nuova casa.

Ora mi pare d'essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come un trapassato... Ma vivo nei ricordi. E vivo finché ho gli occhi nella beata contemplazione dello Stretto, di questo breve mare, di questo oceano grande come la vita, come l'esistenza.

Elsa Morante, il romanzo della Storia

Elsa Morante (1912-1985) è stata autrice di romanzi voluminosi, da Menzogna e sortilegio (edito nel 1948: 700 pagine in ottavo grande) a L’isola di Arturo (1957: quasi 400 pagine), da La Storia (1974: più di 650 pagine) ad Aracoeli (1982: oltre 300 pagine). Non che la quantità debba essere sinonimo di qualità, né viceversa di scarso valore: ma molti critici le hanno con­testato una certa disuguaglianza di risultati artistici dovuti proprio alla mole dei suoi romanzi.

Il suo esordio narrativo avviene nell’immediato dopoguerra con Menzogna e sortilegio: la vicenda è ambien­tata a inizio Novecento in una piccola città del Mezzogiorno, dove la prota­gonista Anna ha vissuto una misera adolescenza, invaghita del ricco e fascinoso cugino Edoardo; a questa coppia se ne affianca un’altra, formata dallo squattrinato studente France­sco e dalla giovane prostituta Rosaria. Poi le coppie si scambiano, Anna sposa Francesco e ne ha una figlia, muoiono in successione Edoardo, Francesco e infine Anna. La figlia di Anna, Elisa, resta affezionata a Rosaria e infine si fa narratrice di tutta la loro vicenda. Questa la trama essen­ziale, su cui si innestano però numerosissimi episodi laterali, che diventano a loro volta altri piccoli romanzi, fino a dare, come si diceva, una dimensione strabordante all’opera.

L’isola di Arturo occupa i dieci anni successivi della scrittura della Morante: è ambientato nell’isola di Procida, dove Arturo, un ragazzetto orfano di madre, vive con il padre tedesco Vilelm Gerace, che sovente parte per viaggi misteriosi. Da uno di questi viaggi torna con la giovane Nunziatina che ha sposato a Napoli: all’iniziale avversione di Arturo si sostituisce gra­datamente un’attrazione fatale per la matrigna, che però ne è disgustata. Alla nascita del fra­tellastro Car­mine, e dopo avere scoperto i loschi traffici a motivo dei quali il padre si assentava, Arturo decide di lasciare l’isola, mentre la guerra sta per scoppiare. E il lungo romanzo si chiude con un finale aperto.

Probabilmente la vetta artistica raggiunta dalla Morante si può identificare ne La Storia, il romanzo che suscitò a partire dal 1974 il più focoso dibattito critico. Ma la scintilla del successo fu extra-letteraria: fu la decisione che l’autrice impose all’editore Einaudi di pubblicare il volume in edi­zione po­polare a un prezzo contenutissimo. La critica si divise tra coloro che considera­vano l’opera un tardivo scialbo omaggio al neorealismo e quelli che lo osannavano come il più bel ro­manzo del Novecento. La scelta dell’autrice è quella di dare un affresco della storia d’Ita­lia durante la seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi (dal 1941 al 1947) intrec­ciandola con le vicende personali della maestra Ida e del figlio Giuseppe, nato dallo stupro da lei subìto nel 1941 a Roma da parte del giovane militare tedesco Günter. Questi poco dopo muore: Ida, Giuseppe e Nino (l’altro figlio avuto dalla donna in precedenza dal com­messo viaggiatore di origine siciliana Alfio Mancuso) devono affrontare varie peri­pezie, anche dopo la fine della guerra. Dopo la morte di Nino sopraggiunge quella di Giuseppe: Ida rimasta solo impaz­zisce e si barrica in casa; viene infine portata in un ospedale psichiatrico, dove morirà nove anni dopo.

Opera assai diseguale, La Storia ha avuto però il merito di rinnovare l’interesse di una vasta platea di lettori per le vicende italiane di quegli anni drammatici. Scrisse Emilio Cecchi: «Come certe antiche carrozze da viaggio, il romanzo ha un aspetto pesante, casalingo e tuttavia av­venturoso […] ha l’intimità d’uno studiolo, d’una camerella dove, così pigramente andando alla deriva, si può appartarsi e fantasticare». In effetti accanto a pagine assimilabili a quelle del neorealismo (pensiamo a Pavese, Calvino, Vittorini, Pratolini, Viganò, Pasolini) se ne trovano altre intimistiche o sognanti: il che può anche essere considerato positivo. Secondo Geno Pampaloni «le prime settanta pagine rimangono folgoranti. Insieme all’allucinata evidenza del racconto c’è in esse un’arcana tenerezza, lo stupore disperato e dolcissimo della vita così com’è, rapida a dissol­versi nel vorticare del tempo, e che tuttavia lascia sulla terra la traccia di una sua inviolabile reminiscenza».

L’ultimo romanzo, Aracoeli, è tutto centrato sul rapporto intenso, quasi magico tra una donna, l’anda­lusa Aracoeli appunto, e suo figlio Manuele: è quest’ultimo, quarantenne fallito e omo­sessuale infelice, a rievocare le vicende di un’infanzia mitizzata, paradisiaca. Egli si reca in Andalusia alla ricerca delle radici della madre, in una sorta di viaggio iniziatico; che però finisce per rivelare soltanto la drammatica miscela di sesso, follia e incomunicabilità che la madre aveva vissuto. Il romanzo esprime la continua mescolanza della dimensione inconscia e del dramma personale della scrittrice, che durò tutta la vita: per trovare sfogo appunto in Aracoeli. Ma la figura di Manuele che ripercorre tragicamente il destino materno senza essere infine capace di uscire dal nido che lei gli ha costruito intorno, rivela in realtà la vera essenza della scrittrice, che in questo romanzo mette definitivamente a nudo se stessa, confessa la sua incapacità di amare. Ella lo definì «il mio povero, ultimo romanzo andaluso […] fabbrica d’om­bre equivoche, per trastullo dei miei giorni vani».

 

Si propone qui un brano de La Storia, dove con profonda amarezza Elsa Morante osserva come le classi sociali che da sempre detengono il potere abbiano angariato le altre classi sociali, nel nome del guadagno ad ogni costo, distruggendo la natura e annientando chi si ribellava.

 

Come già tutti i secoli e millenni che l’hanno preceduto sulla terra, anche il nuovo secolo si regola sul noto principio immobile della dinamica storica: “agli uni il potere, e agli altri la servitù”.

È curioso come certi occhi serbino visibilmente l’ombra di chi sa quali immagini, già im­presse, chi sa quando e dove, nella rètina, a modo di una scrittura incancellabile che gli altri non sanno leggere – e spesso non vogliono.

Il Potere, spiegava a Santina, è degradante per chi lo subisce, per chi lo esercita e per chi lo amministra! Il Potere è la lebbra del mondo! E la faccia umana, che guarda in alto e dovrebbe rispecchiare lo splendore dei cieli, tutte le facce umane invece dalla prima all’ultima sono de­turpate da una simile fisionomia lebbrosa! Una pietra, un chilo di merda saranno sempre più rispettabili di un uomo, finché il genere umano sarà impestato dal Potere…

L’umanità, per propria natura, tende a darsi una spiegazione del mondo, nel quale è nata. E questa è la sua distinzione dalle altre specie. Ogni individuo, pure il meno intelligente e l’infimo dei paria, fino da bambino si dà una qualche spiegazione del mondo. E in quella si adatta a vivere. E senza di quella, cadrebbe nella pazzia.

La natura è di tutti i viventi… era nata libera, aperta, e LORO l’hanno compressa e anchilo­sata per farsela entrare nelle loro tasche. Hanno trasformato il lavoro degli altri in titoli di borsa, e i campi della terra in rendite, e tutti i valori reali della vita umana, l’arte, l’amore, l’amicizia, in merci da comprare e intascare.

Qui dentro, gli uomini (ce n’erano delle centinaia) non si potevano nemmeno contare a anime, come usava ancora ai tempi della gleba. Al servizio delle macchine, le quali, coi propri corpi eccessivi, sequestravano e quasi ingoiavano i loro piccoli corpi, essi si riducevano a fram­menti di una materia a buon mercato, che si distingueva dal ferrame del macchinario solo per la sua povera fragilità e capacità di soffrire.

Lo si sentiva a volte ripeterla fra sé in una sequela monotona: «pecché? pecché pecché pec­ché pecché??». Ma per quanto sapesse d’automatismo, questa piccola domanda aveva un suono testardo e lacerante, piuttosto animalesco che umano. Ricordava difatti le voci dei gattini buttati via, degni asini bendati alla macina, dei caprettini caricati sul carro per la festa di Pasqua. Non si è mai saputo se tutti questi pecché innominati e senza risposta arrivino a una qualche desti­nazione, forse a un orecchio invulnerabile di là dai luoghi.

Solo da quella si riconosce il cristo: dalla parola! che è solo una sempre la stessa: quella là! E lui l’ha detta e ridetta e tornata a ridire, oralmente e per iscritto; e da sopra la montagna e da dentro le gattabuie e… e dai manicomii… e departùt… Il cristo non bada alla località, né all’ora storica, e né alle tecniche del massacro… Già. Siccome lo scandalo era necessario, lui si è fatto massacrare oscenamente, con tutti i mezzi disponibili – quando si tratta di massacrare i cristi non si risparmia sui mezzi… Ma l’offesa suprema, che gli hanno fatta, è stata la parodia del pianto! Generazioni di cristiani e di rivoluzionari – tutti quanti complici! – hanno seguitato a frignare sul suo corpo – e intanto, della sua parola, ne facevano merda!

Erano dei ciechi, guidati da ciechi e alla guida di altri ciechi, e non se ne accorgevano… Si ritenevano dei giusti – in perfetta buona fede! – e nessuno li smentiva in questo loro abbaglio.

I morti, se ne fa un conto approssimativo, e poi vanno in archivio: pratiche estinte! Per le ricorrenze, dei signori in tight portano una corona al milite ignoto…

La camera a gas è l’unico punto di carità, nel campo di concentramento.

La sola rivoluzione autentica è l’ANARCHIA! A-NAR-CHIA, che significa: NESSUN po­tere, di NESSUN tipo, a NESSUNO, su NESSUNO! Chiunque parla di rivoluzione e, insieme, di Potere, è un baro! e un falsario! E chiunque desidera il Potere, per sé o per chiunque altro, è un reazionario.

La Storia, si capisce, è tutta un’oscenità fin dal principio.

Si sa che la fabbrica dei sogni spesso interra le sue fondamenta fra i tritumi della veglia o del passato.

Antonia Pozzi, tra cielo e terra

A ventisei anni, nel dicembre del 1938, Antonia Pozzi decise di togliersi la vita, dichiarando di non aver più forza per lottare: l’ultimo scritto che aveva lasciato fu bruciato dal padre, che già ne aveva ostacolato le scelte di vita, in particolare impedendo la relazione affettiva con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Nel 1930 si era iscritta alla facoltà di filologia dell’Università statale di Milano, divenendo amica di suoi coetanei quali Vittorio Sereni, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni; nel 1935 si laureò con una tesi sulla formazione letteraria di Gustave Flaubert. Cercò sempre di essere una donna libera, studiando inglese, francese e te­desco, ef­fettuando numerosi viaggi in Europa, dedicandosi alla fotografia, ma soprattutto scri­vendo: e questo avvenne principalmente nel “buen ritiro” di Pasturo, nel lec­chese, ai piedi della Grigna, dove la famiglia possedeva una villa (oggi visitabile come parte del Parco let­te­rario a lei dedi­cato).

La grande italianista Maria Corti, che la conobbe all'università, affermava di lei che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma in­sieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda inno­cente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la con­solava certo più dei suoi simili».

Certamente influenzarono la sua poesia prima il crepuscolarismo di Gozzano, poi l’espres­sionismo tedesco: ma personalissimo restò sempre il suo stile, ricco di suggestioni bibliche sfo­cianti in preghiera. Pur nell’amara consapevolezza che il limite dell’umano non potrà mai essere travalicato, la sua poesia è pervasa da una costante ricerca di infinito; come scrisse in una lettera, «la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell'anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell'arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare». E alla poesia Antonia dedicò lo spazio più intimo del suo essere, sempre in bilico tra attaccamento alla terra, alle radici, e indomabile anelito verso l’altezza, sia in senso fisico (l’amore per le montagne, su cui compiva frequenti scalate con la guida alpina Emilio Comici) sia metafisico (la smania di assoluto che la dila­niava). Scalare una montagna equivaleva per lei ad espiare la colpa, trovare nella solitudine l’incontro con il Dio che accoglie e consola. E anche il vento di montagna aveva per lei questa funzione catartica: lo considerava capace di infondere vita e di castigare, ammaestrare e por­tare messaggi di salvezza, rivelare la volontà di Dio e rin­forzare il legame tra terra e cielo.

La montagna fu in effetti per Antonia Pozzi il primo approdo a Dio, sentito in quei luoghi più vicino che altrove: la luce che illumina la vette fu per lei espressione dello splendore divino, che avrebbe potuto forse illuminare anche la sua anima sepolta nelle tenebre. Sulla sommità della montagna le pareva di unirsi panicamente con la natura e con la divinità, in un amore atemporale («Anima, sii come la montagna: / che quando tutta la valle / è un grande lago di viola / e i tocchi delle campane vi affiorano / come bianche ninfee di suono, / lei sola, in alto, si tende / ad un muto colloquio col sole»).

Ma non l’abbandonò mai la paura di essere senza Dio, di non avere «nulla di fermo / ma solo cose vive che sfuggono / essere senza ieri / essere senza domani / ed acciecarsi del nulla». Questa concezione vittimistica si avverte nell’idea che man mano affiora nella sua poesia di una luce sempre più crepuscolare, luce di tramonto che non sarà seguito da nessuna alba, da nessuna rinascita: «scende la notte- / nessun fiore è nato- / è inverno -anima- / è inverno».  L’incontro con la notte è un ritorno verso l’ombra, verso il traguardo odiato e desiderato, verso l’annullamento che attraverso «lunghe scale» la porta a dissolversi: resta la sua poesia a testimoniare un’anima che non ha saputo vincere il peso della vita.

Esempi

Anima, sii come il pino:

che tutto l'inverno distende

nella bianca aria vuota

le sue braccia fiorenti

e non cede, non cede,

nemmeno se il vento,

recandogli da tutti i boschi

il suono di tutte le foglie cadute,

gli sussurra parole d'abbandono;

nemmeno se la neve,

gravandolo con tutto il peso

del suo freddo candore,

immolla le fronde e le trae

violentemente

verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:

e poi arriverà la primavera

e tu la sentirai venire da lontano,

col gemito di tutti i rami nudi

che soffriranno, per rinverdire.

Ma nei tuoi rami vivi

la divina primavera avrà la voce

di tutti i più canori uccelli

ed ai tuoi piedi fiorirà di primule

e di giacinti azzurri

la zolla a cui t'aggrappi

nei giorni della pace

come nei giorni del pianto.

 

Anima, sii come la montagna:

che quando tutta la valle

è un grande lago di viola

e i tocchi delle campane vi affiorano

come bianche ninfee di suono,

lei sola, in alto, si tende

ad un muto colloquio col sole.

La fascia l'ombra

sempre più da presso

e pare, intorno alla nivea fronte,

una capigliatura greve

che la rovesci,

che la trattenga

dal balzare aerea

verso il suo amore.

Ma l'amore del sole

appassionatamente la cinge

d'uno splendore supremo,

appassionatamente bacia

con i suoi raggi le nubi

che salgono da lei.

Salgono libere, lente

svincolate dall'ombra,

sovrane

al di là d'ogni tenebra,

come pensieri dell'anima eterna

verso l'eterna luce.

Pasturo, 10 aprile 1931

Prati

Forse non è nemmeno vero

quel che a volte ti senti urlare in cuore:

che questa vita è,

dentro il tuo essere,

un nulla

e che ciò che chiamavi la luce

è un abbaglio,

l'abbaglio supremo

dei tuoi occhi malati –

e che ciò che fingevi la meta

è un sogno,

il sogno infame

della tua debolezza.

 

Forse la vita è davvero

quale la scopri nei giorni giovani:

un soffio eterno che cerca

di cielo in cielo

chissà che altezza.

 

Ma noi siamo come l'erba dei prati

che sente sopra sé passare il vento

e tutta canta nel vento

e sempre vive nel vento,

eppure non sa così crescere

da fermare quel volo supremo

né balzare su dalla terra

per annegarsi in lui.

Milano, 31 dicembre 1931

Sogno sul colle

Sotto gli ulivi vorrei

in un mattino fresco

salire

e salutare

di là dalle lievi

chiome d'argento

il pallore del sole ed il volo

delle nuvole lente

verso il mare.

 

Vorrei cogliere un mazzo di pervinche

fiorite

nei cavi tronchi

e camminare per il viale oscuro

dei lecci

con il mio dono azzurro presso il cuore.

 

Rasentare così

le antiche mura

ricoperte dall'edera

vorrei

e bussare alla porta del convento.

 

Vorrei essere un frate silenzioso

che va con i suoi sandali di corda

sotto gli archi di un chiostro

e attinge acqua all'antica

vera del pozzo

e disseta

le lavande e le rose.

 

Vorrei

dinnanzi alla mia cella

avere

quattro metri di terra

ed ogni sera

al lume delle prime stelle

scavarmi

lentamente una fossa

pensando al tramonto dolcissimo

in cui verranno

salmodiando

i fratelli

e in mezzo ai cespi delle lavande

mi coricheranno

ponendomi sul cuore

come fiori

morti

queste mie stanche mani

chiuse in croce.

Assisi, 24 gennaio 1933

Il porto

Io vengo da mari lontani –

io sono una nave sferzata

dai flutti

dai venti –

corrosa dal sole –

macerata

dagli uragani –

 

io vengo da mari lontani

e carica d'innumeri cose

disfatte

di frutti strani

corrotti

di sete vermiglie

spaccate –

stremate

le braccia lucenti dei mozzi

e sradicate le antenne

spente le vele

ammollite le corde

fracidi

gli assi dei ponti –

 

io sono una nave

una nave che porta

in sé l'orma di tutti i tramonti

solcati sofferti –

io sono una nave che cerca

per tutte le rive

un approdo.

Risogna la nave ferita

il primissimo porto –

che vale

se sopra la scia

del suo viaggio

ricade

l'ondata sfinita?

 

Oh, il cuore ben sa

la sua scia

ritrovare

dentro tutte le onde!

Oh, il cuore ben sa

ritornare

al suo lido!

 

O tu, lido eterno –

tu, nido

ultimo della mia anima migrante –

o tu, terra –

tu, patria –

tu, radice profonda

del mio cammino sulle acque –

o tu, quiete

della mia errabonda

pena –

oh, accoglimi tu

fra i tuoi moli –

tu, porto –

e in te sia il cadere

d'ogni carico morto –

nel tuo grembo il calare

lento dell'ancora –

nel tuo cuore il sognare

di una sera velata –

quando per troppa vecchiezza

per troppa stanchezza

naufragherà

nelle tue mute

acque

la greve nave

sfasciata.

20 febbraio 1933

Così sia

Poi che anch'io sono caduta

Signore

dinnanzi a una soglia –

 

come il pellegrino

che ha finito il suo pane, la sua acqua, i suoi

sandali

e gli occhi gli si oscurano

e il respiro gli strugge

l'estrema vita

e la strada lo vuole

lì disteso

lì morto

prima che abbia toccato

la pietra del Sepolcro –

 

poi che anch'io sono caduta

Signore

e sto qui infitta

sulla mia strada

come sulla croce

 

oh, concedimi Tu

questa sera

dal fondo della Tua

immensità notturna –

come al cadavere del pellegrino –

la pietà

delle stelle.

9 aprile 1933

Lamentazione

Che cosa mi ha dato

Signore

in cambio

di quel che ti ho offerto?

del cuore aperto

come un frutto –

vuotato

del suo seme più puro –

gettato

sugli scogli

come una conchiglia inutile

poi che la perla è stata

rubata –

 

che cosa mi hai dato

in cambio

della mia perla perfetta

diletta?

quella che scelsi

dal monile più splendente

come sceglievano i pastori

antichi

nel gregge folto

l'agnello più lanoso più robusto più bianco

e l'immolavano

sopra il duro altare?

 

Che cosa hai fatto tu

se non legarmi

a questo altare

come ad una eterna

tortura? –

 

Ed io ti ho dato

la mia creatura

unica

la mia ansia materna

inappagata

il sogno

della mia creatura non creata

il suo piccolo viso senza

fattezze

la sua piccola mano senza

peso –

Sulle rovine della mia casa non nata

ho sparso

cenere e sale –

 

E tu

che cosa mi hai dato

in cambio

della mia dolce casa

immacolata?

se non questo deserto

Signore

e questa sabbia che grava

le mie mani di carne

e m'intorbida gli occhi

e m'insudicia le piaghe

e m'infossa

l'anima –

 

O non ci sono più nembi

nel tuo cielo

Signore

perché si lavi

in uno scroscio

tutta questa

miseria?

Milano, 6 maggio 1933

Minacce

Campani

frane lente di suoni

giù dai pascoli

dentro valli di nebbia.

 

Oh, le montagne,

ombre di giganti,

come opprimono

il mio piccolo cuore.

 

Paura. E la vita che fugge

come un torrente torbido

per cento rivi.

E le corolle dei dolci fiori

insabbiate.

 

Forse nella notte

qualche ponte verrà

sommerso.

 

Solitudine e pianto –

solitudine e pianto

dei làrici.

Breil, 3 agosto 1934

Altura

La glicine sfiorì

lentamente

su noi.

 

E l'ultimo battello

attraversava il lago in fondo ai monti.

 

Petali viola

mi raccoglievi in grembo

a sera:

quando batté il cancello

e fu oscura

la via al ritorno.

11 maggio 1935

Approdo

Fruscìo sordo di legni

sovra il lago

sepolto:

 

ci scompare

alle spalle in un turbine di neve

la pista esile dritta.

 

Ora si leva

la voce di un attacco nel passo.

 

Stride ritmico:

e forse è freddo pianto di bivacchi,

grido di spaventevoli bufere;

o è lamento d'uccelli,

ansito roco

di volpi gracili vedute morire –

 

Non andiamo ai confini di una terra?

E quando in altre vesti

alle calde vetrate sosterò –

(la slitta

m'avrà rapita

nel giro dei suoi campanelli,

avrò alle spalle

lampade volti canti) –

 

la mia ombra

sarà sul lago,

pegno immoto di me

fuori – alla triste

favolosa sera.

Misurina, 12 gennaio 1936

Morte di una stagione

Piovve tutta la notte

sulle memorie dell'estate.

 

A buio uscimmo

entro un tuonare lugubre di pietre,

fermi sull'argine reggemmo lanterne

a esplorare il pericolo dei ponti.

 

All'alba pallidi vedemmo le rondini

sui fili fradice immote

spiare cenni arcani di partenza –

 

e le specchiavano sulla terra

le fontane dai volti disfatti.

Pasturo, 20 settembre 1937