Ada Negri tra socialismo e religiosità

Il prossimo 3 febbraio cadranno i 150 anni dalla nascita di Ada Negri, la scrittrice lodigiana divenuta famosissima con la prima raccolta poetica, poco più che ventenne, e rimasta sulla cresta dell’onda per oltre cinquant’anni. Il successo di pubblico e di critica accompagnò infatti tutta la sua carriera, che vide la pubblicazione di dieci libri di poesia e nove di prosa. Dopo la sua morte, però, pregiudizi ideologici e malintesi critici l’hanno fatta cadere nell’oblio: ed ora pare finalmente giunto il momento di riabilitarne la memoria e riconoscerne il grande valore.

L’esordio trionfale della Negri (Fatalità, 1892) deve molto al suo pensiero sociale, che scaturisce non solo dalle teorizzazioni in voga a fine secolo, dall’ideologia socialista dei Turati, dei Moneta, del primo Mussolini massimalista, ma soprattutto dall’esperienza personale, dai racconti della madre, operaia al lanificio (el fabricòn), e della nonna, portinaia in una casa nobiliare di Lodi. Fatalità è una raccolta poetica ancora acerba, che però propone un io poetante caparbio e determinato, che con giovanile vitalismo si oppone sia al «grasso mondo di borghesi astuti», sia allo stereotipo che prevedeva allora per il genere femminile solo ruoli subalterni e inferiori.

L’autobiografismo è d’altronde una costante che riaffiora carsicamente nell’opera negriana, come è evidente anche nelle successive raccolte poetiche, da Tempeste (1895) a Maternità (1904), dal Libro di Mara (1919) ai Canti dell'isola (1924), fino a Vespertina (1930), Il dono (1936) e Fons amoris (1946), che viene a ricapitolare l’intero percorso poetico. Costante è l’espressione dell’affetto per gli amati paesaggi lombardi e il ricordo malinconico della gioventù lodigiana, cui si affianca un’amara riflessione “politica” su giustizia e ingiustizia, che trova infine risposta solo nella dimensione religiosa dell’esistenza. Ma non mancano poesie d’amore, legate soprattutto all’infelice rapporto con Ettore Patrizi, testi dedicati alla madre, alla figlia e ai nipotini, poesie e prose nate da esperienze piacevoli nell’isola di Capri e in altri luoghi dell’Italia e della Svizzera.

Nelle prime raccolte Ada Negri intreccia tematiche sociali (che le varranno i soprannomi di “rossa valchiria” o di “vergine rossa”, sul modello dell’anarchica comunarda Louise Michel) e personali: ed è proprio dal calibrato intreccio tra questione sociale e questione femminile, fra empiti tumultuosi e cadenze delicate, che scaturisce il successo della sua prima produzione poetica.


da Fatalità

Senza nome

 Io non ho nome. Io son la rozza figlia
 dell’umida stamberga;
 plebe triste e dannata è mia famiglia,
 ma un’indomita fiamma in me s’alberga.
 Seguono i passi miei maligno un nano
 e un angelo pregante.
 Galoppa il mio pensier per monte e piano,
 come Mazeppa sul caval fumante.
 Un enigma son io d’odio e d’amore,
 di forza e di dolcezza;
 m’attira de l’abisso il tenebrore,
 mi commovo d’un bimbo alla carezza.
 Quando per l’uscio de la mia soffitta
 entra sfortuna, rido;
 rido se combattuta o derelitta,
 senza conforti e senza gioie, rido.
 Ma sui vecchi tremanti e affaticati,
 sui senza pane, piango;
 piango su i bimbi gracili e scarnati,
 su mille ignote sofferenze piango.
 E quando il pianto dal mio cor trabocca,
 nel canto ardito e strano
 che mi freme nel petto e sulla bocca,
 tutta l’anima getto a brano a brano.
 Chi l’ascolta non curo; e se codardo
 livor mi sferza o punge,
 provocando il destin passo e non guardo,
 e il venefico stral non mi raggiunge.

Birichino di strada

 Quando lo vedo per la via fangosa
 passar sucido e bello,
 colla giacchetta tutta in un brandello,
 le scarpe rotte e l’aria capricciosa;
 quando il vedo fra i carri o sul selciato
 coi calzoncini a brani,
 gettare i sassi nelle gambe ai cani,
 già ladro, già corrotto e già sfrontato;
 quando lo vedo ridere e saltare,
 povero fior di spina,
 e penso che sua madre è all’officina,
 vuoto il tugurio e il padre al cellulare,
 un’angoscia per lui dentro mi serra;
 e dico: «Che farai,
 tu che stracciato ed ignorante vai
 senz’appoggio né guida sulla terra?...
 De la capanna garrulo usignuolo,
 che sarai fra vent’anni?
 Vile e perverso spacciator d’inganni,
 operaio solerte, o borsaiuolo?
 L’onesta blusa avrai del manovale,
 o quella del forzato?
 Ti rivedrò bracciante o condannato,
 sul lavoro, in prigione, o all’ospedale?...»
 .... Ed ecco, vorrei scender nella via
 e stringerlo sul core,
 in un supremo abbraccio di dolore,
 di pietà, di tristezza e d’agonia:
 tutti i miei baci dargli in un istante
 sulla bocca e sul petto,
 e singhiozzargli con fraterno affetto
 queste parole soffocate e sante:
 «Anch’io vissi nel lutto e nelle pene.
 Anch’io son fior di spina;
 e l’ebbi anch’io la madre all’officina,
 e anch’io seppi il dolor.... ti voglio bene.»

Sfida

 O grasso mondo di borghesi astuti
 di calcoli nudrito e di polpette,
 mondo di milionari ben pasciuti
 e di bimbe civette;
 o mondo di clorotiche donnine
 che vanno a messa per guardar l’amante,
 o mondo d’adulterî e di rapine
 e di speranze infrante;
 e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,
 che vuoi celarmi il sol de gl’ideali,
 e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo.
 che vuoi tarparmi l’ali?...
 Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto:
 tu menti e pungi e mordi, io ti disprezzo:
 dell’estro arride a me l’aurato incanto,
 tu t’affondi nel lezzo.
 O grasso mondo d’oche e di serpenti,
 mondo vigliacco, che tu sia dannato!
 fiso lo sguardo ne gli astri fulgenti,
 io movo incontro al fato;
 sitibonda di luce, inerme e sola,
 movo. E più tu ristai, scettico e gretto,
 più d’amor la fatidica parola
 mi prorompe dal petto!...
 Va, grasso mondo, va per l’aer perso
 di prostitute e di denari in traccia:
 io, con la frusta del bollente verso,
 ti sferzo in su la faccia.

Hai lavorato?

 Dunque tu m’ami. Hai confessato; or, trepido,
 taci ed attendi, e ti scolora il viso
 un’onda di pallor.
 Vuoi dal mio labbro un bacio ed un sorriso.
 vuoi di mia fresca giovinezza il fior!...
 Ma dimmi: L’ansie, le battaglie e gl’impeti
 sai tu d’un ideal che mai non langue?
 Sai tu che sia soffrir?...
 Che ti val la tua forza ed il tuo sangue,
 l’anima tua, la mente, il tuo respir?...
 Hai lavorato?... Le virili insonnie
 de la notte in severe opre vegliata,
 di’, non conosci tu?...
 A qual fede o vessillo hai consacrata
 la tua florida e bella gioventù?...
 Non mi rispondi.... oh, vattene. Fra gli ozî
 lieti di sonnolente ore perdute
 torna, vitello d’ôr.
 Torna fra balli, carte e prostitute;
 io non vendo i miei baci ed il mio cor.
 Oh, se tu fossi affaticato e lacero,
 ma coll’orgoglio del lavoro in faccia,
 e una scintilla in sen;
 se stanche avessi l’operose braccia,
 ma t’ardesse nel grande occhio un balen;
 se tu fossi plebeo, ma sovra gli uomini
 cui preme e sfibra il vile ozio codardo
 ergessi il capo altier,
 e nel tuo vasto cerebro gagliardo
 avvampasse la febbre del pensier,
 io t’amerei, sì!... T’amerei per l’opre
 tue vigorose e la tua vita onesta.
 pel sacro tuo lavor;
 sovra il tuo petto chinerei la testa.
 forte di stima e pallida d’amor!...
 Ma tu chi sei?... Da me che speri, o debole
 schiavo languente fra dorato lezzo?
 Sgombrami il passo, e va.
 non m’importa di te va’ ti disprezzo,
 fiacco liberto d’una fiacca età!...

da Tempeste

Sgombero forzato

 Miseria. La pigion non fu pagata.
 A rifascio, nel mezzo de la via,
 la scarsa roba squallida è gettata.
 Quello sgombero sembra un’agonia.
 La tenebrosa pioggia insulta e bagna
 il carro, i cenci, i mobili corrosi
 dal tarlo, denudati, vergognosi.
 V’è un’anima là dentro che si lagna;
 e il letto pensa al disgraziato amore
 ch’egli protesse, e che le membra grame
 di due fanciulli procreò a la fame,
 o del tugurio maledetto amore!...
 E scricchiola fra i brividi: Chi il dritto
 diede a la donna schiava e mal nudrita
 di crear per un bacio un’altra vita
 d’angosce?... amor pei poveri è delitto.
 Sotto la pioggia il carro stride. Dietro,
 un operaio scarno, a fronte bassa,
 segue la sua rovina. Ei muto passa,
 ombroso il guardo, e non si volge indietro:
 e a lui presso è la donna, la piangente
 lacera donna, con due figli. E vanno
 senza riposo, e dove essi nol sanno,
 e la pioggia gli sferza orrendamente:
 un austero dolor che par minaccia
 per entro ai cenci ammonticchiati freme,
 freme nel carro che cigola e geme
 nei quattro erranti da l’emunta faccia.
 Quella guasta mobilia denudata
 che in mezzo al fango a l’avvenir s’avvia;
 quella miseria che ingombra la via
 sembra il principio d’una barricata.

Non tornare

 Non ritornar mai più. Resta oltre i mari,
 resta oltre i monti. Il nostro amor, l’ho ucciso. 
Troppo mi torturava. E l’ho calpesto,
 l’ho sfigurato in viso,
 l’ho morso, l’ho ridotto in cento brani,
 l’ho ucciso, ecco! Ora tace, finalmente. 
tace. Più lento per le vene scorre
 il sangue prepotente:
 posso dormir, la notte; e più non piango.
 te chiamando, affannosa. Oh, quanta calma!...
 Ne la penombra senza fine, senza
 moto, riposa l’alma;
 e tesse, tesse le oblïose fila
 d’un sogno di rinuncia. Non tornare. 
io, cieca e fredda, voglio odiarti, come
 ti seppi un giorno amare:
 odiarti pe’ miei freschi anni fiorenti
 che immolai, dolorando, a te lontano;
 povera gioventù senza carezze,
 sacrificata invano!...
 Ma nell’odio si soffre; ma si piange
 nell’odio.... ed io t’avrei sempre davanti
 anche imprecando a te. Non ho più forza
 di lotta o di rimpianti;
 voglio silenzio un gran silenzio!... Fate
 tacer quel fioco gemito, là in fondo.
 C’è qualcuno che lagnasi, un nemico,
 un malato, là in fondo:
 qualcuno oppresso da un immenso male,
 da un peso immenso a cui non può sfuggire;
 qualcuno che agonizza e chiede aiuto.
 E non vuole morire.

L’erede

 (dal quadro di T. Pattini).
 Di fuori è tènebra:
 dentro il tugurio
 freddo e deserto
 trema il lucignolo
 d’una candela
 con guizzo incerto.
 A terra è il rigido
 corpo d’un morto.
 Non sa, non sente;
 riposa. Il copre
 nero un sudario:
 sembra un dormente.
 La salma squallida
 è d’un robusto
 lavoratore,
 strappato al vomero,
 strappato al suolo
 fecondatore;
 ai campi fertili,
 a l’auree vigne,
 ai fieni aulenti;
 a le boscaglie
 folli di sole,
 nel sol fiorenti.
 Prona in un angolo
 giace una donna
 muta nel duolo.
 più lunge, un roseo
 fanciullo gioca
 sul nudo suolo.
 Non sa di triboli,
 non sa d’orrori,
 non sa di morte.
 Ei gioca, ingenuo,
 biondo, ridente,
 tranquillo e forte.
 Su lui la tènebra
 tutta s’affisa
 con occhio strano.
 Ha voci e brividi,
 pensieri e pianti
 l’intento vano.
 Da un rozzo bacio
 dentro una stalla
 venuto al mondo,
 di’, che t’aspetta,
 figlio di plebe,
 pargolo biondo?...
 La zappa ruvida
 corrusca al sole:
 l’aratro lento:
 meriggi torridi,
 furia di piogge,
 furia di vento:
 de la malaria,
 de la risaia
 la febbre impura:
 fatiche innumeri,
 pan bruno e scarso,
 stamberga oscura.
 Chi sarai?... Debole
 corpo impossente
 di mal nudrito,
 in buia, torpida,
 rude ignoranza
 inebetito?...
 Chi sarai?... Libera
 alma selvaggia
 di lottatore,
 de l’imo popolo,
 del solco vergine
 sôrto dal cuore?...
 Tu giochi, ingenuo;
 ma l’aria e l’ombra
 san di tempesta.
 Su l’ala rapida
 te invola il tempo
 che non s’arresta:
 te, forse milite
 d’aspri e bollenti
 conflitti umani:
 forse una vittima,
 forse un ribelle
 de l’indomani.

La fiumana

 .... E sale, e sale. Con sinistro rombo
 s’accavalla nel buio onda sovr’onda:
 qual torrente d’inchiostro urge a la sponda,
 e trema l’aria, pavida, al rimbombo.
 È la fiumana dei pezzenti. E sale,
 son cenci e piaghe, son facce scarnate,
 braccia senza lavor, bocche affamate,
 cuori gonfi d’angoscia. E sale, e sale,
 e con sé porta un greve tanfo umano,
 il tanfo dei tuguri umidi, infetti;
 e un grido erompe dai dolenti petti:
 «Dateci il nostro pane quotidiano.»
 Ma ognuno a la gran voce è sordo e cieco.
 l’immota calma che precede i lampi
 del tonante uragan pesa su i campi,
 e il fiume ingrossa, il fiume avanza, bieco:
 i granitici, immensi argini atterra,
 lordo di sangue, livido di pianto:
 domani, in nome d’un diritto santo,
 mugghiando allagherà tutta la terra....
 .... Ah!... l’ora è sacra. Una virtù d’amore
 infinita, immortal come il Creato,
 o forti, può guarir quel disperato
 cumulo di miserie e di dolore:
 basterebbe che incontro a le diserte
 anime singhiozzanti i vincitori
 movessero fra siepi alte di fiori,
 benedicendo con le braccia aperte.

 

da Maternità

Eliana

 Un’ombra è ne’ suoi strani
 occhi. Il suo petto è scosso
 da un brivido. Sul rosso
 velluto le sue mani
 s’abbandonano, come
 morte. E di morta è il volto,
 fra l’ondeggiar disciolto
 de le scomposte chiome.
 Premerà dunque il greve
 travaglio, il peso enorme,
 le sue scultorie forme,
 la sua beltà di neve?...
 Spasimerà la pura
 marmorea carne anch’essa,
 dilanïata, oppressa
 da l’immortal tortura?...
 No. La superba vuole
 de i balli fra le chiare
 pompe gioir, regnare,
 come rosa nel sole!...
 E le purpuree tende
 quasi regali, e i densi
 tappeti, e i vasi immensi
 ove l’oro s’accende,
 son complici a l’abisso
 perfido che la tenta.
 Oh, come ella diventa
 livida!... oh, come fisso
 si fa il suo sguardo!... come
 arde!... ma condannato
 ha il figlio. È decretato
 l’atto che non ha nome.
 *
 .... Morrai fra poco, umano
 germe che il mondo ignora,
 e che, nel sonno, l’ora
 vital sognasti in vano:
 morrai fra poco, o cuore
 soffocato ne i brevi
 tuoi battiti da lievi
 mani, senza rumore:
 pura alba, che diritto
 avevi a la tua sera!...
 Non teme la galera
 chi osò questo delitto.
 Ne i balli andrà, qual giglio
 immacolato il viso,
 la pallida, che ha ucciso
 se stessa nel suo figlio:
 andrà, come se fosse
 viva. Ma un sordo male
 misterïoso, da le
 viscere che le rosse
 sue mani han profanate
 succhierà il sangue, lene
 lene, fin che le vene
 avrà tutte vuotate;
 e una manina informe
 l’attirerà fra l’onda
 del gorgo senza sponda
 ove il rimorso dorme.

Ritorno a Motta Visconti

 Ella dintorno si guardò, tremando,
 e riconobbe la selvaggia e strana
 terra che a fiume si dirompe e frana
 entro l’acque, che fuggon mormorando.
 Il guado antico riconobbe e il prato
 e le foreste, azzurre in lontananza
 sotto il pallor de i cieli:
 e il passato di lotta e di speranza,
 il suo ribelle e splendido passato
 ricomparve, senz’ombra e senza veli.
 Piegavano gli steli
 in torno, ed ella respirava il vento:
 vento di libertà, di giovinezza,
 soffio di primavere
 sepolte, belle come messaggere
 di gloria, piene d’ali e di bufere
 vïolente e d’immemore dolcezza!...
 Ora, silenzio. Un battere di remi,
 solitario, nel fiume: un lontanare
 di cantilene lungo l’acque chiare,
 e nel suo petto il cozzo de’ supremi
 rimpianti. Oh, prega, anima che t’infrangi
 a l’onda de i ricordi, travolgente
 come tempesta a notte:
 anima stanca in vene quasi spente,
 così giovane ancora, oh, piangi, piangi
 con tutte le tue lacrime dirotte
 qui dove i sogni a frotte
 ti sorrisero un giorno!... Ora è finita.
 .... E strinse fra le mani il capo bruno:
 a lei da la profonda
 coscïenza, com’onda chiama l’onda
 nel plenilunio a fior de l’alta sponda,
 salivano i ricordi ad uno ad uno.
 E rivide la vergine ventenne
 con la fronte segnata dal destino
 sfiorar diritta il ripido cammino,
 baldo aquilotto da le ferme penne.
 La nuda stanza fulgida di larve
 rivide, e il letto da le insonnie piene
 di cantici irrompenti;
 ed il sangue gittato da le vene
 robuste, il sangue di veder le parve,
 ne la febbre de l’arte su gli ardenti
 ritmi a fiotti, a torrenti
 gittato. E i versi andarono pel mondo,
 da la potenza del dolor sospinti;
 e parvero campane
 a martello; e le case senza pane
 e senza fuoco e la miseria inane
 dissero, e l’agonie torve de i vinti.
 Ma la vinta or sei tu, che de la morte
 senti, a trent’anni, il brivido ne l’ossa,
 e ben altro aspettavi da la rossa
 tua giovinezza così salda e forte!...
 Tutto dunque fu vano?... e così fugge
 oscuramente dal tuo cor la vita,
 dal cerebro il fervore
 de i ritmi, come sabbia fra le dita?...
 Ah, niun guarisce il mal che ti distrugge!...
 .... Pur de le sacre tue viscere il fiore,
 la bimba del tuo amore
 torna da i boschi, carica di rose.
 Essa che porta la divina fiamma
 del sogno tuo ne gli occhi,
 lascia cader le rose a’ tuoi ginocchi,
 e dice, e par che l’anima trabocchi
 ne la sua voce: Perché piangi, mamma?...

Sette maggio 1898

 Ho quell’ore ne l’anima inchiodate:
 la via deserta, sotto un ciel di piombo:
 ad un tratto, da lungi, un sordo rombo
 di folla, e un grandinar di fucilate.
 Porte e finestre in un balen serrate
 lugubremente - poi silenzio. Il rombo
 già s’avvicina, sotto il ciel di piombo:
 colpi, fischi di palle, urli, sassate.
 Fin ch’io vivrò mi resterà ne l’ossa
 quell’angoscia, quel soffio d’agonia
 su gente inerme del suo sangue rossa;
 e vedrò quel fanciul, senza soccorso
 morente un bimbo!... in mezzo de la via,
 china e intenta su lui come un rimorso.

da Dal profondo

Aquila reale

 T’ho vista ieri, irta ferrigna immobile
 dietro le sbarre d’una vasta gabbia.
 Non guardavi già tu la gente piccola
 che ti guardava. Ferma sugli artigli
 d’acciaio, gli occhi disperati al torbido
 cielo volgevi, al cielo!... Uno scenario
 t’hanno fatto di rocce, per illuderti:
 perché tu creda ancor d’essere in patria,
 fra pietrami di grotte e di valanghe,
 fra protervie di rupi e di ciclopici
 templi, sospesi in vetta a’ precipizii,
 in faccia al vento che a procella sibila.
 Ma non t’illudi tu. Vedi le sbarre,
 sai che è finita. Io voglio ora una storia
 dirti d’uomini saggi, che le proprie
 mani a foggiar la propria gabbia adoprano,
 d’oro o di ferro - quasi sempre d’oro:
 e bene assai la temprano e la rendono
 inaccessa, e là dentro si rinserrano,
 e si lamentan poi d’essere in carcere,
 guardando il mondo co’ tuoi occhi d’odio
 vano e di vana disperazïone.
 Tu almeno, tu fosti ghermita al laccio,
 fosti ferita, tu, nella battaglia
 feroce, prima d’esser come un cencio
 ignobile fra mano al tuo nemico.
 E stai senza speranza e senza gemito
 vile; e chi passa ti può creder morta
 o sculta in bronzo, così immota e diaccia
 t’irrigidisci, chiusa in un disdegno
 indomito per tutto che non sia
 l’ebbrezza della libertà perduta.
 E, se tu comprendessi, con un colpo
 di rostro lacerar vorresti il volto
 di chi t’offende con la sua pietà.

Capriccio

 Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
 Il tuo sorriso è quello delle zingare,
 bianco e rosso, con linee
 sinuose, con fremiti fugaci
 di sarcasmo e d’orgoglio. - Tu mi piaci.
 Dove l’hai preso il tuo bel nome?... È un nome
 di guerra, non è vero?... Qual capriccio
 d’amante allegro e ironico
 te l’appuntò, qual nastro fra le chiome?...
 Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
 Raccontami la tua vita randagia.
 Io m’accovaccio presso a te, sul morbido
 tappetino di Persia,
 frugando con le molle fra la bragia.
 Raccontami la tua vita randagia.
 Dimmi i paesi che vedesti, i porti
 donde salpasti, spensierata rondine,
 e il tuo piacer di vivere
 così, padrona delle varie sorti,
 come lo sei de’ tuoi capelli attorti.
 Io t’assomiglio, se mi guardi bene.
 Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
 mentre snudata sfolgori
 tu, fina lama che in sua punta tiene
 il mondo, per gingillo. Guarda bene.
 Quando riparti?... e verso qual ventura?...
 .... Io resterò a frugar dentro la cenere;
 e mirerò lo specchio
 per rivederti in me, nella tua dura
 fronte d’enigma, o Donna di ventura.

  La voce del mare

 Io ti farò morire di dolcezza,
 se tu m’ascolterai quando la luna
 gonfia il mio cuore come un cuore umano.
 Sarà rossa la luna ad orïente,
 e poi, salendo, diverrà di perla.
 Tu immobile starai tra flutto e spiaggia,
 piccola - oh, un punto!... in mezzo all’infinito.
 Io ti dirò l’ore perdute della
 tua dolce infanzia, l’ore che tu credi
 dimenticate; e i sogni in cui vedevi
 fiori simili a bocche aperte al bacio
 fiorir per te lungo rupestri lande
 ove il giorno non era e non la notte
 era, ma Vita somigliava a Morte.
 Io ti dirò ciò che hai sofferto. Ma
 mitemente, così, come di cose
 lontane, e che non possono colpire
 più, tanto nel pensier le trasfigura
 la poesia della possente vita.
 Io ti dirò le cose che tu speri,
 e per incanto le vedrai compiute:
 e la pienezza de’ tuoi sensi tale
 sarà, che ti parrà d’essere eterna,
 fulgida innumerevole leggera
 quale schiuma di queste onde d’argento
 che si gonfian d’amor sotto la luna.
 Io ti farò morire di tristezza
 se tu m’ascolterai quando di piombo
 grava il cielo su gravi acque di piombo.
 Starà sospesa dentro la calura,
 nel silenzio, un’attesa di tempesta:
 l’onde verranno a lacerarsi sulla
 spiaggia, con rauche grida appassionate.
 Allora, allora, o piccola, che hai
 così tenere mani e così grandi
 occhi, io ti canterò la veemente
 poesia della vita che vivesti
 prima d’esser la piccola che sei.
 Una zingara fosti. I tuoi capelli
 battenti il dorso eran color del rame,
 tutti a riccioli, vivi uno per uno:
 e verdastri e mutevoli i tuoi occhi
 di sole e d’onda; e tutto di serpente
 l’agile corpo, in mille avvolgimenti
 esperto, ed arso dall’impuro sangue
 dei nomadi. Tu fosti una regina.
 Passò il tuo carro lungo le mie rive,
 il tuo riso il tuo canto a fior de l’acque.
 I tuoi compagni avean denti ferini,
 rapaci mani, acuti occhi di falco,
 e tu li amavi; ma più d’essi amavi
 la libertà. Tenevi al petto un fiore,
 sotto il fiore nascosto un pugnaletto
 lucentissimo. E fiera sulle piazze
 danzavi le tue danze, le tue danze
 di gitana, ricordi?... Non ricordi
 dunque tu nulla?... Dalla casa errante
 le pallide vedesti albe fiorire,
 e nei tramonti l’acque invermigliarsi,
 e nei meriggi tutto esser di fiamma,
 anche il tuo corpo, anche la vagabonda
 anima tua come l’arena innumere,
 multicolore come l’onda, libera
 come il vento del largo. E delle folle
 ti piacque il gran clamore, e del deserto
 il gran silenzio, e delle vie notturne
 i fanali rossastri, i torvi agguati,
 il pericolo corso ad ogni istante.
 Di desiderio io ti farò morire,
 se vorrai ch’io ti dica il nome tuo
 d’una volta. Ricòrdati. Superbo
 era, ma dolce e pieno d’assonanze
 strane. Non giungi a ricordarti?... China
 sul mare, ascolta il pianto inconsolabile
 dell’acque che s’inseguono s’infrangono
 e muoiono e rinascono e non sanno
 perché. Non ti diran forse quel nome;
 ma in esse sentirai la sua potenza
 dominatrice, o piccola, che hai
 così teneri polsi per catene
 di perle, e così grandi occhi pel sogno.

Con la quinta raccolta (Esilio, 1914), il cui titolo fa esplicito riferimento alla “fuga” in Svizzera, nata dal disgusto per il matrimonio ormai fallito con l’industriale biellese Giovani Garlanda e dalla volontà di stare con l’amata figlia Bianca che era stata inviata a studiare in un collegio zurighese, la poesia di Ada Negri vira decisamente in direzione del versante personale. Sentendosi «sola come in una bara» (lettera a Laura Orvieto del 14 novembre 1914), avvertendo il tempo che svanisce «come la sabbia fra le mani» (XXXI Dicembre), amaramente convinta che «ogni donna è al mondo per servire» (Servire), ella si aggrappa infatti al rapporto con la figlia, su cui proietta se stessa e le proprie ansie di libertà.

da Esilio

Ponte di Lodi

 Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri
 abbracciati dall’impeto del fiume
 rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume
 candide a fior dei vortici verdastri.
 Come una volta ancor vorrei poggiarmi
 alle tue sbarre, e riaver quel vento
 in faccia; e mirar nuvole d’argento
 specchiate in acqua, e d’esse sazïarmi.
 Ma esser quella d’allora, con quel volto
 e quell’anima, scarna adolescente
 livida di superbia, impazïente
 di vivere, con sensi aspri in ascolto:
 e tutto innanzi a me: lo spumeggiante
 fiume e la vita!... Ma su via trascorsa
 non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa:
 altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.
 E vado e vado. Finché, un giorno. Addio
 dirà l’anima al corpo. E sarà il fiume
 natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume
 d’astri, mi condurrà verso l’oblio.

La folla

    Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto

    perduta; e tu mi porti e tu mi spingi

    e mi rigetti, e d’ignorarmi fingi,

    ma ben m’abbranca il tuo potere occulto.

 

    Sai di sudore umano, e di sporcizia

    mascherata d’aromi, e del sentore

    d’ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore

    per oscuro fermento in te s’inizia.

 

    Mi piaci per l’enorme onda vitale

    che tutta mi ravvoltola, muggente

    e rischiumante, carne e cuore e mente

    impregnando del tuo libero sale.

 

    Ogni volto che a lampi appare e spare

    forse è il mio: ché mio corpo non è questo

    solo ch’io sento e curo e movo e vesto:

    chi vi noma e vi scinde, onde del mare?...

 

    D’essere innumerevole è mia gloria

    e mia superbia; e multiforme, come

    te, folla; e in preda a tutti i venti, come

    te, che a folate scardini la storia;

 

    e, se fremito passi di sommossa,

    ingigantir con te, con te disvellere

    i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle

    col divampar della mia furia rossa.

 

Il libro di Mara (1919) apre una nuova stagione lirica, soprattutto per le innovative scelte metriche della Negri, che sulla scorta del poeta americano Walt Whitman abbandona l’amato endecasillabo per sperimentare il verso lungo non rimato. A queste scelte stilistiche rimarrà fedele anche nel successivo volume poetico (I canti dell’isola, 1924) che scaturisce da un’esperienza esaltante che Ada aveva vissuto nel 1923 a Capri, dove si era fermata per alcuni mesi ospite del sindaco dell’isola, Edwin Cerio.

da Il libro di Mara

Il risveglio

Quando il canto del gallo segò il cielo, ed ella ancor nel sonno a te sorrise, o amato.

L’uno dall’altro nasceste allora, in purità di corpo, in purità di spirito.

O voi beati, non espressi da grembo di madre, ma dalla meraviglia del vostro amore!

E vi levaste con atti limpidi, ed il primo mattino del mondo con voi si levò.

E nuovi furono agli occhi vostri i rosei cirri del cielo specchiati nei fiori dei peschi,

nuova l’erba intrisa di guazza, fresca alle mani come un lavacro,

divina in voi la dolcezza di scoprirvi un nell’altro presenti e viventi,

con anima per amare,

labbra per baciare,

voce per benedire.

Domani

Domani è aprile, e tu verrai per condurmi incontro all'ultima primavera.

Donde verrai, come verrai, non so; ma senza soffrire potrò rivederti.

Soave sarà nella tua la mia mano, soave il mio passo al tuo fianco.

Occhi d'infanzia i nostri, a specchio innocente del novo miracolo verde.

Andremo per orti e frutteti, a capo scoperto nel sole, senza far male ai santi germogli.

In punta di piedi, per tèma si stacchin dai rami le rosee farfalle dei pèschi,

e trepidi e senza respiro, per non turbar pur con l'aria i fiori dell'ultimo sogno.

E di quello che fu della carne, nulla verrà ricordato.

E di quello che fu del dolore, nulla verrà ricordato.

E quel che è della vita eterna farà pieno di canti il silenzio.

Non io tua, non tu mio: dello spazio: radendo la terra con ali invisibili,

sempre più lievi nell'aria, sempre più immersi nel cielo,

fino a quando la notte ci assuma ai suoi vasti sepolcri di stelle.


da I canti dell’isola

Lettera a Bianca

Oh, tu, figlia! Oh, tanta terra e tanto mare fra noi!

Quando fu mai, fra noi, tanta terra e tanto mare?

E come puoi vivere senza di me? Dimmi che non puoi!

Saprò forse allora strapparmi all'incanto, lasciare

l’Isola dolce. So, ch’essa è sogno: ch'è vana parvenza

di sogno. Sparire potrebbe, così, all'improvviso,

nei flutti, o nel gorgo solare; e, con essa, la mia demenza…

Serro su gli occhi le mani, per salvarmi; e nel cuor ti ravviso.

 

Sei sulla terrazza, in tunica bianca: allatti la tua Donatella.

Sole velato su lei, su te, attraverso le grappe e le fronde

del glicine. Vien da San Barnaba, ingenuo, un canto di campanella:

letizia materna ti penetra col succhiar della bimba, a grandi onde.

Altro non sai, né chiedi. Ti basta la tua verità.

Ala fanno i capelli sul volto, perduto nel volto che gli somiglia.

Raccolgono gli occhi la luce del cielo sulla diletta, che gode e non sa.

Così, in cuore, ti penso - e mi salvo – giovine madre che sei la mia figlia.


Corale notturno

Quando sarò sepolta nel paese di mia madre,

là dove la bruma confonde i fertili solchi terrestri coi solchi del cielo,

le rane ed i rospi dei fossi mi canteranno la nenia notturna.

Dagli acquitrini melmosi, filtrando fra il bianco umidor della luna,

in soavi cadenze di flauti, in tremolii lunghi di pianto sciogliendomi il cuore,

blandiranno il mio sogno, custodi della perenne malinconia.

Malinconia della patria, con sapore di terra bagnata e di grano maturo,

con quieto pudore di case ove accendon le madri pei figli la lampada al desco,

con fumo di tetti, ansare di fabbriche, radici dei vivi e dei morti,

a me verrà, con me dormirà, portata da canti di rane e di rospi,

quando sarò sepolta nel paese di mia madre.

 

Con Vespertina (1930) e Il dono (1936) la Negri torna a metri più tradizionali e al modello leopardiano particolarmente amato; il rimpianto per la gioventù perduta e il costante pensiero alla morte non vanno però disgiunti dall’ammirazione per il creato e dalla sensazione di poter ancora realizzare un’opera immortale. E all’amico giornalista Federico Binaghi il 3 aprile 1930 scrive: «Ho l’impressione che il mio testamento morale si trovi tutto in questa cinquantina di liriche in endecasillabi sciolti».

da Vespertina

Deserto

Sempre sul cuore il tuo dolor ti preme

più grave che non sia peso di pietra.

 

Pure è per esso che ti senti viva:

s’egli non fosse, vano a te sarebbe

sangue e respiro, vano il mover passi

in quel deserto ch’è a te il mondo: colmo

d’uomini, è vero; ma alla sabbia uguali

ch’or sì or no mulina in groppa al vento.

 

Come hai fatto a restar senza nessuno

sulla terra, cosi: che men solingo

è il cane a cui per via mori il padrone?

Né tu ti lagni d’esserlo. Non gridi

«Son sola» per chiamar chi ti s’accosti

e t’accompagni. Forse uno verrebbe

se lo chiamassi: o, se tu andassi a lui,

nel suo sorriso leggeresti il cuore.

 

Ma non lo vuoi. Non credi più. Non sai

più abbandonarti alla tremante luce

della speranza. Ti bendasti gli occhi

per non mirarla. E pur ne soffri; e più

 

nel tempo inoltri e più t’ostini in questa

tua superba miseria, e più comprendi

che meglio forse era non esser nata.

 

Ricordi, un giorno. Amavi. E se di sole

t’entrava un raggio dal balcone aperto,

eri quel raggio, fra la terra e il cielo:

se veniva improvviso a inebriarti

un effluvio di rose, ecco, e tu eri

fresca rosa olezzante in un giardino:

se a te saliva un canto, eri quel canto.

Trovassi ancora un po’ d’amore sulla

tua strada, pur sapendo che non dura

amore in terra più che in ciel non duri

la nube! Ancora illuderti potessi

d’essere creatura necessaria

ad altra creatura, e quella a te!

 

Posare il capo su la spalla d’uno

che di te tutto sappia, anche le colpe,

e tutto ami, anche il male, anche i crudeli

segni del tempo; e tutta ti raccolga

nelle sue braccia!

 

Ma non son che tardi

vaneggiamenti. Non ritorna il tempo

d’amore. E tu non hai, per te, che il peso

de’ tuoi ricordi, mentre scende l’ombra.


Luna sulla città

Luna, che sorgi di su l’alte case

della città, nell’ora in cui si placa

il tumulto dei traffici, e ai cristalli

splendon luci improvvise, e per le vie

lampade bianche sboccian tonde in fila

a farti specchio mentre in ciel cammini:

sempre sei quella ch’io, fanciulla, un tempo

miravo da’ miei campi e dal mio fiume;

e m’illudea, sì vasto era l’incanto,

essere tu ed io sole nel mondo.

Ora, sulla città greve di folla,

dura d’asfalti, irta d’antenne, inferma

di rumor, di fatica, di travaglio

cupido e vano, ov’io perdei me stessa,

tu la tregua di Dio porti, ed assolvi

col tuo riso celeste ogni peccato.

E mentre guardi a noi, passi vagando

anche sui flutti del profondo mare,

sui sentieri e le vette ardue de’ monti,

e su placidi laghi e lontananze

di foreste e di prati; e ovunque l’uomo

trovi; e l’illudi; ché tu sempre sei

quella; ma per ciascun sola a lui solo.

Sola a me sola, ecco, ritorni, o luna,

e nell’effuso tuo pallor m’oblio

come allora che tu m’eri custode

sull’abbandono del virgineo sonno.

Se ti son cara, questa notte almeno

la fanciulla ch’io fui veglia nel mio

sonno; e dormendo io sogni esserti accanto

fanciulla eterna nell’eterna pace.

da Il dono

I giardini nascosti

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolio sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli,
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace.


da Fons Amoris

Padre, se mai questa preghiera giunga

Padre, se mai questa preghiera giunga

al tuo silenzio, accoglila, ché tutta

la mia vita perduta in essa piange:

e s’io degna non son, per la grandezza

del ben che invoco fammi degna, Padre.

 

Quando morta sarò, non darmi pace

né riposo giammai ne le stellate

lontananze dei cieli. Sulla terra

resti l'anima mia. Resti fra gli uomini

curvi alla zolla, grevi di peccato:
con essi vegli, in essi operi, ad essi

della tua grazia sia tramite e luce.
Lascia ch'io compia dopo morta il bene

che nella vita compiere m'illusi,
o me povera povera! e non seppi.
Mi valga presso Te questo rimorso

ch'io ti confesso, e il mio soffrire, e il vano

fuoco di carità che mi distrugge.
Giorno verrà, dal pianto dei millenni,

che amor vinca sull'odio, amor sol regni

nelle case degli uomini. Non può

non fiorire quell'alba: in ogni goccia

del sangue ond'è la terra intrisa e lorda

sta la virtù che la prepara, all'ombra

dolente del travaglio d'ogni stirpe.

Il dì che sorga, fa’ ch'io sia la fiamma

fraterna accesa in tutti i cuori; e i giorni

la ricevan dai giorni; e in essa io viva

sin che la vita sia vivente, o Padre.


Franco Galluzzi, partigiano e poeta

Nato a Codogno nel 1923, Franco Galluzzi crebbe nutrito degli ideali di libertà e democrazia che si respiravano in famiglia. Cominciò giovanissimo già negli anni trenta a distribuire la stampa clandestina antifascista che usciva dalla tipografia del padre; e nei boschi di Senna Lodigiana andava a recuperare le armi paracadutate dagli Alleati per traghettarle al di là del Po. Dopo l’8 settembre del ’43 salì in montagna, aggregandosi alle formazioni partigiane della Valdossola e prendendo parte a vari combattimenti contro i nazifascisti. Tornato a Codogno nell’aprile del ’45, collaborò attivamente all’insurrezione locale che portò alla liberazione della città: ma in quegli stessi giorni si ammalò e morì il 2 maggio, pochi giorni dopo la Liberazione.

La sua vena poetica rimase ignota per decenni, finché nel 2004 i fogli dattiloscritti contenenti ottantadue sue poesie vennero scoperti e pubblicati a cura di Gennaro Carbone, Annalisa Degradi e Isabella Ottobelli per i «Quaderni dell’Istituto Lodigiano per la Storia della Resistenza e dell’età Contemporanea» (ILSRECO), formando una piccola ma intensa raccolta cui è stato dato il titolo Se potessi…. Riletti oggi, a distanza di molti anni, questi testi mostrano certamente una maturità artistica non ancora pienamente raggiunta (come è ovvio), ma fanno emergere con chiarezza il ritratto di un lettore di poesia straordinariamente maturo per l’età, che accanto ai grandi della tradizione italiana conosce e apprezza la poesia nuova di D’Annunzio, Gozzano, Ungaretti, Montale. Ispirato da questi maestri, Galluzzi sa però distaccarsi dai modelli per proporre uno stile personale, asciutto e incisivo, ricco di improvvisi scarti logici che provocano nel lettore un forte effetto di straniamento. Egli sa investigare in questi suoi testi la profondità della propria inquietudine giovanile e dare voce alla dolorosa consapevolezza dell’impossibilità di una comunicazione profonda tra gli uomini. Ma questo, lungi dal portarlo alla rinuncia o all’afasia, fa piuttosto scaturire sempre nuovi interrogativi e ulteriori percorsi di ricerca.

I temi che egli approfondisce spaziano dall’amore, vissuto con trepidazione e inquietudine, all’impegno politico affrontato con estrema determinazione, fino alla riflessione sulla morte, che per lui non ha nulla di tragico o angoscioso, ma è vissuta con la levità del ragazzo che affronta serenamente il suo futuro, consapevole che in tal modo «sembrerà più facile / la morte». Così in un intenso testo egli può affermare: «Fuggo / per diventare finalmente un uomo»: è la fuga dal disimpegno e dalla tranquilla serenità quotidiana, per sfidare con matura consapevolezza l’impegno decisivo.

 

Il nome

Qual è il tuo nome?

Io non lo so ancora.

E l’ho cercato tanto in mezzo a quelli

che vengono alla bocca d’improvviso,

quando il cuore ha bisogno

di dare una sua forma,

una sua forma intima ed amica

al fuggente fantasma d’una donna.

Ne vorrei uno che accogliesse

in un alito

la musica di boschi risonanti,

echeggianti nell’ombra,

l’amarezza smisurata e ondosa

del nostro padre il mare,

il profumo del fieno

che nel meriggio è ardente

e nella sera

fresco come le guance tue.

Vorrei un nome che s’attorcigliasse

al tuo corpo,

formando un tutto unico,

un nome breve,

perché io possa dirlo

tante volte di più.

 

Se tu sapessi

T’ho amata da lontano, tenuamente,

per non rompere il filo che trattiene

il mio sognare al tuo sognare assente,

perduto dietro Quello che non viene.

 

T’ho seguita pregando sulla porta

chiusa della sua casa abbandonata,

quando guardavi la facciata morta,

prona la dolce testa sconsolata.

 

Se tu sapessi come anch’io ho vissuto

il tuo amore per Lui, che se n’è andato,

ch’è tornato nell’ombra, sconosciuto,

 

senza sapere che non l’hai scordato.

Se tu sapessi come anch’io ho creduto

nel tuo sgomento grande, desolato.

 

Amiamoci dunque per questo:

Amiamoci dunque per questo:

per potere, domani,

aver la squisita tristezza

d’abbandonarci.

 

Amiamoci

per saper che significa

dopo,

andare divisi,

conoscer la buia dolcezza

dell’ultima parola.

 

Addio...

Le mani rivivono sole,

al contatto,

lo strano romanzo.

E noi ci guardiamo:

un attimo, oh! un attimo ancora.

 

Andarsene

Andarsene, andarsene lontano

e dire a chi c’incontra, a chi ci guarda

senza più riconoscerci: “Io fuggo

per diventare finalmente un uomo.

Fuggo per non amare più il profumo

femmineo della notte ed il notturno

calore della donna. Fuggo infine

perché il mondo soltanto è la mia casa

e l’orizzonte il mio traguardo. Vado

dove mille esistenze stanno ansiose

ad aspettare l’anima mia, vado

dove il coraggio spezza ogni confine

tra la vita e il romanzo. Dico addio

a voi restanti”. E poi tranquillamente

continuare la strada.

 

Un’altr’alba

Compagno, è già l’alba.

È già l’ora d’un’altra fatica.

E tu maledici ogni giorno

che ancora

rinnova la strada nemica:

e tu

che la vita degli altri

hai vissuto

nel sogno recente,

rivolgi l’estremo saluto

a ciò che per niente

amasti stanotte.

 

Compagno.

Allaccia le cinghie,

riprendi il tuo sacco.

Ritorna a scordare

le cose negate di ieri,

ritrova i pensieri

irrequieti

che portan lontano.

 

Compagno, compagno.

Cos’è

che ti fa meno forte:

è forte il sapere che morte

si chiama

la sosta futura?

È forse una nuova paura

che il cuore ti serra

e i passi t’acquieta?

È forse la meta che oggi

più folle ti sembra?

 

Compagno, rimembra

perché cominciasti

l’andare:

ricorda quel mondo che odiasti,

le immagini amare

che un giorno

ti spinsero fuori

dagli uomini.

 

Compagno: ricorda e prosegui.

 

Quando saremo vecchi

Certo

ci accorgeremo a un tratto

d’esser vecchi.

Sarà come se sfatto

dentro di noi

si fosse qualche cosa

che pareva durevole

perché ancora incompiuto,

qualcosa che pareva

non andasse perduto

perché non si sapeva come, quando

lo si era trovato.

Amica, ti domando

che mai faremo allora.

Ricorderemo? E cosa?

Che momenti saran da ripensare

nel poco tempo

della sosta estrema?

Che ore rivivremo dal groviglio

di un passato fuggente,

faticoso,

che negli occhi

non ci ha lasciato niente,

se non la voglia ansiosa

di poterli serrare?

Guarderemo negli altri

quelli che sorgeranno,

la verdicante, gaia giovinezza

che noi non ci accorgemmo

d’aver avuto in mano,

quando la mano tendevamo aperta

a chiedere di più?

Come certa

sembrerà la disfatta!

E l’inutile strada che per tanto,

amando, disperando,

maledicendo

percorremmo a fianco,

ci parrà così sciocca,

così breve,

da lasciarci capire finalmente

cos’è l’umanità!

Forse non rimarrà

che chiedere un’ultima volta

cos’era

la smania di giungere,

se alla meta

portiamo un cuore stanco,

un’anima scialba che soltanto

desidera tornare.

Davanti alla vecchiezza

forse amara

ci sembrerà più facile

la morte…


Concludiamo questa breve antologia poetica con un brano riflessivo che Galluzzi scrisse pochi giorni prima di morire:


Ma allora cos’è questa morte che tra le crepe della vita ci guarda cogli occhi d’un’amante respinta? Ce la sentiamo nelle pupille, qualche volta; qualche altra nei sensi che la sua terribile inconsistenza affila, scarna. Guardiamo a lei come si guarda al fondo d’un orrido e ci corre per il corpo lo stesso raccapriccio che ci fa ritrarre, lo stesso inverosimile fascino che ci tiene inchiodati a fissare. La morte è la sola verità che l’uomo non può permettersi d’ignorare.”

(Fine aprile 1945)


Corrado Alvaro e la narrativa meridionalistica

Nato nel 1895 a S. Luca, sull’Aspromonte, Corrado Alvaro combatte nella prima guerra mondiale e da quella drammatica esperienza trae la raccolta lirica Poesie grigioverdi (1917). Nel primo dopo­guerra è giornalista al «Resto del Carlino», al «Corriere della Sera» e alla «Stampa», quindi direttore del «Risorgimento» e del «Popolo di Roma». Nel 1925 è tra i fir­matari del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Nel 1940 riceve il Premio dell'Ac­cademia d'Italia per la letteratura. Nel 1945 è il primo direttore del Giornale radio nazio­nale della RAI. Muore a Roma nel 1956.

Il suo testo più noto è la raccolta di racconti Gente in Aspromonte (1930), cui seguono negli anni altri brani narrativi, resoconti di viaggio, saggi critici e testi teatrali, che non hanno però successo presso il pubblico né la critica; ma molto interessante è in particolare il romanzo distopico L'uomo è forte (1938), un libro di dura polemica sull'uomo moderno vittima delle dit­tature, che ovviamente viene visto con sospetto dalla censura fascista.

Tutta la produzione di Corrado Alvaro si può inscrivere sotto il segno della contraddizione, del dissidio insanabile che dall’uomo si trasferisce sui personaggi: infatti sensualità e moralità pro­fonda, razionalità e incanto dei ricordi, amore per la civiltà contadina e richiamo della città, regionalismo ed europeismo, nostalgia dell’infanzia e desiderio di modernità convivono inscin­dibilmente in lui e nei suoi personaggi. Ne scaturisce un pessimismo di fondo, che non porta però mai Alvaro al disincanto e al disimpegno, ma anzi è fonte per lui di consapevolezza e lo spinge alla lotta contro l’ingiustizia; tanto che egli può affermare: “Ho cercato di sopravvivere per i miei doveri sociali e verso me stesso, pensando che un giorno avrei potuto dire una parola utile, se non necessaria, secondo l'eterna illusione che assiste uno scrittore”.

Il rapporto tra letteratura e vita gli è offerto da modelli prestigiosi che egli ha ben presenti, in particolare Verga, D’Annunzio, Pirandello, Grazia Deledda: non a caso scrittori che come lui hanno saputo descrivere il mondo meridionale con lucidità e realismo. Anche se per Alvaro sarebbe meglio parlare di “realismo magico”, perché la Calabria che egli descrive è nello stesso tempo un luogo reale conosciuto, vissuto e amato, ma anche uno spazio mitico sognato e rimpianto, un'oasi di originaria innocenza cui tornare nei momenti di sconforto. L’analisi che egli attua del mondo calabrese è precisa e partecipe: egli lo osserva nostalgicamente ammi­rato, pur consa­pevole della sua atavica arretratezza e barbarie. Non manca nei suoi testi l’im­pegno di denun­cia, ma il tono predominante, soprattutto nei racconti di Gente in Aspromonte, è quello surreale e magico di uno scrittore alla ricerca delle proprie radici. I modi naturalistici sono così riletti alla luce delle esperienze letterarie più moderne, italiane ed europee: e la Calabria che emerge dal libro è un luogo mitico prima che geografico, “paese dell’anima” la cui gente diviene simbolo di una fe­deltà assoluta alla tradizione e ai valori di una civiltà che non vuole sparire.

Questa ambivalenza di giudizio vale anche per la città, che da un lato è vista come realtà di progresso e civiltà, dall’altro lato sembra esprimere violenza e sopraffazione. Anche in que­sto Alvaro si contrappone al fascismo, che demagogicamente celebrava la forza, la violenza, il progresso; mentre lo scrittore calabrese tende a rifugiarsi nella terra natia, nel contatto con gli umili, con le cose e i sentimenti conser­vatisi nella loro naturale verginità e schiettezza, col mondo pa­triarcale dell'infanzia. Il fascismo ai suoi occhi si presentava infatti come il "trionfo del ricco sul po­vero, del po­tente sul debole. della retorica sulla verità, della città sulla campa­gna, di un ordi­namento mili­taresco sulla libertà individuale, della ipocrisia sulla schiettezza”.

La scrittura di Alvaro sembra di primo acchito trascurata e istintiva, ma ha invece una grazia leggiadra, quasi sensuale, esprime una sensibilità a volte amara, ma sempre partecipe, quasi romantica, fatta di chiaroscuri ed evocazioni, di riferimenti sottintesi e di sogni ad occhi aperti.

L’opera sua più famosa, Gente in Aspromonte, è una fantastica trasfigurazione delle con­dizioni di vita dei contadini e dei montanari in questa regione, condotta sul filo della memoria: Alvaro ricostruisce vicende, per­sone, paesaggi da lui amati in gioventù, sentendosi sempre partecipe del dramma della povera gente che da secoli è oppressa e depauperata da latifon­disti spietati. I personaggi dei racconti raccolti in questo volume devono sopravvivere in una terra arida e desolata, subendo ingiustizie e inveterate sopraffa­zioni, come il protagoni­sta del racconto prin­cipale, il pastore Argirò, i cui buoi (avuti in custodia da un ricco proprietario ter­riero, tale Filippo Mezzatesta) precipitano in un bur­rone e devono essere venduti per pochi soldi come carne di bassa macelleria. La sorte poi si accani­sce contro di lui quando il piccolo appezzamento di terra che lavora viene devastato da un tor­rente; e infine quando alcuni con­tadini invidiosi gli bruciano la stalla facendo morire la mula che lo aiutava nel lavoro. L’unica speranza che gli rimane è il figlio minore, Benedetto, che facendosi prete darebbe al padre una bella rivincita. Ma sarà invece l’altro figlio, An­tonello, a vendicarlo, divenendo brigante e bruciando il bosco del ricco possidente Filippo Mezzatesta che aveva sempre angariato suo padre. Antonello infine distri­buisce ai poveri il bestiame del Mezzatesta e ne distrugge i rac­colti; finché, braccato dai cara­binieri, si arrende dicendo: "Finalmente potrò parlare con la Giu­stizia. Che ci è voluto per po­terla incontrare e dirle il fatto mio!"

Ecco l’inizio di Gente in Aspromonte:

«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una man­tel­letta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pel­legrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d'erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri. Intorno alla caldaia, ficcano i lunghi cucchiai di legno inciso, e buttano dentro grandi fette di pane. Le tirano su dal siero, fumanti, screziate di bianco purissimo come è il latte sul pane. I pastori cavano fuori i coltelluzzi e lavorano il legno, incidono di cuori fioriti le stecche da busto delle loro promesse spose, cavano dal legno d’ulivo la figurina da mettere sulla conoc­chia, e con lo spiedo arroventato fanno buchi al piffero di canna. Stanno accucciati alle soglie delle tane, davanti al bagliore della terra, e aspettano il giorno della discesa al piano, quando appenderanno la giacca e la fiasca all’albero dolce della pianura. Allora la luna nuova avrà spaz­zata la pioggia, ed essi scenderanno in paese dove stanno le case di muro, grevi delle chiac­chiere dei sospiri delle donne. Il paese è caldo e denso più di una mandra. Nelle giornate chiare i buoi salgono pel sentiero scosceso come per un presepe, e, ben modellati e bianchi come sono, sem­brano più grandi degli alberi, animali preistorici. Arriva di quando in quando la nuova che un bue è precipitato nei burroni, e il paese, come una muta di cani, aspetta l’animale squartato, appeso in piazza al palo del macellaio, tra i cani che ne fiutano il sangue e le donne che com­pe­rano a poco prezzo.

Né le pecore né i buoi, né i porci neri appartengono al pastore. Sono del pigro signore che aspetta il giorno del mercato, e il mercante baffuto che viene dalla marina. Nella solitudine ven­tosa della montagna, il pastore fuma la crosta della pipa, guarda saltare il figlio come un ca­priolo, ode i canti spersi dei più giovani, intramezzati dal rumore dell’acqua nei crepacci, che borbotta come le comari che vanno a far legna. Qualcuno, seduto su un poggio, come su un mondo, dà fiato alla zampogna, e tutti pensano alle donne, al vino, alla casa di muro. Pensano alla domenica nel paese, quando si empiono i vicoli coi loro grossi sospiri, e rispondono a loro, soffiando, i muli nelle stalle e i porci nei covili, e i bambini strillano all’improvviso come pas­se­rotti, e i vecchi che non si possono più muovere fissano l’ultimo filo di luce, e le vecchie rinfre­scano all’aria il ventre gonfio e affaticato, e le spose sono colombe tranquille. Pensano alla visita che faranno alla casa di qualche signore borghese, dove vedranno la bottiglia di vino splendere tra le mani avare del padrone di casa, e il vino calare nel bicchiere che vuoteranno tutto d’un fiato, buttando poi con violenza le ultime gocciole in terra. Quel vino se lo ricordano nelle gior­nate della montagna come un fuoco dissetante, poveri e eterni poppanti di mandra».